La “guerra” di Trump alla Cina lascia spazio a un accordo ai danni di Putin?

Gli USA di Donald Trump potrebbero avere cambiato strategia sul piano internazionale, considerando più conveniente un accordo con la Cina, piuttosto che avvicinarsi alla Russia di Vladimir Putin. In pochi giorni, equilibri internazionali stravolti.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Gli USA di Donald Trump potrebbero avere cambiato strategia sul piano internazionale, considerando più conveniente un accordo con la Cina, piuttosto che avvicinarsi alla Russia di Vladimir Putin. In pochi giorni, equilibri internazionali stravolti.

L’ultima settimana ci ha offerto una sorta di ribaltamento delle posizioni geo-politiche tra le principali potenze del pianeta, tanto da avere generato confusione anche tra quanti seguono le vicende internazionali con avvedutezza e qualche esperienza alle spalle. Gli USA di Donald Trump sono passati dall’essere accusati di eccessiva vicinanza alla Russia di Vladimir Putin e di volere scatenare una guerra commerciale con la Cina, al ricevere il plauso del resto dell’Occidente per avere impresso una svolta nella tragica vicenda della Siria, mostrando un avvicinamento a Pechino, dopo il vertice in Florida tra lo stesso presidente americano e il collega cinese Xi Jinping, quando si temeva che l’incontro sarebbe stato un flop.

Ieri, l’ennesimo tweet di Trump ha sbaragliato tutte le analisi: “Ho spiegato al presidente cinese che un accordo commerciale con gli USA sarebbe di gran lunga più favorevole per loro, se risolveranno il problema della Corea del Nord”. (Leggi anche: Vertice tra USA e Cina, ma alla fine cos’hanno deciso?)

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Dalla guerra all’accordo commerciale USA-Cina?

Perché questo tweet andrebbe scolpito sulle prime pagine di tutti i giornali? Perché esso ci fa capire una cosa su Trump: è un businessman e in quanto tale baratta questioni anche relative a piani diversi. Nel caso specifico, sarebbe disposto a dare vita a un accordo commerciale con la Cina a condizioni più favorevoli per quest’ultima, a patto che venga risolta la questione nordcoreana.

Eppure, un ex analista della CIA, tale Paul Miller, consulente per la sicurezza sotto George W.Bush, ha avvertito che con quest’ultima strategia di Trump in Asia, l’America potrebbe perdere influenza nell’area, ovvero spingere i suoi alleati storici, come Corea del Sud e Giappone, nelle mani della Cina, che avrebbe “l’opportunità della vita” di consolidare il suo dominio nell’area, a spese di Washington. (Leggi anche: Cina rispedisce carbone in Corea del Nord e lo compra dagli USA)

Scambio in vista tra Washington e Pechino?

Il ragionamento, in termini molto stringati, sarebbe questo: la minaccia più temuta da Seul e Tokyo è Kim Jong-Un. Se i cinesi se ne sbarazzassero, Pechino diverrebbe ai loro occhi un nuovo alleato, estendendo la propria influenza in tutto il Nord-Est asiatico. Verrebbe da chiedersi, quindi, che convenienza avrebbe oggi Trump a spingere Jinping a occuparsi della questione, finendo per offrirgli l’opportunità storica di rendersi un alleato affidabile nel resto dell’area.

La risposta sta in quel tweet di Trump, ma letto al contrario: il tycoon sarebbe disponibile a barattare l’influenza americana nel Nord-Est dell’Asia, in cambio di quello che più gli starebbe a cuore, ovvero il taglio del pesante deficit commerciale con la Cina, pari a 347 miliardi di dollari nel 2016. E nonostante la retorica fortemente anti-cinese, l’arrivo alla Casa Bianca di Trump non è affatto dispiaciuto al regime di Pechino, che in un solo colpo ha assistito alla morte del TPP, l’accordo commerciale tra 12 economie del Pacifico, voluto dall’amministrazione Obama per creare proprio attorno alla Cina un’area di libero scambio in grado di accerchiarla economicamente. (Leggi anche: Trump attacca la Cina: 320 miliardi di deficit da eliminare)

