SOCIAL MEDIA E INTERNET, ECONOMIA USA

Giovane ex dipendente Google potrebbe piegare il gigante delle ricerche online

Google rischia di perdere la causa legale contro l'ingegnere licenziato per il documento tacciato di "sessismo". Ecco perché e vediamo cosa realmente ha scritto il giovane nelle 10 pagine pubblicate.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Google rischia di perdere la causa legale contro l'ingegnere licenziato per il documento tacciato di "sessismo". Ecco perché e vediamo cosa realmente ha scritto il giovane nelle 10 pagine pubblicate.

E’ stata una settimana mediaticamente molto pesante per il colosso americano delle ricerche online. Google ha licenziato un suo giovane senior software engineer di 28 anni, tale James Damore, reo di avere condiviso con i colleghi alcune sue vedute sulla diversità tra uomo e donna nel campo della tecnologia. Tacciato di sessismo, è stato mandato a casa non appena il memo è diventato virale in rete. Adesso, l’uomo sta tentando causa contro il gigante della Silicon Valley e stando ad alcuni esperti avvocati americani, avrebbe pure ottime probabilità di vincerla.

Ma facciamo un passo indietro. Dicevamo che Damore aveva pubblicato un memo “sessista”. In realtà, non è affatto così. Il giovane aveva sostenuto in un documento di 10 pagine e composto da circa 3.300 parole la necessità di non perseguire politiche di integrazione basate sul sesso o altri criteri in favore delle minoranze, notando come alla base della minore occupazione delle donne tra le aziende tecnologiche vi sarebbero “differenze biologiche”, che le porterebbero ad essere meno interessate ad avere a che fare con oggetti inanimati. (Leggi anche: Google licenzia ingegnere “sessista”, ma su Silicon Valley accesi fari giustizia USA)

Le tesi dell’ingegnere licenziato

Una teoria discutibile, pare smentita da ricerche scientifiche sul tema, ma il punto è un altro: Damore non aveva proposto di discriminare le donne o altre minoranze in Google, bensì di perseguire politiche del lavoro basate sul riconoscimento delle individualità, non già nell’associare a una persona caratteri di gruppo e suddividendo così i lavoratori in “tribù”. Proprio nelle sue conclusioni, l’ingegnere scriveva quanto segue: Non appena iniziamo a moralizzare un tema, smettiamo di pensare in termini di benefici e costi e respingiamo chi la pensa diversamente, lo puniamo duramente, percependolo come “cattivo”, al fine di tutelare la “vittima”.

Di seguito, altri tre piccoli paragrafi intitolati “Basta discriminare i conservatori”, in cui tra l’altro si riconosce il valore della diversità dei punti di vista, aggiungendo che in ambienti fortemente progressisti, i conservatori tendono a starsene in disparte, per evitare l’aperta ostilità (dei colleghi).

Il suggerimento di Damore a Google e condiviso con numerosi colleghi, molti dei quali avrebbero supportato la sua idea, è stato questo: basta politiche del lavoro che inseguano valori progressisti; la diversità può essere promossa ugualmente, puntando sulle individualità, non sulle assunzioni sulla base di caratteri specifici (razza, provenienza geografica, sesso, etc.).

Ma Damore è stato vittima del clima estremamente “politically correct”, che regna incontrastato alla Silicon Valley, dove la giustizia USA ha da tempo acceso i fari su possibili numerosi casi di discriminazione retributiva ai danni delle donne, Google compresa, ma in cui non risulta possibile all’esterno fornire un’immagine di società anche solo titubanti rispetto ai valori progressisti. Almeno di facciata, tutti, tra dipendenti e manager, devono fingere di condividere linguaggio e misure che vadano nella direzione dell’assoluta eguaglianza tra i lavoratori, indipendentemente da razza, sesso, religione e altri caratteri sensibili. (Leggi anche: Guerra Commissione UE contro Silicon Valley)

Cosa dice il codice del lavoro USA

Dicevamo, però, che Damore avrebbe elevate probabilità di vincere la causa legale contro Google. Il perché lo spiegherebbe la Sezione 8 (a) (1) del “National Labor Relations Act”, il codice del lavoro americano sulle relazioni sindacali, laddove recita che “E’ pratica del lavoro ingiusta per l’azienda interferire, restringere o obbligare i lavoratori nell’esercizio dei diritti garantiti dalla sezione 7”. In questa sezione 7 si tutelano sostanzialmente i diritti sindacali, ovvero quelli di auto-organizzarsi, di formare, aderire o assistere organizzazioni lavorative, di negoziare tramite rappresentanti o individualmente, nonché di impegnarsi in attività concertate allo scopo di negoziare collettivamente, per l’aiuto reciproco e la protezione, etc.

Ora, Damore potrà eccepire dinnanzi al giudice di essere stato discriminato per avere esternato una propria idea. Aldilà del fatto che avrebbe buone argomentazioni per spiegare che il contenuto del suo documento non fosse di natura sessista, non è nemmeno questo il punto, perché l’azienda lo avrebbe licenziato per avere utilizzato la bacheca interna per pubblicare una propria opinione sulle politiche del lavoro, per cui sarebbe stato vittima di una discriminazione, in qualità di esponente di una cultura conservatrice, pur essendosi limitato a invitare i vertici di Google a non inseguire le mode progressiste e a concentrarsi sulle individualità dei lavoratori.

Un caso legale controverso

Chiariamo un punto: le idee di Damore possono essere o meno condivisibili. Si potrebbe eccepire, ad esempio, che uno dei modi che la società americana ha utilizzato nei decenni scorsi per lottare contro le disuguaglianze ai danni delle minoranze è stato proprio quello di istituire quote nelle assunzioni pubbliche, ovvero di riservare posti di lavoro in favore dei neri, in particolare, in modo da sradicare svantaggi storici assodati.

Se Damore avesse inneggiato alla discriminazione contro le donne o altre minoranze, vi sarebbero stati forse gli estremi per licenziarlo “ad nutum”, non fosse altro perché Google avrebbe potuto sbattergli in faccia la carta dei valori della società, fondata sul riconoscimento e la promozione della diversità. Così non è stato e probabilmente Google ha commesso un passo falso, pur essendosi mostrata all’esterno un’azienda che tiene a cuore gli interessi e i diritti delle minoranze.

Il caso potrebbe arrivare alla Corte Suprema Federale, che ha attualmente tendenze conservatrici. Un paradosso politico-giudiziario starebbe per scatenarsi, nel caso in cui la giustizia USA desse ragione a Damore e questi vincesse la causa contro Google per licenziamento ingiustificato, segnando un punto in favore dei conservatori americani, pur essendo teoricamente il caso un possibile cavallo di battaglia della sinistra, che storicamente si batte per tutelare i lavoratori contro i licenziamenti discriminatori. (Leggi anche: Disparità di genere al lavoro? Donne islandesi scioperano)

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Argomenti: Social media e internet, Economia USA

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