‘Un governo Renzi-Berlusconi potrebbe innescare una rivolta sociale simile a quella del 1968’: l’analisi e il ruolo del Sud

L'Italia verso la rivolta sociale, secondo il politologo Galli, se ci sarà un nuovo governo Renzi-Berlusconi. Analisi e dubbi.

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L'Italia verso la rivolta sociale, secondo il politologo Galli, se ci sarà un nuovo governo Renzi-Berlusconi. Analisi e dubbi.

Al di là della questione delle elezioni anticipate, l’elemento davvero decisivo è la legge elettorale, sul modello tedesco (seppur necessariamente modificato), che porterebbe in Parlamento (con ogni probabilità) soltanto quattro forze: PD, Forza Italia, Lega Nord e M5S. Il ritorno al proporzionale, per così dire, creerebbe una situazione molto complessa, in quanto occorrerebbe necessariamente un’alleanza tra due forze – alleanza che, però, potrebbe non assicurare una ‘facile’ governabilità con una maggioranza molto risicata e opposizioni molto forti. Lo scenario più probabile è un’alleanza tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi e su questo punto è intervenuto Giorgio Galli, politologo tra i più importanti in Italia, il quale sottolinea alcune possibili somiglianze tra la situazione italiana negli anni precedenti il 1968 e l’odierna. Con possibilità di rivolta sociale.

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Il governo Renzi-Berlusconi consegnerà l’Italia alla rivolta sociale?

Il governo Renzi-Berlusconi, secondo Galli, rappresenterebbe un ritorno della linea dorotea della vecchia Democrazia Cristiana. Matteo Renzi, dopo la confitta alla referendum, non ha più nulla da dire e non rappresenta più il riformismo dal volto nuovo, mentre Berlusconi sarebbe d’accordo a un Nazareno-bis, con l’ex allievo che lo ha tradito già una volta, soltanto per salvare nuovamente le sue aziende (il caso Bollorè, per intenderci). Giorgio Galli la dice con molta chiarezza: non c’è alcun vero patto di governo per l’Italia, dietro questi ‘possibili’ accordi. Renzi-Berlusconi sarebbero una nuova DC, ma a differenza del partito che ha dominato l’Italia per quasi mezzo secolo, adesso non c’è più la possibilità di espandere la spesa pubblica (e il debito), date le regole di Bruxelles, dunque il consenso sarà molto difficile da mantenere.

In questo senso, con un governo debole (perché anche con un’alleanza la maggioranza sarebbe risicata e le opposizioni – Lega Nord e M5S – molto agguerrite), lo spettro di una rivolta sociale non sarebbe così lontano.

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Verso un nuovo 1968? L’analisi di Giorgio Galli

Secondo Galli, l’Italia potrebbe andare in contro a un nuovo periodo di conflittualità sociale, così come fu il 1968. Le similitudini sarebbero parecchie: innanzitutto, la situazione economica stagnante con un forte senso di rassegnazione e adattamento; in secondo luogo, la situazione di politica internazionale molto fragile e problematica, con alleanze fluide e mancanza di veri centri di potere. In più – e questo, a nostro avviso, potrebbe essere la motivazione più importante (anche se differenzia il tutto dal 1968, quando si era ancora in fase espansiva) – la ricchezza accumulata dalle generazioni precedenti (e che le nuove stanno ‘spendendo’) sta finendo e allora il disagio sociale diverrà reale e forte. Certo, il 1968 rappresentò una rivoluzione che fu allo stesso tempo civile e sociale; adesso, la sensazione è differente: all’epoca si era ancora in una fase espansiva del capitalismo (interrotta poi dalla crisi degli anni ’70), mentre adesso ci troviamo in una fase di crisi, più strutturale che contingente, con scenari futuri imprevedibili (a livello globale).

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La rivolta sociale partirà dal Meridione d’Italia?

La rivolta sociale potrebbe partire dal Sud, secondo Giorgio Galli. Il referendum che ha sancito la sconfitta di Matteo Renzi ha visto il ‘NO’ dominare proprio nelle regioni meridionali. La rassegnazione può trasformarsi rapidamente in movimento di rivolta sociale, anche se le dinamiche, ovviamente, sono imprevedibili. L’imprevedibilità è data anche dall’estinzione della sinistra che non ha la forza e le caratteristiche per mettersi alla guida (e incanalare in maniera democratica) un possibile movimento di rivolta. La situazione italiana nel 2017 è decisamente differente da quella del 1968, quando la destra era debolissima e il PCI era molto forte (circa il 25%); ora, ci troviamo a parti invertite, con una destra sempre più radicale e con un buon impatto sull’elettorato (la Lega Nord è data al 13%, mentre FdI sotto il 5%), e una sinistra sotto il 5%. Insomma, un governo democristiano Renzi-Berlusconi potrebbe davvero far scoppiare una ‘rivolta’: non è detto, però, che possa essere ‘progressista’ come quella del 1968 o piuttosto di tipologia differente e ‘reazionaria’.

Lega Nord e M5S seguono con estrema attenzione.

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