Venezuela in default verso la Russia: Goldman Sachs s’è fatta male i conti?

Il Venezuela sfugge ai creditori, saltando un pagamento in favore dei russi. Il default formalmente non c'è, ma nei fatti aleggia da tempo lo spettro del fallimento,

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il Venezuela sfugge ai creditori, saltando un pagamento in favore dei russi. Il default formalmente non c'è, ma nei fatti aleggia da tempo lo spettro del fallimento,

Il Venezuela ha saltato un pagamento, relativo a 950 milioni dei 2,5 miliardi di prestiti concessi dalla compagnia petrolifera russa Rosneft alla venezuelana PDVSA, che oltre ad essere controllata totalmente dallo stato, ha un bilancio percepito assimilato ai conti pubblici nazionali. Alla notizia, il bond con scadenza 2022 è sceso a 57 centesimi, rendendo il 29,3%. E dire che solamente qualche settimana fa, Goldman Sachs aveva acquistato al 31% del loro valore nominale obbligazioni PDVSA con scadenza sempre nel 2022 per 2,8 miliardi di euro, evidentemente scommettendo o nella capacità della compagnia di rimborsare il debito alla scadenza o in un cambio politico, che farebbe schizzare i prezzi dei bond, consentendo ai detentori di realizzare plusvalenze in breve tempo.

La decisione della banca d’affari americana ha scatenato polemiche furenti nel Venezuela, dove gli oppositori hanno criticato quello che hanno considerato un finanziamento in favore di un governo dittatoriale, sebbene Goldman Sachs si sia difesa, sostenendo che non avrebbe finanziato direttamente Caracas, avendo acquistato i titoli sul mercato secondario e aggiungendo di scommettere proprio in un cambiamento politico. (Leggi anche: Bond Venezuela, Goldman Sachs sotto tiro per investimento non etico)

Venezuela sfugge al default solo formalmente

Sarà, ma i detentori delle obbligazioni venezuelane si sono informate con l’ISDA (“International Swaps and Derivates Association”) per valutare se sia scattato formalmente il default, ma hanno ricevuto risposta negativa. Il prestito non onorato è tra due entità formalmente private, ragione per cui non si potrebbe pagare di default in senso stretto, per quanto tutti sanno come la compagnia petrolifera venezuelana sia una gallina dalle uova d’oro per Caracas. Ancora una volta, la PDVSA sarebbe riuscita a evitare l’evento creditizio sul piano formale, giovandosi delle solite strategie, tese a saltare e rinviare i pagamenti, senza che si possa eccepire che si tratti di default. Da Russia e Cina, Caracas ha ottenuto prestiti per 55 miliardi negli ultimi 3 anni. (Leggi anche: Venezuela, governo venderà bond a sconto)

A peggiorare le cose c’è la sentenza della Corte di Delaware, che ha dato ragione alla società canadese Crystallex su un arbitrato da 1,4 miliardi, condannando il governo di Caracas. Questi avrebbe spostato volutamente i suoi assets agli USA, al fine di sfuggire ai pagamenti. Già nell’autunno scorso, la PDVSA aveva nei fatti costretto i suoi obbligazionisti ad accettare uno swap plurimiliardario con titoli di nuova emissione e con scadenza più lunga, in modo da saltare le incombenze prossime.

Questi frequenti stratagemmi, che negli ultimi mesi si stanno intensificando, segnalano la crescente difficoltà incontrata da Caracas nell’affrontare le scadenze, disponendo ormai di appena 10,4 miliardi tra le riserve valutarie, di cui il 70% in oro, quindi, in assets non prontamente liquidabili.

Bassi prezzi petrolio esacerbano crisi Venezuela

Al momento, un dollaro si scambia sul mercato nero contro 7.700 bolivar, quando il tasso fisso ufficiale è ancora di 1:10 e quello vigente sul mercato semi-libero (Simadi) non va oltre 730. La distanza siderale tra ufficialità e realtà è proprio alla base della potente crisi economica e finanziaria di questi anni, incancrenitasi con il tracollo delle quotazioni petrolifere, essendo il greggio di fatto l’unico bene esportato dal Venezuela, ovvero l’unica fonte di accesso ai dollari.

Senza una vigorosa e stabile ripresa del petrolio sui mercati internazionali, il Venezuela non potrà nemmeno sperare di alleviare la propria condizione nei prossimi mesi. Anzi, forse è già tardi per credere che basti finanche un ritorno del petrolio a 100 dollari (ipotesi molto improbabile nel medio termine) a riportare l’economia su un binario di normalità. Salvo che il governo “chavista” di Nicolas Maduro non elimini del tutto i residui rituali democratici ancora in vigore nel paese andino, da qui a un anno e mezzo potremmo assistere a un cambio di regime, a sua volta condizione prodromica per un potenziale cambiamento dell’economia. Il rischio è che per le strade di Caracas si sparga il sangue a fiumi prima di allora e che si precipiti a tutti gli effetti verso una guerra civile apparentemente sempre meno evitabile. (Leggi anche: Crisi Venezuela, allarme USA: petrolio ai russi con default)

 

 

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Argomenti: Altre economie, Crisi del Venezuela, Crisi paesi emergenti, economie emergenti, valute emergenti

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