Un’altra economia emergente entrata in crisi rischia la fine del Venezuela

L'economia sudafricana è entrata in recessione e l'aspetto più inquietante riguarda la sua agricoltura, mentre il governo prepara gli espropri delle terre ai bianchi senza indennizzo. C'è il rischio di un nuovo Venezuela.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'economia sudafricana è entrata in recessione e l'aspetto più inquietante riguarda la sua agricoltura, mentre il governo prepara gli espropri delle terre ai bianchi senza indennizzo. C'è il rischio di un nuovo Venezuela.

L’economia sudafricana si è contratta dello 0,7% nel secondo trimestre, dopo che nel primo aveva accusato già un calo del 2,6%. Di fatto, formalmente il Sudafrica è entrato in recessione per la prima volta dal 2009. Un duro colpo per il presidente Cyril Ramaphosa, che alla fine dello scorso anno aveva sostituito Jacob Zuma, avversato dal proprio stesso partito, l’African National Congress, con accuse di corruzione e incompetenza. Al suo discorso di inaugurazione aveva parlato di “nuova alba” per i sudafricani, ma forse nessuno immaginava che intendesse tra i suoi primi atti l’aumento dell’IVA al 15%. Forse anche per rinvigorire un’immagine appannatasi sin da subito, nonostante i mercati finanziari avessero accolto il suo arrivo alla presidenza in pompa magna, Ramaphosa ha rispolverato un tema sensibile e molto divisivo nel paese, vale a dire l’esproprio senza indennizzo delle terre di proprietà della minoranza bianca.

C’è un dato che preoccupa molto in quel -0,7% di calo del pil: la produzione agricola su base annua è crollata del 29,2%! Che ci siano problemi nel settore primario se ne sono accorti prima degli statistici e degli economisti gli stessi consumatori. Secondo un monitoraggio del PACSA (Pietermaritzburg Agency for Community Social Action) di 9 mesi e condotto tra il settembre dello scorso anno e il giugno del 2018, i prezzi di svariati prodotti risultano esplosi. Le patate nel periodo sono costate il 31% in più, le uova il 23% in più.

Cosa ha influito sui prezzi alimentari? Di certo, il rincaro dell’energia e l’aumento dell’IVA, arrivati nel bel mezzo di un tracollo del cambio. Quest’anno, il rand sudafricano ha perso quasi il 19%, quando ieri scambiava fino a 15,24 contro il dollaro dopo la diramazione dei dati sul pil. Se dovessimo fermarci a questi numeri, non vi sarebbe un reale allarme. Il problema è che questo tracollo della produzione agricola è arrivato ancor prima che arrivassero i timori sulle espropriazioni senza indennizzo delle terre, legati a una proposta di legge presentata dall’estrema sinistra in Parlamento alla fine di luglio e appoggiata dall’ANC. Diversi esponenti della maggioranza sostengono che sia doveroso per lo stato rendere legale la sottrazione delle terre ai bianchi senza compenso per redistribuirle ai neri, date le disparità economiche ancora esistenti tra i due gruppi e le ingiustizie subite storicamente dai secondi.

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Il rischio di una iperinflazione come nel Venezuela

Questa politica è stata seguita dallo Zimbabwe di Robert Mugabe tra la fine degli anni Novanta e gli inizi del Millennio, con conseguenze devastanti per l’economia domestica. I raccolti crollarono, essendo state 6.000 aziende agricole espropriate ai legittimi proprietari (bianchi) e consegnate alla maggioranza nera, perlopiù senza competenze gestionali specifiche. Da “granaio dell’Africa”, il paese si ridusse in uno stato di carenza diffusa di cibo, con i prezzi dei generi alimentari che esplosero, degenerando in iperinflazione. Questo scenario rischia di attecchire in Sudafrica, quando già adesso si registrano avvisaglie di una crisi da non sottovalutare. Questa estate, ad esempio, diversi debiti delle aziende agricole non sarebbero stati rifinanziati, visto che molti proprietari terrieri non sanno che fine faranno le loro aziende. Si teme che non vengano onorati nemmeno i debiti ancora in corso. Perché mai chi ritiene che verrà espropriato senza indennizzo dal governo dovrebbe continuare a pagare i prestiti ricevuti dalle banche?

Nelle scorse settimane, si è già registrato qualche caso di esproprio, seppure non senza indennizzo, bensì ridotto del 90% rispetto al valore di mercato delle aziende sottratte. Il rischio di un razzismo al contrario, perpetrato stavolta ai danni della minoranza bianca, ha attirato le attenzioni della Casa Bianca, con il presidente Donald Trump ad avere twittato contro le misure allo studio di Pretoria, il cui governo ha reagito stizzito. Se il Sudafrica passasse dalle parole ai fatti, dovremmo mettere in conto la fuga dei capitali stranieri per il timore di simili misure contro gli investitori finanziari stranieri o domestici bianchi (già indetto uno sciopero dei sindacati per protestare contro un piano azionario che mira ad assegnare i titoli ai soli dipendenti neri). Ciò farebbe innalzare i prezzi dei beni importati, che unitamente all’ulteriore crollo prevedibile della produzione agricola interna esploderebbero, trascinando l’economia in una condizione di stagflazione, con annessa potenziale deriva venezuelana di questi mesi.

Una cosa è certa, cioè che un’altra economia emergente sia entrata in crisi e che la sua valuta rischia di essere la prossima vittima sui mercati, dopo lira turca e peso argentino, insieme alla rupia indiana. Un altro motivo per prevedere che da qui a breve la corsa del dollaro entrerà nei radar di tutte le principali banche centrali, compresa la Federal Reserve. E l’amministrazione Trump non potrebbe essere più contenta che il mondo la implori di indebolire il cambio.

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