E’ ufficiale: Macron vuole francesizzare l’Europa, con la Germania sarà scontro

Il presidente Macron punta a fare della UE una grande Francia, ma si scontrerà presto con la Germania, i cui piani sono assai diversi.

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Il presidente Macron punta a fare della UE una grande Francia, ma si scontrerà presto con la Germania, i cui piani sono assai diversi.

Nella sua tre giorni nell’Est Europa, il presidente francese Emmanuel Macron ha confermato il suo appoggio alla proposta dello scorso anno della Commissione europea di stringere sui lavoratori UE collocati in un altro stato membro, godendo delle stesse condizioni retributive e contrattuali vigenti nel paese di origine. Anzi, egli ha rilanciato, chiedendo a tutti gli stati europei di combattere il “social dumping”, ovvero la presunta pratica utilizzata da alcune economie dell’Europa orientale per attirare investimenti, puntando sul basso costo del lavoro e su regole flessibili, oltre che su un welfare ridotto. E da Varna, in Bulgaria, ha puntato ieri il dito contro la Polonia, sostenendo che con la sua crescente opposizione contro Bruxelles, si starebbe ponendo “ai margini dell’Europa”. Lo scontro con il governo conservatore di Beata Szydlo è, anzitutto, proprio sui lavoratori polacchi che lavorano in Francia con i livelli salariali di origine. Quello minimo in Francia è di 1.480 euro al mese, mentre in Polonia ammonta a 450 euro.

Il premier polacco si è mostrata disponibile al dialogo, ma facendo presente che intende “tutelare i lavoratori polacchi fino alla fine”. Negli incontri con i premier di Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania e Bulgaria, Macron ha ottenuto aperture sul tema, ma certo è che il blocco dell’est non intende darla facilmente vinta alle grandi economie occidentali, che vorrebbero combattere la concorrenza sul lavoro, restringendo i casi di assunzione dei lavoratori orientali. (Leggi anche: Il lavoro divide Francia ed Europa, Macron contro il blocco dell’est)

Francesizzare la Francia, strategia di Macron

Dietro alla linea macroniana non vi è solo la questione dei 300.000 lavoratori stranieri impiegati in Francia a condizioni più appetibili di quelle offerte dalle normative locali, né si cela solamente il tentativo di offrire un contentino mediatico ai francesi, mentre sta per essere varata la riforma del lavoro, che si preannuncia terreno di scontro nelle piazze con le opposizioni di sinistra e i sindacati.

Macron punta a contrastare la bassa crescita e l’occupazione stagnante nel suo paese con un mix tra riforme economiche minime e, soprattutto, facendo dell’Europa una sorta di magna Francia. (Leggi anche: Sovrattassa sulle grandi imprese, Macron si rimangia le promesse)

Un’altra proposta del giovane presidente va in questa direzione, come quella di chiudere gli appalti alle aziende con un fatturato prevalentemente maturato al di fuori della UE. La misura escluderebbe dalle gare le società cinesi, che rappresentano la reale preoccupazione di Francia e Germania. Anziché puntare sulla riduzione dei costi dello stato, liberando così risorse in favore di famiglie e imprese, e sulle liberalizzazioni, Parigi ancora una volta cerca una scappatoia per mantenere grosso modo intatto il proprio modello sociale, ma ambendo a vincere la sfida della globalizzazione. E l’unico modo che Macron crede sia possibile per rendere compatibili i due obiettivi sta nel ripararsi sotto l’ombrello di Bruxelles, progressivamente spingendo la UE ad alzare gli standard sociali, in modo da ridurre la concorrenza a cui sono esposte le grandi economie dell’Ovest, Francia in primis.

Attenzione, Macron resta pur sempre il presidente francese più liberale (almeno nei propositi) in economia negli ultimi decenni. Lo testimoniano le varie proposte di legge presentate in queste prime settimane di mandato, tra riforma del codice del lavoro, delle pensioni e sulla tassazione. Ma chi aveva pensato, il 7 maggio scorso, che all’Eliseo fosse arrivato una Thatcher al maschile non ha compreso fino in fondo la portata di quella elezione, trasformata in trionfo dal 39-enne ex banchiere, grazie alla sua capacità non solo di ergersi a baluardo contro il nazionalismo di Marine Le Pen, ma anche di mostrarsi un difensore del modello socio-economico francese, stringendo il legame tra Parigi e Bruxelles, contrariamente all’ambita e irrealistica chiusura dentro i confini nazionali propugnata dall’avversaria.

(Leggi anche: Ballottaggio Macron-Le Pen non è globalizzazione contro protezionismo)

Le divergenze con la Germania

C’è un problema in questa linea politica e si chiama Germania. Berlino punta a sua volta a rendere il proprio modello economico un fattore di successo per tutto il continente europeo. Chiede austerità fiscale, ossia un dimagrimento della spesa pubblica, riforme del lavoro, ma anche del welfare, in modo da centrare l’obiettivo della crescita grazie a una maggiore competitività, vincendo la concorrenza contenendo l’aumento dei salari e rilanciando così le esportazioni.

Le idee di Macron e della cancelliera Angela Merkel convergono fino a un certo punto, oltre il quale esistono già notevoli differenze. Queste sono alimentate dalla diversità dei rispettivi elettorati: i francesi sono molto meno disponibili dei tedeschi a rinunciare al loro modello colbertiano, in cui lo stato si occupa praticamente di tutto, è una presenza paterna in economia, pur garantendo al mercato una libertà formalmente elevata. Anche quando i due parlano di euro e integrazione politica, hanno in mente cose diverse: Berlino vorrebbe che ciò portasse a bilanci nazionali più controllati e sani, Parigi spererebbe di ottenere un meccanismo di redistribuzione della ricchezza, a carico della Germania. (Leggi anche: Macron e Merkel divisi sull’euro, ma nemmeno i francesi saranno contenti)

Falsa partenza per Macron

Anche il caso Stx dimostra come Macron abbia una visione tutt’altro che liberale in senso classico dell’economia. Concepisce l’intervento statale negli affari privati di una società, se c’è da difendere la nazionalità di un asset, anche non strategico, come certamente non è la cantieristica navale. Egli vorrebbe vincere la concorrenza, aumentando i costi altrui, anziché diminuendo i propri. E confida che Bruxelles lo assecondi in questa prospettiva, nonostante la Germania propugni l’esatto contrario e sia più convinta che mai della bontà della propria visione, ora che la sua economia regna sovrana su tutta l’Europa e che le sue esportazioni sono oggetto di invidia e di critiche da parte del resto del mondo.

Del resto, le aziende francesi segnano un passivo commerciale pesante persino in tempi di euro debole. Macron sa che per vincere la sfida della globalizzazione servirebbero riforme incisive, ma è consapevole che sarà difficile ottenerle nei prossimi cinque anni, quando già gli indici della sua popolarità sono scesi ai minimi storici per un presidente dopo appena 100 giorni dall’inizio del mandato. E non aiutano certo quei 26.000 euro spesi per il trucco in appena 3 mesi, che hanno fatto il giro del mondo sui giornali e che rischiano di trasformare in marchetta una presidenza avviatasi con ben altri propositi e che trascorre intere settimane a dibattere sul ruolo della prémier dame Brigitte. (Leggi anche: Primi 100 giorni di Macron vanno a vuoto)

 

 

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