Una guerra tra Iran e Arabia Saudita distruggerebbe l’economia mondiale

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha avvertito che una guerra con l'Iran avrebbe effetti disastrosi sull'economia mondiale. Ecco a quali conseguenze porterebbe, attraverso la crisi del petrolio.

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Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha avvertito che una guerra con l'Iran avrebbe effetti disastrosi sull'economia mondiale. Ecco a quali conseguenze porterebbe, attraverso la crisi del petrolio.

Partecipando al programma americano “Sixty Minutes” di domenica scorsa, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman è intervenuto sui recenti attacchi dell’Iran a uno dei siti estratti di petrolio di Aramco, che ha arrestato temporaneamente la produzione di 5,7 milioni di barili al giorno, oltre il 5% dell’offerta globale.

Ha dichiarato che “nel caso di guerra tra Arabia Saudita e Iran, l’economia mondiale crollerebbe”, aggiungendo che dallo Stretto di Hormuz transita il 20% del greggio del pianeta e che l’area vale il 4% del pil mondiale. Per questo, ha spiegato di preferire “soluzioni pacifiche” a quelle belliche. Parole, di cui non si capisce del tutto il senso, se abbiano una valenza distensiva per il Golfo Persico o siano indirizzate alla Casa Bianca, perché prenda di petto la situazione e colpisca l’Iran prima che sia troppo tardi.

Esplode il petrolio sugli attacchi dell’Iran agli impianti sauditi

Quando Riad comunicò alla metà di settembre che quasi la metà della sua produzione fosse stata intaccata, pur temporaneamente, la reazione dei mercati alla riapertura del lunedì seguente fu forte: +20% per le quotazioni del Brent, in un attimo esplose da 60 a 72 dollari al barile. Tuttavia, grazie alle rassicurazioni sia degli stessi sauditi sui tempi della riattivazione dell’impianto di Abqaiq e ai toni distesi del presidente Donald Trump sull’Iran, già il giorno seguente ripiegavano sotto i 64 dollari. Ma cosa sarebbe successo se gli attacchi di Teheran via droni avessero danneggiato le estrazioni saudite per un periodo prolungato, vale a dire di svariati mesi?

Rischi di conflitto ampio nel Golfo Persico

Far venir meno più del 5% dell’offerta dal mercato avrebbe conseguenze d’impatto assai visibili, anche perché è naturale ipotizzare che in uno scenario del genere scoppierebbe un conflitto armato tra le due potenze del Golfo Persico, potenzialmente coinvolgendo anche alleati di Riad, come gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e il Kuwait. A quel punto, non sarebbero più solo i 5-6 milioni di barili al giorno a svanire, bensì 7-8 o forse 9-10 milioni, considerando sia le estrazioni saudite che quelle iraniane, oltre che dei rispettivi alleati dell’area.

Una catastrofe mondiale, che manderebbe alle stelle i prezzi del greggio. Fino a quale livello? Impossibile fare previsioni, anche perché la reazione del mercato sarebbe, anzitutto, psicologica. Diciamo che non sarebbe difficile immaginare quotazioni ben oltre i 100 dollari, chissà se superiori ai record storici del 2008, quando arrivarono a 146 dollari per il Brent.

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D’altra parte, le economie importatrici non se ne starebbero con le mani in mano. Gli USA dispongono di Riserve Petrolifere Strategiche per 645 milioni di barili e che Trump ha ordinato a settembre di utilizzare nel caso di bisogno. Considerate le importazioni nette americane, pari a quasi 7 milioni di barili al giorno, risulterebbero sufficienti per circa tre mesi, ammesso che fossero sospesi del tutto gli acquisti dall’estero. La Cina farebbe altrettanto, sebbene non se ne conosca l’entità delle riserve. L’India avrebbe almeno 60 giorni di petrolio a disposizione per casi simili, il Giappone altri 300 milioni di barili tra le sue riserve, qualcosa come circa 3 mesi di importazioni. Nel complesso, l’utilizzo delle riserve, magari coordinato tra le principali economie mondiali, ridurrebbe di molto la domanda giornaliera, potenzialmente colmando la carenza dell’offerta e spegnendo l’incendio sui mercati in poche sedute.

Questo, a patto che un’eventuale crisi geopolitica non rendesse duraturo il tracollo delle estrazioni. A quel punto, sarebbe necessario che i principali produttori concorrenti si facessero carico di aumentare la loro offerta. Le compagnie americane non si farebbero problemi, quando già ogni offrono 12,5 milioni di barili al giorno. Lo stesso dicasi di quelle russe, complessivamente a quota 10,8 milioni per via del taglio dell’offerta dell’OPEC, a cui Mosca ha aderito dall’esterno. Ma non è immaginabile che riescano a colmare il “gap” in poco tempo, necessitando verosimilmente di mesi o anni, pur stimolate dall’aumento dei prezzi, cioè dalla prospettiva di maggiori ricavi e utili.

Crisi mondiale e prezzi giù

Infine, il boom dei prezzi, se fosse duraturo, avrebbe effetti depressivi sulla domanda, mandando i consumi energetici a picco presso le economie importatrici.

Con il tempo, ciò finirebbe per sgonfiare gli stessi prezzi, ma in conseguenza di una crisi potenzialmente severa in regioni come Europa e Asia, in particolare. Si pensi alle due crisi petrolifere negli anni Settanta, quando le quotazioni esplosero, mandando Europa e Nord America in stagflazione e rendendo necessario negli anni successivi il varo di strette monetarie pesanti per i debitori privati e pubblici, oltre che per i consumi interni. E anche stavolta le principali banche centrali alzerebbero i tassi, malgrado condizioni di partenza delle rispettive economie poco soddisfacenti, finendo per accentuarne la stagnazione in Europa e Giappone.

Chiaramente, più dovesse allargarsi la mappa della crisi geopolitica e maggiori i contraccolpi sui mercati. In fondo, sembra che l’Iran abbia voluto inviare ai sauditi e, soprattutto, agli americani un messaggio assai chiaro: “questo è solo un pallido assaggio di cosa accadrebbe se mi attaccaste”, al contempo facendo pressione sulla Casa Bianca per ammorbidire le sanzioni contro le proprie esportazioni petrolifere sui timori di Trump che l’escalation diplomatica finisca per fargli perdere il controllo della situazione, impennando il costo del greggio e allontanando l’allentamento monetario tanto preteso dalla Federal Reserve da una parte e avvicinando la recessione dell’economia americana dall’altra.

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