Una cura per l’Economia

Da Project Syndicate il Nobel Joseph Stiglitz formula una diagnosi alla quale dovrebbe far seguito la corretta terapia, e il problema di fondo è la domanda.

di Carmen Gallus, curatrice Dall'Estero, pubblicato il
Da Project Syndicate il Nobel Joseph Stiglitz formula una diagnosi alla quale dovrebbe far seguito la corretta terapia, e il problema di fondo è la domanda.

Joseph E. Stiglitz,  NEW YORK – Visto che ancora persiste la depressione economica cominciata nel 2007, la domanda che tutti si pongono è ovvia: Perché? Senza una migliore comprensione delle cause della crisi, non possiamo mettere in atto una strategia di ripresa efficace. E finora non abbiamo né l’una né l’altra.

CRISI ECONOMICA 2011 – Ci era stato detto che questa era una crisi finanziaria, così i governi delle due sponde dell’Atlantico si sono concentrati sulle banche. Le politiche di incentivazione venivano spacciate come un palliativo temporaneo, necessario a compensare il gap fino a quando il settore finanziario non si fosse ripreso ed il credito privato non fosse ricominciato. Ma, mentre redditività e bonus bancari si sono ristabiliti, il credito non è in ripresa, nonostante tassi di interesse a lungo e breve termine incredibilmente bassi.

Le banche si lamentano che il credito resta limitato dall’inaffidabilità di chi dovrebbe prendere a prestito, dovuta all’economia malata. E i dati di settore indicano che almeno in parte hanno ragione. Del resto, le grandi società sono adagiate su enormi quantità di dollari in contanti, dunque non è il denaro liquido che impedisce loro di impegnarsi in nuovi investimenti e nuovi posti di lavoro. Alcune piccole imprese, forse molte di loro, sono tuttavia in una posizione molto diversa; a corto di fondi, non possono espandersi, e molte sono costrette a contrarsi.

Ma nonostante tutto, complessivamente, gli investimenti in attività economiche –escluso il settore edilizio sono tornati a rappresentare il 10% del PIL (dal 10.6% ante crisi). Con una capacità produttiva del settore immobiliare così in eccesso, non si potrà riportare presto la fiducia del mercato ai suoi livelli ante- crisi, malgrado tutto quello che viene fatto per le banche.

L’imperdonabile avventatezza del settore finanziario, lasciato a briglia sciolta da una folle deregolamentazione, è stata l’ovvia ragione del precipitare della crisi. L’eredità lasciataci (l’eccessiva capacità produttiva del settore immobiliare e la sovraesposizione delle famiglie) rende la ripresa molto più difficile.

Ma l’economia era molto malata anche prima della crisi; la bolla immobiliare ha malamente mascherato la sua debolezza. Senza il consumo sostenuto dalla bolla finanziaria, ci sarebbe stato un crollo massiccio della domanda aggregata. Invece, il tasso di risparmio individuale è caduto bruscamente all’1%, e l’80% degli americani con i redditi più bassi stava spendendo, ogni anno, circa il 110% della loro disponibilità. Anche se il settore finanziario si fosse pianamente ristabilito e questi americani dissoluti non avessero imparato l’importanza del risparmio, i loro consumi sarebbero limitati al 100% del loro reddito. Dunque tutti quelli che parlano del “ritorno” del consumatore –anche dopo il riequilibrio del loro indebitamento- vive in un mondo fantasioso.

CRISI ECONOMICA CAUSE – Aggiustare il settore finanziario era necessario per la ripresa economica ma è ben lungi dall’essere sufficiente. Per capire cosa è necessario fare, bisogna ben comprendere i problemi dell’economia preesistenti al colpo della crisi.

In primo luogo, l’America e il mondo intero erano vittime del loro stesso successo. I repentini aumenti della produttività avevano superato la crescita della domanda, il che ha significato la diminuzione dell’occupazione nel settore industriale. Il lavoro ha dovuto spostarsi verso i servizi.

