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Crisi Venezuela, perché nemmeno la risalita del petrolio salverebbe l’economia

Il petrolio non salverà il Venezuela, dove il cambio è precipitato a livelli record. La Cina pretende ora 800.000 barili al giorno per i crediti concessi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il petrolio non salverà il Venezuela, dove il cambio è precipitato a livelli record. La Cina pretende ora 800.000 barili al giorno per i crediti concessi.

Quando ancora mancano 5 giorni alla fine di novembre, sappiamo già con certezza che per il Venezuela questo è stato il peggiore mese di sempre sul fronte cambio: il bolivar ha perso il 45% contro il dollaro sul mercato nero, secondo il monitoraggio quotidiano di DolarToday, un organo d’informazione online clandestino e che nel paese sudamericano è stato oscurato dal governo. Al termine della giornata di ieri, un dollaro veniva scambiato contro 2.753 bolivar, quando al cambio ufficiale si ha un rapporto di appena 1 a 10 e sul Dicom, la piattaforma semi-libera e controllata dallo stato, si viaggia sui 661.

In altre parole, il bolivar varrebbe solo lo 0,4% del suo valore ufficiale e risulterebbe svalutato di oltre il 76% del cambio di semi-mercato. Il peggio non sarebbe stato raggiunto, se è vero che qualche analista stima che entro la fine dell’anno, il cambio potrebbe sprofondare a 3.500-4.000 contro il biglietto verde, a causa della corsa dei venezuelani a mettere al riparo il proprio denaro dal rischio default di Caracas e dall’iperinflazione. (Leggi anche: Crisi Venezuela, bolivar crolla del 20% in 7 giorni)

Servono banconote dal taglio più elevato

La crescita dei prezzi sarebbe di non meno del 400% quest’anno, ma le stime sono molto variabili e c’è chi ritiene che il crollo del bolivar sul mercato nero accelererà la già abnorme inflazione, stimolando i prezzi legati al cibo e alle bevande, in particolare, tanto che l’anno prossimo potremmo assistere a un drammatico +1.600%.

Il bolivar è così tanto carta straccia, che il governo si accingerebbe ad emettere banconote da 20.000, in modo da rispondere all’esigenza di ridurre la quantità di biglietti in circolazione. Ad oggi, il taglio più alto è di 100 bolivar, che al cambio ufficiale sarebbero 10 dollari, ma nei fatti valgono meno di 4 centesimi. (Leggi anche: Crisi Venezuela, borsa a +115% in 2 mesi)

 

 

 

 

L’accordo OPEC non salverà il Venezuela

Il presidente Nicolas Maduro spera ancora di evitare il peggio, grazie all’accordo OPEC prossimo ad essere siglato a fine mese e che dovrebbe sostenere le quotazioni del petrolio. Il Venezuela basa il 96% delle sue esportazioni proprio sul greggio e il recupero dei prezzi della materia prima contribuirebbe a fare entrare valuta pesante nel paese, che oggi manca quasi del tutto, rendendo impossibili le importazioni e creando disagi spaventosi tra la popolazione.

Ma paradosso vuole, che non solo la compagnia petrolifera statale PDVSA incassi meno della metà di dollari rispetto a due anni e mezzo fa per ogni barile esportato, il fatto è che ne estrae pure di meno, non disponendo della tecnologia necessaria per tenere costante la produzione, a causa dei carenti investimenti. (Leggi anche: Petrolio, Venezuela chiede taglio offerta del 10%)

Un terzo del petrolio serve solo a pagare i debiti alla Cina

Per questo, la China National Petroleum Corporation si è impegnata con il governo di Caracas ad investire 2,2 miliardi di dollari, finalizzati a consentire a Pechino di estrarsi direttamente petrolio necessario per la restituzione dei debiti contratti dai venezuelani.

Il paese andino ha ottenuto dal 2007 ad oggi prestiti cinesi per 65 miliardi, ma deve restituirne ancora 19 miliardi. I rimborsi sono essenzialmente pagati con l’invio di petrolio, ma a causa della produzione calante, i cinesi avvertono il rischio di non essere adeguatamente soddisfatti nei prossimi mesi. E se mediamente Caracas ha esportato “gratis” verso Pechino 427.000 barili al giorno nei primi 9 mesi di quest’anno, adesso è stato pattuito un innalzamento a 800.000 barili. Parliamo di un terzo della produzione complessiva, il che segnala quanto il Venezuela sia nel baratro, indipendentemente dal rialzo o meno delle quotazioni. (Leggi anche: Crisi Venezuela, prestiti Cina in forse)

 

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