Uscire dall’euro, Di Maio conferma il vero rischio elettorale: il pressapochismo

Referendum sull'euro con Di Maio al governo? La verità è che il Movimento 5 Stelle continua a giocare con un argomento serio senza avere idea delle conseguenze.

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Referendum sull'euro con Di Maio al governo? La verità è che il Movimento 5 Stelle continua a giocare con un argomento serio senza avere idea delle conseguenze.

L’Aria Che Tira su La 7, il candidato premier Luigi Di Maio ha confermato la non visione del Movimento 5 Stelle sull’euro, sostenendo che egli sarebbe assolutamente per la permanenza dell’Italia nell’Eurozona, a patto che Bruxelles accettasse le condizioni richieste da un eventuale governo grillino, altrimenti verrebbe indetto come “extrema ratio” un referendum per uscire dall’euro, al quale voterebbe convintamente “sì”.

Dopo mesi di silenzio sul tema, che gli analisti politici avevano interpretato come un cambio di rotta dei pentastellati per accreditarsi quale forza responsabile e non più percepita come euro-scettica, le parole di Di Maio svelano il piano che vi sarebbe dietro all’M5S, ovvero la richiesta di rinegoziazione degli accordi su cui si regge la nostra permanenza nell’unione monetaria. Tutto, preciserà più tardi il deputato sul suo profilo Facebook, pur di non sacrificare la ricchezza degli italiani. (Leggi anche: Referendum sull’euro resta obiettivo di Grillo, M5S in buona compagnia tra i senza idee)

Dunque, i grillini sono contro l’euro. La verità è che non lo saprebbero dire nemmeno i diretti interessati. Chiedono di aprire con la UE un “tavolo di confronto”, ma il punto è che non conosciamo quali temi verrebbero portati su questo tavolo. Possiamo solo supporre che si tratterebbe di strappare concessioni sul piano della politica fiscale, che resta l’unico pilastro della politica economica parzialmente nelle mani dei governi. Supposizioni, perché del piano grillino non abbiamo né certezze, né sospetti. Batterebbero i pugni per chiedere nuova flessibilità sui conti pubblici? E come farebbero con un debito già al 133% del pil, il quale nei prossimi anni dovrà essere rifinanziato senza più il supporto della BCE, che dall’inizio del 2015 è diventata il primo acquirente delle nostre emissioni? Per di più, lo dovremo fare in un contesto di aumento del costo del denaro.

Le parole di Di Maio vanno lette insieme a un’altra battuta del candidato premier, quella per cui se l’M5S dovesse vincere senza ottenere la maggioranza assoluta dei seggi, aprirebbe al sostegno in Parlamento a “chi ci sta”, purché non si parli di alleanze o coalizioni.

Il sostegno dovrebbe essere caso per caso. Così, quello che ad oggi viene indicato dai sondaggi come il primo partito per consensi vorrebbe governare uno stato da 60 milioni di abitanti e una delle maggiori economie al mondo, appoggiandosi di volta in volta a questo o quello schieramento o gruppo, senza stringere alcuna intesa complessiva e senza concordare (queste le intenzioni) alcunché sul piano delle politiche da attuare, oltre che sui nomi di chi dovrebbe far parte della squadra di governo.

I 5 Stelle sull’euro non hanno una vera idea

Un progetto confuso, oltre che velleitario, che forse strizzerebbe l’occhio all’elettorato di centro-destra, specie quello leghista di Matteo Salvini, tentato dall’idea di dare un calcio alle istituzioni europee. In realtà, c’è chi vede in questa apertura la volontà del movimento di segnalare alla sinistra del presidente del Senato, Pietro Grasso, una possibile alleanza in Parlamento dopo il voto, chiaramente in chiave anti-PD. Nelle settimane passate era stato l’ex segretario democratico, Pierluigi Bersani, ad auspicare una convergenza con i pentastellati. Ieri, Salvini, forse perché indispettito dall’ineleganza di Di Maio, che il giorno prima aveva abbandonato il collegamento con Rai 3 alla trasmissione In Mezz’Ora di Lucia Annunziata al materializzarsi della sua apparizione in video da Milano, ha escluso un’alleanza con i grillini dopo le elezioni, sostenendo che sull’euro e sul tema immigrazione avrebbero idee confuse e ribadendo i cardini della propria ricetta economica, fondata sull’abbassamento delle tasse.

I mercati finanziari sono preoccupati da un esito elettorale potenzialmente negativo per l’euro nella terza economia dell’area. Fanno bene a non stare tranquilli, ma non perché l’Italia corra seriamente il rischio dalla primavera prossima di uscire dall’euro, bensì perché potrebbe ritrovarsi a Palazzo Chigi un premier, che non avrebbe nemmeno idea di cosa volere. Avete presente la Grecia dei primi mesi di Syriza al governo? Voilà! Negoziazioni infinite sul nulla tra Atene e Bruxelles, bordate quotidiane del premier Alexis Tsipras contro l’austerità “imposta dalla Germania”, salvo essere costretto a metà luglio del 2015 a siglare il terzo bail-out in 5 anni da 86 miliardi di euro, quando l’alternativa era divenuta chiara: dentro o fuori l’euro.

Il punto è che quella firma arrivò dopo mesi di turbolenze finanziarie costose anche per il resto dell’Eurozona, nonché a due settimane dall’imposizione di controlli sui capitali, per arrestarne la fuga ed evitare il fallimento delle banche.

Sbaglia chi qualifica i grillini come “euro-scettici”, perché il termine più azzeccato nel loro caso sarebbe “anti-sistema”. A Bruxelles, un eventuale premier Di Maio farebbe semplicemente quello che il suo movimento fa dal 2013 in Parlamento: ricercare una posizione propria e tendenzialmente inconciliabile con le altre forze politiche, al fine di apparire in eterna lotta con il sistema, in quel caso europeo. Se per paradosso tutta l’Eurozona dovesse votarsi alle politiche keynesiane, i grillini diverrebbero custodi del pareggio di bilancio. Può anche darsi, come suggerisce l’esempio della Grecia, che dopo tanto abbaiare, alla fine i pentastellati al governo si tramuterebbero in una forza retoricamente anti-sistema, ma nei fatti supina a quelli che sì sarebbero diktat europei, dato che difficilmente Bruxelles negozierebbe alla pari con un esecutivo che non sarebbe nemmeno in grado di proporre una propria ricetta realistica e alternativa. Siamo in balia di un movimento politico, che resta fumoso su un argomento serissimo, come quello del futuro dell’Italia nell’euro. C’è davvero da preoccuparsi per come dovrebbero reagire mercati e cancellerie straniere nel caso di una vittoria dei 5 Stelle. (Leggi anche: Uscire dall’euro costa voti, ecco come grillini gli rassicurano elettori)

 

 

 

 

 

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