Il successore di Draghi alla BCE sarà il migliore amico di Trump?

Un tedesco a capo della BCE piacerebbe all'amministrazione Trump. In gioco ci sono gli equilibri sui mercati valutari.

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Un tedesco a capo della BCE piacerebbe all'amministrazione Trump. In gioco ci sono gli equilibri sui mercati valutari.

Il mandato di Mario Draghi a governatore della BCE durerà ancora fino alla fine di ottobre del 2019, ma da tempo si scaldano i preparativi per deciderne il successore. Era l’inizio del 2016, quando dal governo di Berlino trapelarono alcuni commenti, secondo i quali dopo Draghi a capo dell’istituto dovrà esserci un tedesco. L’attenzione si spostò tutta sul governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, classe 1968, attualmente principale oppositore della linea di accomodamento monetario adottata da Francoforte.

L’uomo non ha mai nascosto la sua contrarietà, in particolare, al “quantitative easing”, sostenendo che l’acquisto degli assets da parte della BCE incentiverebbe azioni di azzardo morale da parte dei governi dell’Eurozona, allontanando la realizzazione delle riforme economiche. (Leggi anche: Successore di Draghi sarà tedesco, Bundesbank pronta)

Pochi giorni fa, dalla Germania, Weidmann ha difeso la politica monetaria di Draghi, definendola “appropriata”, anche se ha ribadito la necessità che vengano quanto prima ritirati gli stimoli monetari. Fece scalpore alcuni mesi fa, quando dinnanzi agli attacchi da parte del governo tedesco contro i tassi zero dell’istituto, i quali sottrarrebbero ricchezza ai risparmiatori del paese, egli sostenne la linea ufficiale di Francoforte, chiarendo come i risparmiatori siano anche lavoratori e proprietari di immobili e per cui non sarebbe automatico desumere conseguenze soltanto negative da una politica di bassi tassi.

La prospettiva che Weidmann possa succedere a Draghi tra meno di due anni e mezzo si fa sempre più concreta, specie perché la Germania non ha mai avuto la guida dell’istituto, nelle mani prima dell’olandese Wim Deusenberg, successivamente del francese Jean-Claude Trichet e dal novembre 2011 dell’italiano. Il grande ostacolo sul cammino della designazione a prossimo governatore per il tedesco è la sua scarsa capacità dimostrata di creare consenso nel board attorno alle sue proposte.

Un tedesco alla BCE piacerebbe a Trump

In ogni caso, un Weidmann governatore della BCE sarebbe un’ottima notizia per gli USA di Donald Trump, nonostante il presidente americano abbia in scarsissima simpatia i tedeschi, specie se a capo di una qualche istituzione internazionale.

L’attuale numero uno della Bundesbank, infatti, sarebbe un sostenitore della normalizzazione della politica monetaria e accelererebbe il percorso verso il rialzo dei tassi nell’Eurozona, mentre da qui alla sua eventuale nomina dovrebbe già trovarsi del tutto cessati gli stimoli.

Musica per le orecchie di Trump, che vorrebbe un cambio euro-dollaro più forte e la fine delle politiche ultra-espansive nell’Eurozona. Un tedesco potrebbe, quindi, distendere i rapporti tra Washington e Bruxelles, tesi proprio per l’attacco dell’amministrazione americana contro i surplus commerciali giganteschi della Germania. Certo, non che il semplice cambio di guardia tra Draghi e Weidmann porterebbe a un repentino sconvolgimento della politica monetaria di Francoforte, ma è indubbio che Weidmann sarebbe maggiormente concentrato nel minimizzare i rischi di inflazione futura e nel non distorcere i mercati finanziari con quella che egli stesso ebbe a definire “droga”. (Leggi anche: Trump contro euro debole della Germania)

Cambio euro-dollaro si rafforzerebbe

Con Weidmann alla presidenza, scordiamoci la parità euro-dollaro e iniziamo, invece, a prepararci al ritorno verso quote più prossime a 1,50. D’altra parte, la principale economia dell’area, la Germania, sarebbe oggi in grado di sostenere un cambio contro il dollaro fino a ridosso di 2 e il tedesco sposterebbe l’attenzione sul rischio che i paesi nordici dell’Eurozona siano attraversati da bolle finanziarie e del credito, essendo l’attuale livello dei tassi troppo basso rispetto ai loro fondamentali.

L’America potrebbe confidare sul principale cross valutario del pianeta, quello tra euro e dollaro, più forte, cosa che renderebbe più competitiva l’economia USA verso quella dell’Eurozona. La divergenza monetaria tra Fed e BCE si ridurrebbe e probabilmente anche con le altre principali banche centrali. E chissà che questo scenario non si realizzi prematuramente, nel caso Draghi fosse chiamato a Roma a guidare l’ennesimo governo tecnico, a seguito di elezioni politiche potenzialmente inconcludenti. Se così fosse, già tra un anno potremmo assistere al cambio della guardia a Francoforte e Trump avrebbe due anni pieni per sfruttare al meglio l’accelerata normalizzazione monetaria nell’Eurozona, prima che finisca il suo mandato.

(Leggi anche: Draghi premier, perché Renzi rischia di finire male)

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