Unimpresa: con lo spread a 200 punti, l’Italia avrebbe un “tesoretto” di 10 miliardi in 2 anni

Secondo Unimpresa, un' ulteriore discesa dello spread potrebbe impattare positivamente sui conti pubblici. Sono possibili risparmio fino a 10 miliardi. Ma sarà vero?

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Secondo i calcoli di Unimpresa, qualora lo spread btp bund scendesse a 200 punti base dagli attuali 250 bp, da qui fino alla fine del 2014 si potrebbero ottenere risparmi per le casse pubbliche fino a 10 miliardi di euro in minori interessi. 

Lo spiega la stessa associazione degli imprenditori, che ha studiato le cifre del Def, il Documento di economia e finanza del governo, il quale stima in 83,8 miliardi il costo per il servizio sul debito del 2013 e in 90,3 miliardi per il 2014, per un totale di 174,1 miliardi nell’intero biennio. Sulla base della scadenza media dei nostri titoli pubblici, quindi, nei restanti 16 mesi potrebbero ottenersi risparmi per lo stato compresi tra 7,2 e 10,3 miliardi di euro. In termini di pil, parliamo dello 0,6-0,8%. Non male, trattandosi di una cifra in grado di coprire l’abrogazione integrale dell’IMU sulle prime case e il mancato aumento dell’IVA al 22%.

Il calo degli interessi, conseguentemente alla riduzione dello spread, avrebbe, infatti, un impatto positivo sia sul debito da rifinanziare, sia sulle emissioni per esigenze di cassa, cioè per coprire i disavanzi fiscali.

Per questo, il presidente di Unimprese, Paolo Longobardi, auspica che si salvaguardi la tenuta del governo, perché essenziale sarà la fiducia degli investitori nell’Italia, la quale non potrà prescindere dalla stabilità politica. Non si tratta di tifare per l’una o l’altra coalizione, puntualizza Longobardi, perché in ballo c’è il destino del Paese.

 

Andamento spread btp bund e errori di valutazione?

Tuttavia, le analisi basate sui livelli degli spread potrebbero risultare alquanto falsate. In queste ultime settimane, lo spread BTp-Bund stringe non tanto per il calo dei rendimenti italiani, quanto per l’aumento di quelli tedeschi.

In sostanza, nell’Eurozona si respira una timida aria di normalizzazione, che spinge gli investitori a chiedere rendimenti maggiori per i titoli tedeschi (tornati positivi per le scadenze brevi), senza che però questo si stia traducendo in una riduzione dei rendimenti richiesti su BTp e Bonos.

La dimostrazione sta nei numeri. Stamane, lo spread a 10 anni BTp-Bund ha aperto in calo a 251 punti dai 253 della chiusura di venerdì, ma anziché ridursi, i rendimenti italiani sono passati dal 4,39% al 4,41%.

A maggio, quando l’attesa di un’ondata di liquidità dal Giappone (tradita nei fatti), per via delle politiche monetarie ultra-espansive appena intraprese da Tokyo, aveva fatto stringere gli spread e i rendimenti di tutti i bond europei, i nostri decennali pubblici sono arrivati a rendere circa il 3,8%, mentre il differenziale con i titoli tedeschi era più alto dei livelli attuali.

Paradossalmente, anche qualora il calo dello spread proseguisse, ma i rendimenti decennali tedeschi dovessero attestarsi, come da attesa, al 2,50% entro la fine del 2014, anche uno spread di “soli” 200 punti potrebbe avere un impatto negativo sui nostri conti pubblici, perché significherebbe ipotizzare che gli investitori ci chiedano un rendimento del 4,50% per i nostri BTp a dieci anni, ossia lievemente al di sopra ai livelli delle ultime aste.

Pertanto, ritenendo che lo scenario di un aumento dei rendimenti dei titoli “core” dell’Area Euro sia inevitabile per l’imminente fine delle politiche monetarie espansive della Federal Reserve e a seguire della BCE, l’unica via per l’Italia di ottenere un beneficio consiste nel migliorare le prospettive di investimento a medio-lungo termine, a partire dalla garanzia di una maggiore stabilità politica e di una ripresa convincente della nostra economia, senza prescindere dalla solidità delle finanze pubbliche. Un processo non semplice da riscontrare in pochi mesi.

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