Un anno di Macron all’Eliseo, tra passi avanti e stessi problemi per Francia ed Europa

Un anno fa veniva eletto presidente della Francia Emmanuel Macron. Ripercorriamo questi primi 365 all'Eliseo, che hanno riservato più di una sorpresa.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Un anno fa veniva eletto presidente della Francia Emmanuel Macron. Ripercorriamo questi primi 365 all'Eliseo, che hanno riservato più di una sorpresa.

E’ passato un anno dall’elezione di Emmanuel Macron a presidente della Francia. Il 7 maggio 2017, l’ex ministro dell’Economia vinceva a mani basse il ballottaggio contro Marine Le Pen, la dama nera della politica transalpina, trafitta dai due terzi dei suoi concittadini, che non se la sono sentiti di affidarle l’incarico di capo di stato in chiave anti-europeista e per portare Parigi fuori dall’euro. Il successo di Macron appariva scontato e al tempo stesso sin da subito fragile, basandosi in molti casi non sulla convinzione, bensì sull’assenza di alternative credibili. E ad un anno dalla sua vittoria, il nodo rimane. Ripercorriamo questi 365 giorni.

Messo piede all’Eliseo, Macron tradisce immediatamente la sua filosofia politica, espropriando la società di cantieristica navale Stx, in mano da pochi mesi dell’italiana Fincantieri. Nell’ultimo faccia a faccia con la Le Pen, ai rimbrotti della leader frontista di avere “svenduto” un pezzo di Francia all’Italia, egli aveva risposto che “si tratta di libero mercato, lei non sa cosa dice”. Salvo finire per comportarsi forse peggio di quanto avrebbe potuto immaginare la stessa Le Pen.

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I rapporti non facili con la Merkel

Ad ogni modo, la partenza del presidente più giovane della Quinta Repubblica è stata subito sprint. Per le celebrazioni della ricorrenza della Rivoluzione Francese, il 14 luglio, invita il presidente americano Donald Trump per assistere alla parata militare agli Champs-Elysées, esibendo una calorosa stretta di mano, che contrariamente alle attese (e alle speranze) dei più in Europa anticipa un rapporto abbastanza positivo con la Casa Bianca, pur essendo stata accolta l’elezione dell’ex banchiere di Rothschild come una sorta di risposta europea al “populismo” trumpiano. Invece, Macron ha segnalato di guardare agli interessi francesi sopra ogni cosa, mostrandosi aperto al dialogo con la Russia di Vladimir Putin e invocando restrizioni europee contro la partecipazione agli appalti di società non UE (cinesi) e il dislocamento dei lavoratori dell’Est Europa nell’Ovest a parità di salario, pratica che considera sleale contro i lavoratori in loco.

In agosto, dalla Sorbona di Parigi, egli propone in un suo celebre discorso le riforme per completare l’unione monetaria, tra cui l’istituzione di un ministero unico delle Finanze e di un bilancio comune, ricevendo freddezza in Germania, dove il mese successivo la cancelliera Angela Merkel vince le elezioni federali con il peggiore risultato per la sua CDU-CSU sin dal 1949, mentre i socialdemocratici crollano ai minimi dagli anni Trenta. Un problema per Macron, che puntava proprio sulla riedizione di una Grosse Koalition, confidando in un risultato positivo dell’SPD, favorevole alle sue proposte. Le larghe intese in salsa teutonica sono arrivate dopo 6 mesi di estenuanti trattative, ma a Berlino non si ha forza sufficiente per avallare revisioni radicali dell’Eurozona e delle istituzioni comunitarie. Gli euro-scettici dell’AfD sono ora terzo gruppo al Bundestag, seguiti dai liberali dell’FDP, anch’essi contrari a Macron.

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I successi interni di Macron

Sul piano interno, il presidente si distingue per il suo attivismo in politica economica: vara tagli alla spesa pubblica, che porteranno alle dimissioni il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito; annuncia la graduale eliminazione delle tassa sulla casa, la soppressione di quella sui grandi patrimoni e rivede le norme sul lavoro, rendendo più flessibili sia le assunzioni che i licenziamenti. Le proteste ci sono a settembre, ma molto meno partecipate e fragorose delle attese, segno che la Francia avrebbe smesso di credere nei sindacati e chiederebbe un cambiamento.

