Unicredit vuole comprarsi Commerzbank, i politici tedeschi diranno ancora “nein” all’italiana?

Unicredit starebbe lanciando un'offerta di svariati miliardi di euro per rilevare una quota importante di Commerzbank, tra le più grandi banche in Germania. Politica tedesca con le spalle al muro: il tempo dell'ipocrisia volge al termine.

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Unicredit starebbe lanciando un'offerta di svariati miliardi di euro per rilevare una quota importante di Commerzbank, tra le più grandi banche in Germania. Politica tedesca con le spalle al muro: il tempo dell'ipocrisia volge al termine.

Unicredit sarebbe interessata a rilevare una quota importante di Commerzbank, la seconda banca più grande in Germania, da settimane formalmente in trattative con Deutsche Bank per una possibile fusione tra i due colossi tedeschi. La notizia-bomba è stata lanciata poche ore fa dal quotidiano finanziario britannico Financial Times, secondo cui Piazza Gae Aulenti starebbe valutando un’offerta multi-miliardaria, anche se non intenderebbe muoversi in questa fase, evitando di intromettersi nelle discussioni tra i due istituti tedeschi ed eventualmente affacciandosi nel caso in cui le trattative tra di loro fallissero. Non è la prima volta che Unicredit manifesta interesse per Commerzbank. Anche nel 2017 ci aveva provato, ma non presentò alcuna offerta formale, a causa dell’opposizione riscontrata negli ambienti politici di Berlino, contrari a un’operazione transnazionale.

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E il governo tedesco avrà l’ultima parola nella vicenda, forte di quel 15,6% in CoBa, che lo rende il primo azionista dopo il salvataggio varato successivamente allo scoppio della crisi finanziaria mondiale nel 2009. Stando sempre alle ricostruzioni di FT, pare che la Vigilanza europea si attenda anche stavolta che la politica in Germania si mostri ostile alla fusione tra una banca tedesca e una straniera. Inoltre, Unicredit avrebbe il sentore che nel caso in cui le trattative tra le due tedesche sfociassero in un esito negativo, altre concorrenti straniere si farebbero avanti, tra cui ING, BNP Paribas e Santander.

Insomma, la partita non è nemmeno iniziata e già si fa molto interessante sotto diversi profili. Fonti vicine al dossier a Milano avrebbero riferito che Unicredit punterebbe a fondere CoBa con l’altra controllata tedesca, HypoVereinsBank (HVB), rilevata nel 2005.

L’entità che nascerebbe avrebbe sede in Germania, mentre la controllante italiana manterrebbe il suo quartier generale e la quotazione in borsa a Milano. Il piano avrebbe più senso di quello in corso di studio tra DB e CoBa. Anzitutto, perché HVB dispone di una rete di 447 filiali, concentrate perlopiù in Baviera e nel Baden-Wuerttemberg, ossia nel sud della Germania. Pertanto, le sovrapposizioni con le 1.000 filiali di CoBa sparse su tutto il territorio nazionale sarebbero minori di quelle che si avrebbero tra la rete di quest’ultima e quella di DB. E anche i business tra HVB e CoBa verrebbero valutati più compatibili tra loro, in quanto complementari.

I guai della fusione tra le due banche tedesche

Nessuna delle tre banche coinvolte ha voluto commentare le indiscrezioni, né tantomeno confermarle. Cresce certamente la pressione su DB, che da mesi cerca di uscire da una condizione finanziaria critica, attraverso la fusione con la principale banca tedesca attiva nel segmento dei finanziamenti alle imprese di medie dimensioni in Germania. DB non è ben vista né dalla politica, né dai cittadini in patria, in quanto giudicata essenzialmente come un istituto volto a fare speculazione sui mercati finanziari internazionali e di poco sostegno alla prima economia reale in Europa. Si vedano a tale proposito i numerosi capitoli legati alle vicende giudiziarie che hanno coinvolto l’istituto in Europa e in America, accusato più volte di frode ai danni del mercato, come con la manipolazione dei tassi Libor.

