Una nuova crisi finanziaria provocata dal super-dollaro e dalla stretta USA?

Una nuova crisi finanziaria potrebbe esplodere con l'avvio della stretta monetaria negli USA, dopo anni di liquidità abbondante e a bassissimo costo. Sotto i riflettori il rafforzamento del dollaro.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Una nuova crisi finanziaria potrebbe esplodere con l'avvio della stretta monetaria negli USA, dopo anni di liquidità abbondante e a bassissimo costo. Sotto i riflettori il rafforzamento del dollaro.

Dallo scoppio della crisi finanziaria del 2008, le banche centrali del pianeta più importanti hanno allentato le rispettive politiche monetarie, tagliando i tassi e iniettando liquidità sui mercati per sostenere i prezzi, compresi anche quelli delle azioni e delle obbligazioni. In particolare, la Federal Reserve ha azzerato i tassi negli USA e ha iniettato dollari per oltre 3.400 miliardi da allora ad oggi, portando il suo bilancio a circa 4.200 miliardi. Si calcola che solo per mantenere stabili i corsi azionari, oggi servirebbero tra i 200 e i 250 miliardi di dollari di maggiore liquidità ogni trimestre, ma quel che sta accadendo è che la Fed ha cessato da 6 mesi il piano degli stimoli monetari, noto anche come “quantitative easing” e al più tardi a settembre avvierà la stretta monetaria con il primo rialzo dei tassi dopo 9 anni in America.   APPROFONDISCI – Tassi USA, altri segnali che la stretta monetaria della Fed sarà prudente   Se è vero che dovrebbe attuare una strategia passiva per la gestione del suo immenso bilancio, evitando di rinnovare i titoli alla scadenza, dopo una fase di ulteriore consolidamento dell’economia americana, è indubbio come le condizioni finanziarie saranno sempre meno accomodanti, anche se le banche centrali dell’Eurozona e del Giappone continueranno ad aumentare la liquidità sui mercati con i rispettivi QE. La differenza sostanziale con il QE americano, infatti, è che non saranno immessi sul mercato dollari, bensì euro e yen. E’ accaduto, però, che con l’azzeramento dei tassi nelle principali economie mondiali, i mercati emergenti ne abbiano approfittato negli ultimi anni, rifinanziandosi a costi contenuti e in valuta straniera, confidando nel rafforzamento delle loro valute. Si stima, ad esempio, che alla fine di settembre del 2014 risultavano effettuati prestiti in dollari fuori dagli USA per 9.200 miliardi e che le economie emergenti abbiano preso a prestiti 5.700 miliardi di dollari, di cui l’80% denominato proprio nella divisa americana.   APPROFONDISCI – Banca Mondiale: da tapering rischi finanziari per economie emergenti  

Rischio super-dollaro?

Ora che i biglietti verdi in circolazione iniziano a diminuire, anche per l’effetto del forte calo dei prezzi delle materie prime, che si vendono in dollari, il valore di questi ultimi tende a salire, frenato solamente dalle comunicazioni ambigue della Fed in tema di tempistica sui tassi. Non è casuale che al solo pensiero che la Fed procederà prima o poi a una stretta e che le altre banche centrali resteranno ultra-accomodanti, il dollaro abbia guadagnato negli ultimi 12 mesi intorno al 20% contro le principali valute. Ma se il dollaro è sempre più forte, le economie emergenti indebitatesi in valuta straniera e che subiscono in alcuni casi anche l’effetto negativo del crollo dei prezzi delle materie prime, si troveranno sempre più in difficoltà nel rimborsare i prestiti. E più a lungo dovessero restare basse, in particolare, le quotazioni del petrolio, maggiori potrebbero essere gli effetti negativi sui debitori, anche se con il tempo, la minore domanda di dollari per il pagamento del greggio e delle altre commodities impatterebbe negativamente sul cambio, allentando la tensione rialzista sulla valuta americana. Non rappresenta un precedente positivo quello del 1997-’98, quando la stretta monetaria negli USA coincise con una ripresa del dollaro e un calo delle quotazioni petrolifere, ma provocò la crisi delle economie asiatiche, tanto che la Russia dichiarò default nel 1999.   APPROFONDISCI – Tassi USA: la Fed teme il super-dollaro, ma la stretta a giugno resta probabile  

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Argomenti: economie emergenti, Fed