La Cina punta a ridimensionare la Russia

D’altra parte, Trump ha mostrato sin dalla campagna elettorale di volersi disinteressare della presenza USA in aree del pianeta, in cui ritiene che essa non abbia granché senso per la difesa degli interessi nazionali. Con l’attacco missilistico contro Damasco, però, sembra che questa ideologia “isolazionistica” abbia fatto qualche passo indietro, ma potrebbe trattarsi solo di apparenze.

Jinping ha espresso sostegno all’azione militare americana in Siria, affermando che non sarebbe accettabile l’uso di armi chimiche. Un messaggio certamente rivolto alla vicina Pyongyang, ma che celerebbe anche la soddisfazione di Pechino per il ridimensionamento della Russia nello scacchiere internazionale. Già, i cinesi vedono quale reale avversario temibile non gli americani, bensì i russi, che geograficamente ambiscono ad espandere la loro influenza nelle stesse aree in cui essi sono presenti. (Leggi anche: Il regime di Kim Jong-Un lancia un altro missile, ma Corea del Nord rischia il collasso)

Possibile grande accordo tra USA e Cina

Ragionando alla Trump, ovvero da uomo d’affari con l’obiettivo di “riportare in America i milioni di posti di lavoro rubati dalla Cina” negli anni passati, il presidente americano si sarebbe posto la seguente domanda: risulta più conveniente l’alleanza con la Russia o un accordo con la Cina? La prima avrebbe quale principale beneficio la vittoria contro il terrorismo islamico nel Medio Oriente, un’altra area, però, dalla quale Trump segnala di volersi disinteressare. Un accordo globale con il governo cinese, invece, gli consentirebbe di strappare condizioni commerciali più favorevoli, in cambio di concessioni sul fronte geo-politico, ovvero il disimpegno USA dall’Estremo Oriente.

Il grande accordo tra Trump e Jinping, se davvero verrà raggiunto, opererebbe nell’arco degli anni, ma al primo interessa certamente coglierne i frutti il prima possibile, perché ha l’esigenza di dimostrare entro il termine del mandato di essere stato in grado di “rendere di nuovo grande l’America”. Quel deficit commerciale andrà tagliato, magari non totalmente, perché sarebbe ingenuo crederci, ma in buona parte. Per farlo, la Cina dovrebbe accettare il costo di esportare di meno verso gli USA, ma ricevendo in cambio un ampliamento della sua sfera d’influenza, ovvero il riconoscimento di super-potenza non solo economica, bensì pure politica. D’altronde, già da qualche anno il regime si è posto come obiettivo la conversione dell’economia da un modello basato sulle esportazioni a uno più maturo, imperniato più sui consumi interni, anche se la transizioni non appare facile. (Leggi anche: Trump ospita Jinping nel suo golf resort, test per USA-Cina)

E la Russia? Trump non punta a deteriorare necessariamente le relazioni con Putin. Tuttavia, a due mesi e mezzo dal suo ingresso alla Casa Bianca avrebbe capito che la sua strategia di puntare tutto il capitale politico sul Cremlino presenterebbe elevati rischi (anche sul piano interno) e potenziali guadagni contenuti. Viceversa, andando al cuore della questione cinese, potrebbe ottenere molto di più in termini economici e a fronte di un costo – il progressivo ritiro dall’Asia – che non sarebbe percepito come drammatico dall’attuale amministrazione. Poiché Mosca e Pechino sono solo finti alleati e la forza dell’una va a discapito dell’altra, è probabile che Trump stia mettendo in conto di essere meno amico di Putin di quanto sperato e controparte negoziale di Jinping.

 

 

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Argomenti: Economia USA, Economie Asia, Presidenza Trump, Rallentamento dell'economia cinese