Valute emergenti, 2017 anno del riscatto?

Valute emergenti generalmente in ripresa contro il dollaro, dopo anni di crisi per varie ragioni. Ecco la situazione con 7 delle principali.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Valute emergenti generalmente in ripresa contro il dollaro, dopo anni di crisi per varie ragioni. Ecco la situazione con 7 delle principali.

Gli anni appena trascorsi sono stati negativi per le valute emergenti, i cui tassi di cambio sono spesso precipitati contro il dollaro, vuoi per vicissitudini locali (vedi deterioramento politico in Turchia e Brasile), vuoi per la crisi delle materie prime di cui sono produttrici ed esportatrici diverse economie emergenti (una su tutte, la Russia), vuoi anche, poi, per una situazione di deflussi generali verso gli USA sin dal 2013, anno di annuncio del “tapering”, che ha provocato un terremoto finanziario, dopo anni di afflussi record di capitali verso i nuovi mercati, dove i rendimenti apparivano molto appetibili, rispetto a un loro azzeramento sui mercati più avanzati, come USA, Europa e Giappone.

Già nel 2016 si è assistito a un andamento misto, che ha riflesso più che altro situazioni specifiche. Nel grafico di cui sopra, abbiamo posto a 100 i tassi di cambio contro il dollaro di lira turca, real brasiliano, peso messicano, rublo russo, rupia indiana, rand sudafricano e yuan cinese all’1 gennaio 2016 e abbiamo verificato quale fossero le rispettive variazioni al 31 dicembre scorso e quali ad oggi. (Leggi anche: 5 valute emergenti con cui fare affari quest’anno grazie al carry trade)

Valute emergenti nel 2016 e quest’anno

Abbiamo scoperto, quindi, che il peso messicano ha perso il 16,5% nel 2016, la lira turca il 17,3, lo yuan cinese il 6,6% e la rupia indiana il 2,6%. Nel caso della valuta latino-americana hanno giocato contro diversi fattori, uno su tutti il fenomeno Donald Trump, che dopo una campagna elettorale improntata a toni duri contro il Messico, ha vinto le presidenziali americane nel novembre scorso. Sulla lira, invece, hanno pesato le forti tensioni politiche interne, ma anche quelle dell’intera area. Ricordiamo che la Turchia confina con la Siria e che nei mesi scorsi è stata oggetto di attacchi terroristici da parte dell’ISIS. I deflussi di capitali hanno pesato enormemente sul cambio cinese, che nel 2016 ha registrato la peggiore performance dal 1994.

Hanno segnato, invece, rialzi e anche piuttosto consistenti il rublo russo (+16%), il rand sudafricano (+11%) e il real brasiliano (+18%). In Russia, il vento è stato favorevole per il cambio, grazie al recupero delle quotazioni del petrolio, che all’inizio dello scorso anno avevano toccato i minimi del Millennio, sprofondando sotto i 30 dollari. In Brasile, invece, è stato il “regime change” a scatenare gli acquisti, ovvero la caduta per impeachment di Dilma Rousseff e l’inizio di un nuovo corso politico d’impronta più “market-friendly”.

E negli ultimi mesi? Ad eccezione del real, che ha registrato da alcune settimane un lieve arretramento rispetto ai valori di fine 2016 per cause prettamente interne, tutte le altre monete emergenti di cui sopra hanno rafforzato i loro tassi di cambio contro il dollaro, mentre la lira turca è rimasta sostanzialmente stabile. Adesso, real, rand, rublo e rupia si attestano a livelli più forti di quelli di inizio 2016. (Leggi anche: Investire in valute emergenti, ad agosto è bene pensarci due volte)

 

 

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Argomenti: Crisi paesi emergenti, economie emergenti, valute emergenti