Venezuela, Cuba, Iran e Corea del Nord: quali saranno i primi passi dell’amministrazione Biden?

Pressioni sul presidente eletto Joe Biden, affinché ponga fine alle sanzioni più dure contro Caracas. Cambio di passo possibile anche su Teheran e L'Avana. Incognita Pyongyang.

di , pubblicato il
I primi passi di Joe Biden in politica estera

Tra poche ore, Joe Biden presterà giuramento in una Washington blindata e semi-deserta per via delle restrizioni anti-Covid. Non ci sarà un pubblico ad ascoltare di presenza il suo discorso di insediamento, bensì una sfilza di bandiere a stelle e strisce. Dopodiché, sarà ufficialmente il nuovo presidente degli Stati Uniti. I dossier più importanti su cui dovrebbe concentrare le sue maggiori attenzioni nelle prime settimane dall’ingresso alla Casa Bianca saranno quasi certamente economia e pandemia. C’è pronto un piano da 1.900 miliardi di dollari per cercare di risollevare le sorti di famiglie e imprese colpite dal Covid.

Tuttavia, proprio nelle ultime ore si sarebbero intensificate le pressioni della lobby petrolifera per ottenere l’allentamento delle sanzioni USA contro il Venezuela. In particolare, si punta a fare sì che Biden elimini l’embargo contro gli scambi tra greggio e diesel. Compagnie come l’indiana Reliance, la spagnola Repsol e l’italiana ENI sono solite vendere a Caracas il combustile, ricevendo in cambio barili di petrolio. Nell’ultimo trimestre del 2020, l’amministrazione Trump ha sottoposto a sanzioni anche questo business. Secondo gli analisti, di questo passo il Venezuela rimarrà senza diesel entro marzo/aprile e a rischio vi sarebbe la tenuta umanitaria di un paese già travolto da anni di potentissima crisi economica.

Poiché il diesel è impiegato particolarmente per far funzionare i trasporti pubblici, si teme la paralisi. Nell’ultimo trimestre del 2020, la compagnia petrolifera statale PDVSA avrebbe esportato a Cuba la media di 4 mila barili di carburante al giorno, molto meno dei 75 mila del programma di lungo termine. Ad ogni modo, a breve potrebbe sospendere del tutto le esportazioni verso l’isola, essendo a corto di gasolio. E anche il regime de L’Avana spera in un cambio di passo di Washington, che negli ultimi mesi ha rafforzato le sanzioni finanziarie contro le rimesse degli emigranti, prosciugando l’ingresso dei preziosi dollari sull’isola, peraltro alle prese con una riforma monetaria e il taglio dei sussidi, misure socialmente molto sensibili.

A Cuba finisce l’era della vita gratis, adesso i giovani dovranno cercarsi un lavoro

Biden verso una politica estera più convenzionale

E sempre il Venezuela starebbe acquistando sottobanco diesel dall’Iran, altro paese devastato dalle sanzioni USA. Donald Trump ha stracciato l’accordo sul nucleare, sottoscritto dal suo predecessore nel 2015 ed entrato in vigore dal 2016. Esso aveva consentito a Teheran di tornare ad esportare petrolio dopo 4 anni. Il ripristino dell’embargo ha colpito l’economia iraniana, già in affanno tra alta inflazione e disoccupazione e collasso costante del cambio.

Biden vorrebbe riallacciare i rapporti con Cuba, come aveva iniziato a fare al termine della presidenza Barack Obama, di cui fu vice per 8 anni. Allo stesso tempo, tornerebbe a trattare con il regime dell’ayatollah per dissuaderlo dal proseguire con il programma di arricchimento dell’uranio. Ad ogni modo, nessuno immagina che questi dossier verranno esaminati nel primo giorno di presidenza. E molto probabilmente neppure nel secondo e terzo. Insomma, ci vorrà tempo. E specie con un regime spietato e sanguinario come quello “chavista” di Nicolas Maduro, che la stessa America non riconosce più come presidente da due anni, le eventuali trattative non saranno immediate. Semmai, qualche allentamento delle sanzioni si avrebbe solamente per ragioni umanitarie, ove si ritenesse necessario.

Infine, la Corea del Nord. Il leader Kim Jong-Un ha incontrato tre volte Donald Trump tra il 2018 e il 2019. Un fatto storico, ma che non ha portato a risultati concreti per nessuna delle due parti. Pyongyang non intende smantellare il suo programma nucleare per non perdere la polizza assicurativa a copertura della feroce dittatura comunista che vige nel paese sin dal 1945. Ad ogni modo, con Washington era iniziata una minima normalizzazione delle relazioni diplomatiche, che adesso rischia di essere interrotta da una politica estera più convenzionale di Biden. Il nuovo presidente difficilmente vorrà legittimare la figura e le bizzarrie di Kim Jong-Un, seguendo i passi del suo predecessore. La Corea del Nord ha bisogno come il pane dell’allentamento dell’embargo. I suoi scambi con la Cina, quasi unico partner commerciale, si sono ridotti di circa l’80%, quando già risultavano infimi; gli stessi generi alimentari scarseggiano e gli standard di vita della popolazione, di poco migliorati sotto il giovane dittatore, stanno tornando a peggiorare velocemente anche per l’esigenza del regime di isolare ulteriormente il paese per non importare la pandemia.

A Pyongyang si attendono le prime mosse della Casa Bianca per verificare la sussistenza delle condizioni per riallacciare i fili del dialogo. Se così non fosse, aspettiamoci qualche altro lancio di un missile balistico in acque internazionali.

Sanzioni, corsa al nucleare ed economia: cosa emerge per la Corea del Nord dal congresso di partito

[email protected] 

Argomenti: , , , ,