Come USA e Arabia Saudita possono abbattere il regime iraniano per via economica

L'Iran ha stroncato nel sangue le proteste di piazza, ma Arabia Saudita e USA sarebbero pronte a usare le loro armi per abbattere il regime degli ayatollah per via economica.

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L'Iran ha stroncato nel sangue le proteste di piazza, ma Arabia Saudita e USA sarebbero pronte a usare le loro armi per abbattere il regime degli ayatollah per via economica.

La Primavera Iraniana può forse attendere, se è vero che le proteste di piazza a Teheran sono state represse nel sangue con successo da parte del regime dell’ayatollah Khamenei. L’ex presidente Ahmadinejad è stato arrestato per avere criticato il presidente Hassan Rohani sulla gestione della crisi, segno che le autorità religiose non avrebbero alcuna intenzione di cedere alle rivendicazioni della piazza. Gli USA di Donald Trump si sono immediatamente spesi in favore delle proteste, vedendo di cattivissimo occhio il ruolo dell’Iran nel Medio Oriente, sostenendo la linea degli alleati sauditi contro Teheran. Contrariamente alle speculazioni degli ultimi mesi, secondo cui Riad e Washington si preparerebbero ad attaccare gli iraniani militarmente, sembra molto più probabile che il tentativo di abbatterne il regime avvenga per altra via, ovvero economica. (Leggi anche: Le proteste in Iran hanno origini economiche e minacciano il potere degli ayatollah)

Partiamo da un dato: l’Iran ha notevolmente ridotto la sua dipendenza dal petrolio negli ultimi anni dall’80% dall’attuale 40%. A tanto ammonta il contributo delle entrate derivanti dal greggio al bilancio statale. Si consideri che Riad continua a dipendere ancora per circa i due terzi dall’oro nero, nonostante stia avviando imponenti riforme economiche a sostegno del settore privato non petrolifero e di diversificazione delle entrate fiscali.

Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, all’Iran serve ormai un prezzo al barile di meno di 55 dollari per tenere il suo bilancio in pareggio. Considerando che le quotazioni internazionali del Brent viaggino ormai sopra i 65 dollari, diremmo che Teheran avrebbe risolto i suoi problemi fiscali, come testimoniano il disavanzo di appena il 2,1% nel 2016 e di 7 miliardi di dollari nei primi 9 mesi dell’attuale esercizio (in scadenza il 31 marzo). A differenza di Riad, poi, Teheran mostra una certa flessibilità nel reagire alle fluttuazioni delle quotazioni, attraverso le variazioni del cambio.

Le sfide del mini-barile all’Iran

Tuttavia, il regime dell’ayatollah sarebbe tutt’altro che al riparo da eventuali contraccolpi derivanti dal settore petrolifero. Il tasso di disoccupazione è del 12,4% e tra i giovani sale al 29%, mentre gli occupati sono appena 23,3 milioni su una popolazione complessiva di 80 milioni di abitanti. Ciò equivale ad affermare che ogni lavoratore iraniano deve sostenere 3,4 persone, conseguenza sia di una popolazione relativamente molto giovane che di bassi tassi di occupazione. L’inflazione flirta ancora con la doppia cifra e nonostante lo stato mostri un bilancio sostanzialmente sano, esso gode di limitate capacità di rifinanziamento sui mercati internazionali, essendogli preclusi gli USA e dipendendo quasi del tutto dagli investitori privati domestici, oltre che europei e, in parte, asiatici.

Grazie al ritiro delle sanzioni contro le sue esportazioni nel gennaio 2016, Teheran ha potuto incrementare le vendite all’estero di un milione di barili al giorno, venendo esentata dall’OPEC con riguardo al taglio della produzione concordato all’interno del cartello e con una decina di produttori esterni, Russia in primis. Se il confronto con l’Arabia Saudita su Yemen, Libano e Siria dovesse inasprirsi, prima ancora che di uno scontro bellico, dovremmo prepararci a ripercussioni sul piano economico.

I sauditi, dopo avere collocato sul mercato il 5% della loro compagnia petrolifera statale Aramco verso la fine di quest’anno, potrebbero provocare un calo delle quotazioni, ponendo bruscamente fine all’accordo e iniziando ad accrescere le esportazioni. Vero, una simile strategia avrebbe ripercussioni negative pure sulle entrate domestiche, ma Riad detiene ancora 475 miliardi di dollari tra le sue riserve, alle quali si aggiungerebbero i 100 miliardi attesi dalla privatizzazione parziale di Aramco. In più, potrebbero sempre optare come soluzione nucleare per un depegging, sganciando il rial dalla parità contro il dollaro, fissata a 3,75 nell’ormai lontano 1985. In questo modo, la riduzione delle quotazioni internazionali avrebbe un impatto tenue sulle entrate saudite e il regno potrebbe permettersi più tempo per risanare il suo bilancio, atteso in pareggio oggi solo nel 2023. (Leggi anche: Petrolio, quotazioni in ribasso sul cigno nero saudita)

Iran con scarso accesso ai capitali stranieri

Con un’inflazione già alta, il governo iraniano non potrebbe sostenere un ulteriore indebolimento del suo cambio per effetto del crollo delle ragioni commerciali con l’estero, rischiano che la protesta dilaghi tra giovani disoccupati e ceti popolari. E si consideri che, aldilà di una precisa strategia per mano saudita, gli USA rappresentano un fattore di rischio con il boom dello shale, che ha spinto la produzione di greggio americana ormai stabilmente sopra i 9,6 milioni di barili al giorno, alla pari con quella saudita e dietro solo a quella russa. Rohani sarebbe costretto a proseguire sulla via dell’austerità fiscale, la stessa che ha innescato nei giorni scorsi manifestazioni di protesta spontanee. Anche perché i sauditi potrebbero attuare contro Teheran la strategia reaganiana contro l’allora Urss: l’escalation delle spese militari, stavolta tramite proxy wars nei diversi contesti mediorientali.

Da qui ad immaginare un collasso del regime ve ne corre, ma il clima di semi-isolamento finanziario in cui esso versa non rende impossibile lo scenario, anche se Teheran avrebbe in Pechino un alleato su cui confidare per rifinanziarsi, almeno nel breve termine. I cinesi, ad esempio, potrebbero aumentare le importazioni proprio dall’Iran per dare una mano alla sua economia, magari giovandosi di quotazioni a sconto e replicando uno schema già messo in atto nell’ultimo decennio con il Venezuela “chavista”. Sempre che il Congresso USA non dia ragione a Trump e torni a imporre sanzioni sul presunto mancato rispetto dell’accordo nucleare siglato a fine 2015. Quello scenario, unitamente alle possibili basse quotazioni del greggio e alla necessità di mantenere alto il bilancio per la difesa, metterebbe a dura prova la repubblica islamica. (Leggi anche: Trump rompe con l’Iran sul nucleare)

 

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