Nelle ultime settimane, però, proprio le proteste sindacali si sono riaffacciate sulla proposta di Macron di flessibilizzare anche i contratti dei potenti ferrovieri, equiparando il loro trattamento pensionistico a quello della generalità dei lavoratori francesi. Il blocco totale dei treni come nel 1995 non c’è ancora stato, ma la bassa popolarità di cui gode l’Eliseo praticamente sin dal debutto della presidenza potrebbe riservare qualche cattiva sorpresa per il presidente 40-enne, accusato da molti suoi elettori ex socialisti di essersi rivelato “troppo di destra”. Basti pensare che le norme sull’immigrazione sono state di recente inasprite e che la Francia di Macron non è stata nell’ultimo anno certamente un esempio di accoglienza.

Poche settimane fa, l’incontro con Trump alla Casa Bianca per una visita ufficiale durata 3 giorni e visibilmente un grande successo per il francese, il quale è riuscito ad accreditarsi dinnanzi al presidente USA come l’unico partner credibile con cui confrontarsi per l’Europa. L’intervento militare congiunto in Siria non sarebbe stato altro che il modo di Parigi per riaffermare la propria supremazia politica nel Vecchio Continente, approfittando delle difficoltà interne alla Germania. Se da un lato Parigi tiene unito il fronte europeo contro i dazi trumpiani, dall’altro non intende condurre battaglie ideologiche sul commercio mondiale, visto che le imprese francesi esportano meno di quanto importino e, dunque, a differenza di Berlino non ha un avanzo commerciale da difendere. Tant’è che in risposta alle tariffe minacciate su acciaio e alluminio, l’Eliseo ha spinto Bruxelles e contro il parere della Germania, ad avallare un taglio dei dazi sulle importazioni di auto americane dal 10% al 2,5%, stesso livello imposto dagli USA.

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La Francia di Macron resta con gli stessi problemi

Prestissimo per esprimere un giudizio sull’operato di Macron. Sta di fatto che il cambio euro-dollaro è schizzato da quasi la parità a cui era giunto all’inizio del 2017 proprio, tra l’altro, sui timori per una ondata euro-scettica in Francia, arrivando a 1,25 nel febbraio scorso. La crescita economica transalpina si è rinvigorita al 2% dal +1,1% del 2016, pur facendo meno bene della media dell’Eurozona, che è stata del +2,5%. La disoccupazione stenta a scendere in maniera netta, sebbene la direzione sia positiva, passando dal 9,5% all’8,9% in meno di un anno.

Restano gli stessi problemi di sempre. La Francia è un’economia con 5 milioni di dipendenti pubblici e una spesa statale al 56%, che non ha eguali tra le grandi del mondo. La sua crescita appare ancora anemica, le sue esportazioni languono e le resistenze sociali ai cambiamenti appaiono più forti che altrove. In politica estera, Macron sta riproponendo un mix della consueta “grandeur” e di europeismo franco-compatibile, non certo un rinnovamento delle istituzioni nel senso di una maggiore collegialità delle scelte dirimenti a Bruxelles. Anzi, egli punta essenzialmente a consolidare l’asse franco-tedesco da un lato, pur accrescendo il peso della Francia nei confronti della Germania, e a sottrarre ai governi nazionali quote di sovranità, delegandole ai commissari, in ciò contrastato dai tedeschi, che gli oppongono una visione maggiormente inter-governativa per il funzionamento di enti come l’ESM, il fondo di salvataggio permanente.

Pochi giorni fa, presentando le sue proposte di riforme all’Europarlamento, il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, gli ha risposto con parole al limite dello sprezzante: “non esistono solo Francia e Germania in Europa”, captando il sentimento di molte nazioni, tra cui l’Italia, che temono che il tanto decantato europeismo à la Macron non sia altro che il vecchio sciovismo francese che si presenta con un volto simpatico.

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Argomenti: Francia

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