Il problema è analogo a quello sorto all’inizio del ventesimo secolo, quando la rapida crescita della produttività in agricoltura costrinse il lavoro a spostarsi dalle aree rurali verso i centri urbani industriali. Con la diminuzione del reddito agricolo oltre il 50% dal 1929 al 1932,ci si sarebbe potuto aspettare una migrazione di massa. Ma i lavoratori erano “intrappolati” nel settore rurale: non avevano le risorse per trasferirsi, ed i loro redditi in calo indebolirono tanto la domanda aggregata da far salire alle stelle la disoccupazione nelle aree urbane/industriali.

In America e in Europa, la necessità che il lavoro si allontani dalla produzione industriale è rafforzata dal vantaggio comparato dello spostamento: non solo il numero complessivo dei posti di lavoro nel settore industriale è limitato a livello mondiale, ma una parte sempre minore di questo tipo di impieghi sarà su base locale.

La globalizzazione è stata una, ma solo una, delle cause che hanno contribuito al secondo problema chiave –la crescente diseguaglianza. Lo spostamento del reddito da coloro che lo spenderebbero verso chi non ha intenzione di farlo abbassa la domanda aggregata. Per la stessa ragione, il forte rialzo dei prezzi energetici ha spostato il potere di acquisto dagli Stati Uniti ed Europa verso i paesi esportatori di petrolio, che, riconoscendo la forte instabilità dei prezzi dell’energia, giustamente hanno risparmiato gran parte del ricavato da questo settore.

L’ultima questione che contribuisce ad indebolire la domanda aggregata globale è stata l’intensa accumulazione di riserve di valuta straniera da parte dei mercati emergenti –in parte motivata dalla cattiva gestione della crisi est-asiatica del 1997-98 da parte del Fondo Monetario Internazionale e dal dipartimento del Tesoro americano. I paesi hanno capito che senza riserve rischiavano di perdere la loro sovranità economica. Molti hanno detto “Mai più”. Ma se da una parte l’accumulazione di riserve di valuta –al momento attorno ai 7.6 mila miliardi di dollari nei paesi emergenti ed in via di sviluppo- li ha salvaguardati, dall’altra il denaro accumulato è stato denaro non speso.

A che punto siamo oggi nel fronteggiare tali questioni fondamentali? Se per cominciare prendiamo in considerazione l’ultimo, quei paesi che hanno accumulato grandi quantità di valuta sono stati in grado di superare meglio la crisi economica, cosicché l’incentivo ad accumulare valuta è ancora più forte.

Allo stesso modo, se le banche hanno recuperato i loro bonus, i lavoratori vedono i loro salari in erosione e le ore di lavoro in diminuzione, con un ulteriore ampliamento della divaricazione dei redditi. E ancora, gli Stati Uniti non si sono liberati dalla loro dipendenza dal petrolio. Con i prezzi del petrolio questa estate di nuovo sopra i 100 dollari al barile – e tuttora alti- il denaro è ancora una volta trasferito verso i paesi esportatori di petrolio. E la trasformazione strutturale delle economie avanzate, legata alla necessità di spostare il lavoro fuori dai settori industriali tradizionali, avviene molto lentamente.

Il governo gioca un ruolo di primo piano nel finanziamento dei servizi che la gente vuole, come il settore educativo e sanitario. Ed in particolare il finanziamento pubblico del settore educativo e formativo sarà cruciale perché in Europa e negli Stati Uniti si torni ad essere competitivi. Ma entrambi i paesi hanno scelto l’austerità fiscale, assicurandosi in pratica che la transizione delle loro economie avvenga lentamente.

La ricetta per curare quanto affligge l’economia globale deriva direttamente dalla diagnosi: forte spesa pubblica, indirizzata all’agevolazione della ristrutturazione, alla promozione del risparmio energetico, alla riduzione delle disuguaglianze, ed una riforma del sistema finanziario mondiale che costruisca un alternativa all’accumulazione di riserve di valuta.

Alla fine i leader mondiali –e gli elettori che li votano- arriveranno a capire tutto ciò. Dato che le speranze di crescita continuano ad indebolirsi, non avranno scelta. Ma quante sofferenze si dovranno sopportare nel frattempo?

Joseph E. Stiglitz è professore universitario alla Columbia University, premio Nobel per l’Economia, ed autore di Freefall: Free Markets and the Sinking of the Global Economy.

 

Articolo originale: To Cure the Economy

Traduzione di Roberta Ziparo

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