Venezuela in default, annuncio di S&P: svolta shock di una crisi potente

Il Venezuela è ufficialmente in default. Fallito anche il vertice con i creditori per la ristrutturazione del debito, ma l'impatto del fallimento non è detto che faccia male ai venezuelani.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il Venezuela è ufficialmente in default. Fallito anche il vertice con i creditori per la ristrutturazione del debito, ma l'impatto del fallimento non è detto che faccia male ai venezuelani.

Il Venezuela non ha onorato pagamenti per 200 milioni di dollari entro il termine di 30 giorni del periodo di grazia, in relazione a due cedole su bond 2019 e 2024. La prima agenzia a riferire di tale evento è stata S&P, che ha declassato il rating sovrano di Caracas a “Selective Default” da “CC” per i bond in valuta straniera a lungo termine e a “D” da “C” per quelli a breve termine. Per i bond oggetto proprio del default, il giudizio è stato abbassato da “CC” a “D”. Secondo l’istituto, “il credit watch riflette l’opinione che il Venezuela abbia una probabilità su due di andare in default ulteriormente entro i prossimi tre mesi”. (Leggi anche: Venezuela, thriller sul primo default)

La notizia è arrivata dopo l’incontro di ieri tra i rappresentanti del governo e i creditori privati, detentori di bond per circa 60 miliardi di dollari. e per i quali il governo ha annunciato una imminente ristrutturazione. La riunione è stata un insuccesso oltre ogni pessima aspettativa. Uscendo dal vertice, un obbligazionista ha dichiarato che non è stato presentato “alcuna offerta, alcuna strategia, alcun termine, niente”. In effetti, l’incontro è durato appena 25 minuti, nel corso dei quali il vice-presidente Tarek El Aissami ha inveito contro l’amministrazione Trump, rea di impedire a Caracas con le sue sanzioni finanziarie di rifinanziare il suo debito.

Fallito il vertice con i creditori

Che sarebbe stato un grande flop, si era capito ancora prima di iniziare. A rappresentare il governo vi erano, infatti, un paio di alti funzionari colpiti proprio dalle sanzioni americane, ovvero El Aissami e il ministro dell’Economia, Simon Zerpa, accusati rispettivamente di essere a capo di un cartello della droga e di corruzione. Anche nel caso positivo di un accordo con i creditori, che secondo S&P porterebbe a un innalzamento del rating a “CCC” o “B”, resterebbero i dubbi sulla validità legale di tale intesa. Presenti alla riunione al Palazzo Bianco, vi erano anche il ministro del Petrolio, Eulogio del Pino, il presidente della compagnia petrolifera statale PDVSA, Nelson Martinez, e il vice-presidente per la Programmazione, Ricardo Menendez.

Il default è la logica conseguenza di una crisi così devastante, che l’evento potrebbe persino essere considerato positivo per le sue immediate ripercussioni. Le riserve valutarie sono crollate dai 30 miliardi di dollari del 2011 agli attuali 9,6 miliardi, di cui il 75% in oro. E’ la conseguenza del crollo delle quotazioni del petrolio, unico bene sostanzialmente esportato da Caracas, nonché di un sistema di cambi confuso e disfunzionale. In cassa, quindi, il governo di Nicolas Maduro non ha liquidità sufficiente per onorare le scadenze e allo stesso tempo consentire al paese di importare beni a sufficienza. Ad oggi, infatti, il default è sempre stato evitato con la soppressione dei consumi interni, tanto che si stima un tasso di carenza di beni non inferiore ai due terzi, un fatto che sta provocando da tempo una vera emergenza umanitaria, con lunghe file dinnanzi a negozi vuoti e milioni di famiglie a dovere scegliere tra pranzo e cena. (Leggi anche: Crisi umanitaria in Venezuela, niente farmaci e cibo)

Le ragioni del default

Come mai Maduro ha sempre voluto evitare il default e, invece, adesso lo prende in considerazione? Molti debiti della statale PDVSA sono stati contratti con garanzie, che assegnano ai creditori il diritto di impossessarsi dei suoi assets nel caso di inadempimento delle obbligazioni. Non pagando i creditori, Caracas rischia perciò di essere privata di pezzi della sua unica industria nazionale, quella petrolifera. Tuttavia, con le sanzioni americane decise in agosto dall’amministrazione Trump contro le ripetute violazioni dei diritti civili e per le violenze contro gli oppositori, il rifinanziamento del debito in scadenza è diventato sempre più difficoltoso. Maduro starebbe così prendendo la palla al balzo per giustificare quanto è considerato da tempo inevitabile, addossandone la responsabilità a Washington. (Leggi anche: Come l’America di Trump farebbe scattare il default del Venezuela)

Nel breve termine, il salto delle scadenze porterebbe un minimo sollievo al popolo venezuelano, perché la liquidità in dollari risparmiata sarebbe verosimilmente sfruttata per accrescere le importazioni e aumentare così l’offerta di beni e servizi interni in un’economia, dove anche a causa della loro carenza, i prezzi crescono quest’anno a tre cifre (inflazione stimata al 740% per quest’anno dal Fondo Monetario Internazionale) e potenzialmente a quattro nel 2018. Il mercato nero segnala un deterioramento molto grave delle condizioni monetarie, con il cambio (illegale) tra dollaro e bolivar esploso a oltre 55.200 dai 3.200 di inizio anno. Si consideri che per il tasso fisso ufficiale, ormai in disuso e vigente solo per le importazioni di beni primari, un dollaro dovrebbe essere scambiato contro appena 10 bolivares.

 

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Argomenti: Altre economie, bond sovrani, Crisi del Venezuela, economie emergenti, valute emergenti

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