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Ad avere pubblicamente benedetto la fusione tra DB e CoBa era stato il ministro delle Finanze, Olaf Scholz, esponente del Partito Socialdemocratico, che negli ultimi giorni si mostra più titubante, temendo ripercussioni politiche negative per la sua formazione, quando mancano poche settimane alle elezioni europee. In effetti, due sono gli scogli che si stanno presentando già in fase di colloqui preliminari: la necessità di una maxi-iniezione di liquidità da 10 miliardi di euro per mettere a punto l’operazione; il licenziamento di fino a 30.000 dipendenti, con tutta l’opposizione già annunciata dalle sigle sindacali di categoria.

Ebbene, sul primo punto, diversi deputati al Bundestag hanno messo in guardia il governo dal contribuire pro-quota all’operazione, cosa che amplificherebbe le perdite potenziali accusate già dai contribuenti tedeschi, i quali nel 2009 hanno rilevato il 25% per 8,2 miliardi e oggi il pacchetto ancora nelle loro mani vale in borsa appena 1,4 miliardi contro i 5,1 miliardi spesi 10 anni fa.

Un’integrazione tra CoBa e Unicredit impatterebbe con ogni probabilità meno sia sui conti pubblici che sul piano occupazionale in Germania, richiedendo presumibilmente una minore iniezione di liquidità e minori licenziamenti. E questo è proprio il momento di misurare il grado di credibilità della politica tedesca, la stessa che da anni va discorrendo da nord a sud e da est ad ovest dell’Europa di libero mercato, salvo disapplicarne i principi per la Germania. Si opporrà nuovamente all’ingresso di un operatore straniero? E con quali motivazioni? Di certo, le banche italiane vengono guardate con sospetto dall’opinione pubblica tedesca, dopo anni di bombardamento mediatico sul loro presunto cattivo stato sui crediti deteriorati, nonché sulle elevate esposizioni verso il Tesoro di Roma, tramite ingenti quantità di titoli di stato iscritti a bilancio.

Politica tedesca al test sull’ipocrisia

C’è da scommetterci che questo ritornello verrà intonato da tutti gli schieramenti, quando e se Unicredit dovesse davvero presentare un’offerta per rilevare CoBa. E in qualità di azionista, nessuno potrebbe costringere il governo tedesco ad avallare l’operazione. Ma l’eventuale disapprovazione avrebbe ripercussioni più generali sui sistemi bancari nell’Eurozona. La Vigilanza avrebbe qualche difficoltà a mostrarsi così rigida con le banche italiane su Npl, bond sovrani ed eventuali nuovi interventi pubblici a loro sostegno, se Berlino confermasse di non attenersi alle regole comuni.

Del resto, tutte le Landesbanken, ad eccezione di una, sono state sottratte con criteri patrimoniali ad hoc alla vigilanza europea, così da nasconderne i bilanci (opachi).

Parliamo del cuore pulsante del credito all’industria teutonica, caratterizzato da un intreccio fitto di vasi comunicanti tra sistema politico locale e bancario. Non stupiamoci, quindi, se l’eventuale “nein” opposto a Unicredit continuasse ad essere accompagnato dall’ipocrisia di una Berlino che continuerebbe a pretendere dai partner il rispetto di regole a cui sfugge in maniera più o meno palese da anni e senza che qualcuno a Bruxelles osi farlo notare, se non sussurrandolo alla stampa dietro garanzia dell’anonimato.

Nel primo pomeriggio di oggi, le azioni Unicredit cedono l’1,56%, scendendo a 12 euro. Quelle di Coba guadagnano oltre il 3% e DB arretra anch’essa dell’1,65%. Al momento, l’italiana capitalizza in borsa più della somma tra le due tedesche e nel caso in cui riuscisse nell’intento di fondere HVB con CoBa, queste due partirebbero da una capitalizzazione complessiva di poco più di un terzo dei 26,8 miliardi di Unicredit. Ci sarebbero tutti gli ingredienti per creare un grande gruppo italo-tedesco, in cui Milano la farebbe da padrona. Difficile, però, immaginare che il governo di Berlino voglia rimanervi nel capitale, in qualità di azionista di peso di una entità controllata da un istituto tricolore. Sentiremo con ogni probabilità il rumore fastidioso delle unghie sugli specchi; saranno quelle dei politici tedeschi nel tentativo di arrampicarvisi.

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