UE in frantumi, Germania contro Juncker: ora faccia lavorare i governi

Germania contro Commissione europea, chiede più rigore e uno stop all'integrazione politica. Berlino vuole riappropriarsi della gestione dei principali dossier, non si fida più di Jean-Claude Juncker.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Germania contro Commissione europea, chiede più rigore e uno stop all'integrazione politica. Berlino vuole riappropriarsi della gestione dei principali dossier, non si fida più di Jean-Claude Juncker.

La vera conseguenza della Brexit è stata ad oggi la quasi rottura dei rapporti tra Commissione europea e Germania. Il presidente Jean-Claude Juncker non era mai stato così isolato come in questi giorni, tanto che dopo il referendum aveva dovuto smentire le voci su sue presunte dimissioni, nonostante da Berlino non sia arrivata alcuna presa di posizione ufficiale in sua difesa.

Le ragioni delle ruggini tra Berlino e Bruxelles sono diverse. Per prima cosa, come rimprovera nell’intervista di ieri al Die Welt am Sonntag il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, i commissari non avrebbero fatto rispettare le regole fiscali, consentendo a tutti di sforare, come dimostra l’approvazione degli ultimi bilanci. Il riferimento esplicito è a Francia e Italia, che hanno goduto da Juncker di più di un occhio di riguardo, sfruttando quella “flessibilità” tanto invocata, ma che sta facendo infuriare la Germania.

Crisi UE, tedeschi scaricano Juncker

In più, Juncker ha fatto asse da tempo con il governatore della BCE, Mario Draghi, affinché i governi acconsentano alla garanzia unica sui depositi, un modo, secondo i proponenti, di minimizzare le turbolenze finanziarie. I tedeschi dicono “nein”, sostenendo che senza un previo consolidamento delle banche e un allentamento dei legami con i debiti sovrani, nessuna mutualizzazione dei rischi potrà essere possibile.

Infine, c’è la gestione del dossier “Brexit”. Troppo cedevole sarebbe stato l’atteggiamento di Juncker verso il premier britannico David Cameron, che a febbraio strappò a Bruxelles numerose concessioni, la più importante delle quali riguardava la limitazione dei benefici assistenziali ai residenti non britannici derivanti da altri paesi UE. Secondo Schaeuble, queste concessioni metterebbero a rischio la tenuta della UE, perché ogni governo ora ritiene di potere strappare ai commissari simili misure.

 

 

 

Fine flessibilità, serve rigore

Per questo, ieri il ministro ha dichiarato che non sarebbe più il tempo di “grandi visioni”, che la crisi della UE sarebbe molto grave e tale da richiedere interventi urgenti. Ma ha respinto l’ipotesi di maggiore integrazione. Lo aveva sostenuto prima del referendum: basta per ora a una maggiore integrazione politica, perché significherebbe non capire cosa vogliano i popoli.

La sua ricetta è chiara: adesso Juncker e i suoi commissari facciano rispettare le regole; un modo indiretto per dire a Italia e Francia, ma non solo, che il tempo della flessibilità è finita. Altro che salvataggio delle banche con soldi pubblici, come pretenderebbe il premier Matteo Renzi.

Integrazione UE, stop da Berlino

E sempre Schaeuble spiega che se non tutti i 27 rimanenti paesi della UE si sentono pronti a ripartire, si andrà avanti con chi ci sta, ma ha lanciato un messaggio esplicito e duro a Juncker: “se la Commissione resta ferma, si andrà avanti con accordi tra governi”.

Dunque, nella nuova visione tedesca, finalizzata a bypassare la Commissione, accordi intergovernativi sostituirebbero il potere centrale di Bruxelles, in modo che siano i governi ad avere in mano la negoziazione dei dossier più sensibili. Una proposta, se vogliamo dirla tutta, nemmeno troppo lontana da quella che ripete da anni la leader del Fronte Nazionale, Marine Le Pen, che ritiene che al posto della UE dovrebbero essere istituiti accordi bilaterali o multilaterali tra gli stati per gestire singoli temi.

 

 

 

Elezioni Austria da rifare, altra botta per UE

Perché la Germania è arrivata a proporre tanto? In primis, come dicevamo, perché non si fida più di Juncker, lo ha chiaramente “scaricato”. Secondariamente, perché cerca di rispondere alla crisi di consenso per la UE con un riacquisto della sovranità nazionale sulle questioni considerate più sensibili per gli elettori, un fatto che potrebbe divenire strutturale e porre fine all’idea di ulteriore cessione di poteri a Bruxelles. Infine, perché forse ritiene che i commissari non siano in grado di rappresentare adeguatamente sentimenti e interessi nazionali e che sia proprio ciò il maggiore fattore di crisi politica della UE.

Il colpo di grazia ai poteri di Bruxelles potrebbe arrivare subito dopo l’estate, quando sarà ripetuto, su ordine della Corte Costituzionale di Vienna, il ballottaggio delle elezioni presidenziali in Austria, a causa di numerose irregolarità riscontrate. A maggio, il candidato dell’ultra-destra, Norbert Hofer, era stato sconfitto per appena 31 mila voti da quello dei Verdi, Alexander Van der Bellen, su cui vi era stata la convergenza di tutto l’establishment politico nazionale.

Immigrazione clandestina, da Vienna arriverebbe shock

Un’eventuale vittoria di Hofer, che da qui al nuovo voto potrà avvantaggiarsi dei sospetti di brogli da parte dei partiti tradizionali, segnerebbe un nuovo colpo durissimo contro le istituzioni comunitarie. L’uomo vuole un referendum per fare decidere agli austriaci se restare nella UE o lasciare; inoltre, vincerebbe su una linea dura contro l’immigrazione clandestina, con la possibile chiusura delle frontiere, cosa peraltro già avvenuta sotto il governo socialdemocratico.

La Germania prenderebbe la palla al balzo, dati anche i rapporti stretti con il vicino del Sud, per addebitare alla gestione Juncker anche questa sconfitta. La Commissione sarà così sempre più spogliata dei suoi poteri, in favore di un indirizzo negoziale tra stati, che ormai Berlino vede come l’unico modo per rimettere ordine in questa baracca nel caos.

 

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Argomenti: Esteri, Politica