Vendite iPhone deludenti, ma oggi Apple potrebbe salvare la Grecia

Le vendite di iPhones di Apple deludono le attese nel primo trimestre 2017, ma la società di Tim Cook continua a macinare utili e ad accumulare liquidità. Avrebbe oggi i soldi per salvare la Grecia.

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Le vendite di iPhones di Apple deludono le attese nel primo trimestre 2017, ma la società di Tim Cook continua a macinare utili e ad accumulare liquidità. Avrebbe oggi i soldi per salvare la Grecia.

L’iPhone ha fatto e continua a fare la fortuna di Apple nell’ultimo decennio, ma le vendite nel primo trimestre di quest’anno (il secondo fiscale per Cupertino) hanno deluso le aspettative. Ieri, la società guidata da Tim Cook ha presentato i conti e ha sfoggiato ricavi per 52,9 miliardi di dollari, il 4,9% in più su base annua, ma al di sotto dei 53,4 miliardi del consensus. Il minore fatturato rispetto alle attese è legato alle 50,8 milioni di unità di iPhones vendute nel periodo, -0,8% rispetto al primo trimestre 2016 e inferiori anche alle 51,4 milioni sperate. Ad avere “tradito” è stato, in particolare, il mercato cinese, dove si è registrato un tonfo del 14% su base annua. Ad ogni modo, il colosso è stato in grado di generare flussi di cassa operativi per 12,5 miliardi nei primi tre mesi di quest’anno, aumentando di oltre 10 miliardi la sua liquidità complessiva, che sale alla bellezza di 256,8 miliardi. (Leggi anche: Apple fa lo squalo con Imagination Technologies)

Il responsabile finanziario Luca Maestri ha dichiarato ieri che 239 miliardi di questa montagna di cash è detenuto all’estero, praticamente il 93% del totale. Negli ultimi tempi, è diventato un dato quest’ultimo sempre più importante, perché l’amministrazione Trump ha annunciato il varo di una “repatriation tax” del 10% sui profitti oggi detenuti all’estero. Ad oggi, una società americana che volesse rimpatriare gli utili investiti o detenuti in forma liquidità fuori dagli USA è tenuta a pagare il 35%, la stessa aliquota prevista per la corporate tax.

Apple emette debito per non rimpatriare gli utili

Cook ha dichiarato in passato che con il 35% non riterrebbe conveniente riportare a casa il cash accumulato in questi anni, ma che con un’aliquota “ragionevole” potrebbe farlo.

E così, se in futuro decidesse di rimpatriare tutti i 239 miliardi dall’estero, pagherebbe al fisco americano meno di 24 miliardi di dollari contro gli 83,65 miliardi ad oggi dovuti, sempre che il presidente Donald Trump manterrà la parola, ovviamente. Un risparmio potenziale massimo, quindi, di quasi 60 miliardi, che ha contribuito negli ultimi tempi a surriscaldare le azioni Apple, che dalla vittoria di Trump hanno guadagnato quasi un terzo del loro valore, anche se ieri hanno reagito alla pubblicazione dell’ultima trimestrale con un tonfo dell’1,84% nelle negoziazioni after-hours. (Leggi anche: Possibile rally azioni Apple per i 60 miliardi donati da Trump)

Il mercato confida, infatti, che nel caso di rimpatrio anche solo di una parte del cash detenuto all’estero, la mela morsicata staccherà un dividendo extra, dopo avere già distribuito utili per oltre 100 miliardi negli ultimi 5 anni, successivamente a 17 anni in cui gli azionisti erano stati lasciati del tutto a bocca asciutta. La posizione finanziaria netta di Apple è, però, meno positiva, per quanto resti brillante. Al 31 marzo scorso, risultava di 158 miliardi, in calo di un miliardo rispetto a tre mesi prima. Questo, perché bisogna scorporare dal dato complessivo il debito societario, che per tre quarti si ha in forma di obbligazioni, emesse a bassissimi rendimenti.

Quasi tutto il cash accumulato grazie all’iPhone

Potrebbe sembrare un controsenso che una società con così tanta liquidità disponibile s’indebiti sul mercato, anziché attingere al suo stesso cash. In realtà, si tratta di un calcolo studiato: su ogni dollaro rimpatriato, Cook dovrebbe pagare 35 centesimi di tasse, mentre oggi il bond 2043 offre una cedola annua di appena il 3,85% e un rendimento complessivo inferiore al 4%.

Interessante è notare, poi, che dalla fine del 2008 al 31 marzo scorso, Apple risulta avere accumulato 130 miliardi di dollari, al netto dei debiti, oltre l’82% della sua posizione finanziaria attuale, la conferma di come siano stati gli iPhones ad avere permesso alla società di macinare utili su utili, tanto da potersi permettere di distribuirne in quantità abbondante e di aumentare di trimestre in trimestre le sue riserve di liquidità.

E la stessa contrazione di quasi 100 miliardi di debito è legata al discorso prima esposto, non ad esigenze reali della società, come dimostra il fatto che all’inizio del 2008, Apple risultava esposta per un debito di appena 100 milioni di dollari, un millesimo di quello attuale. (Leggi anche: Obbligazioni Apple, nuovo bond da 5 miliardi)

Apple dimezzerebbe il debito alla Grecia

In effetti, nel primo trimestre del 2008, il fatturato derivante dalle vendite di iPhones incideva per il 2,5% del totale, mentre nell’ultimo trimestre ammontava al 63%, pur in calo dal 69% dei tre mesi precedenti. In pratica, due dollari su tre Apple li ricava da questa linea di prodotto, un fatto che la espone, però, al rischio di eccessiva esposizione al suo andamento. In media, nei primi tre mesi del 2017, un iPhone è stato venduto a 655 dollari.

E così, Apple oggi detiene quasi un decimo di tutti i profitti detenuti all’estero della corporation americana. Si sprecano gli esempi su quello che la società potrebbe acquistare con questa immensa liquidità. Considerando la sua posizione al netto dei debiti, otterremmo che oggi Cook si potrebbe permettere di salvare la Grecia, dimezzandone il debito. Basti questo dato per fare capire l’ordine di grandezza dei numeri di cui discutiamo. In pratica, questa sola multinazionale detiene più cash del Regno Unito e Canada messi insieme e sempre al netto dei debiti, Apple sarebbe in grado di rilevare quasi il 30% di tutte le società quotate a Piazza Affari. (Leggi anche: SNB si butta sulle azioni Apple)

 

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