Venezuela e Argentina declassate a economie “sommergenti”

Venezuela e Argentina sono state incluse tra le economie "sommergenti" dal Financial Times, guardando alla dinamica del loro pil pro-capite.

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Venezuela e Argentina sono state incluse tra le economie

Uno studio del Financial Times ha suddiviso l’America Latina in 3 gruppi di paesi, sulla base dell’andamento del loro pil pro-capite, in relazione a quello degli USA. Coloro che hanno registrato una performance in linea con quella degli americani sono stati inseriti tra i cosiddetti “floating” o “galleggianti”. Chi ha mostrato una dinamica peggiore è stato collocato tra i “sommergenti” e chi una migliore tra le economie emergenti. Ebbene, si scopre che tra le “sommergenti” compaiono Venezuela e Argentina, nonostante la prima disponga delle maggiori riserve di petrolio al mondo e la seconda abbia dimensioni minori in America del Sud solo al Brasile. D’altronde, lo stesso FMI stima che il pil venezuelano si contrarrà quest’anno del 7% e l’anno prossimo di un altro 4%. E anche l’Argentina è in recessione. Tra coloro che galleggiano, invece, troviamo due giganti: Messico e Brasile. Questi due paesi hanno mantenuto i ritmi di crescita del pil pro-capite simile a quello degli USA. In particolare, il primo non è riuscito ad aumentare la produttività, il secondo vede contrarsi quest’anno il pil dell’1,5%. Il Brasile è fonte di preoccupazioni per il suo rallentamento ormai pluriennale della crescita, causato da un’assenza di riforme sotto la presidenza di Dilma Rousseff.   APPROFONDISCI – Il Brasile è il malato tra le economie emergenti, real ai minimi dal 2003   E, infine, tra le emergenti ci sono Uruguay e Cile. Sono gli unici due paesi ad avere registrato una performance migliore di quella degli USA per il pil pro-capite, negli ultimi 30 anni. Lo scorso anno, l’economia nel primo si è espansa del 3,3%, nel secondo dell’1,8%. Complessivamente, però, l’America Latina non va bene. L’FMI ha tagliato già 2 volte quest’anno le sue stime di crescita dell’area, portandole rispettivamente allo 0,5% e all’1,7% per il biennio 2015-2015, in calo dello 0,4% e dello 0,3% delle previsioni di aprile.   APPROFONDISCI – La crisi valutaria travolge l’America Latina, ecco le ragioni del crollo dei cambi   Tornando alle economie “sommergenti”, l’Argentina è in default per la seconda volta in 12 anni e mezzo da oltre un anno e si spera che il cambio alla presidenza in ottobre, con la fine dell’era Kirchner, possa portare anche a un cambio di passo nei rapporti con gli investitori e nella gestione dell’economia, oggi alle prese con un’inflazione intorno al 40% e con una certa carenza di beni in tutto il paese.   APPROFONDISCI – L’Argentina continua a non trattare con i fondi, resta in default, ma i bond crescono. Perché?  

Crisi Venezuela gravissima

Se la passano molto peggio i venezuelani, la cui crisi ha raggiunto picchi inquietanti.

E’ di queste ore la notizia che gli abitanti dello stato di Zulia, al confine con la Colombia, potranno effettuare solo con assegni i pagamenti tra i 20.000 e i 40.000 bolivar, che al cambio ufficiale sarebbero compresi tra 3.175 e i 6.350 dollari, ma al mercato nero valgono tra i 29 e i 68 dollari appena. Pare che alla base di questa decisione del governo vi sia l’assenza di banconote di grosso taglio, specie da 50 e 100 bolivar, in conseguenza sia dell’elevata inflazione, che costringe i consumatori a pagare beni e servizi a prezzi sempre più alti, sia del contrabbando ai confini con la Colombia, perché chi ha qualche risparmio cerca di metterlo in salvo all’estero. Il Venezuela è anche il paese con il più alto rischio default al mondo, stimato in non meno del 65% entro i prossimi 12 mesi e l’85% nei prossimi 5 anni. A seguire ci sono la Grecia, l’Ucraina, il Pakistan e l’Egitto.   APPROFONDISCI – Il Venezuela andrà in default nel 2016. Lo dice Hausmann, lo nega Rodriguez  

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