Tutti in fuga dall’euro: per le riserve meglio lo Yuan cinese

Meno di un quarto le riserve in euro sul totale in divise forti. E aumenta anche la distanza dal dollaro mentre avanzano yuan e dollaro australiano. La fiducia verso l'Eurozona è in continua erosione

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Meno di un quarto le riserve in euro sul totale in divise forti. E aumenta anche la distanza dal dollaro mentre avanzano yuan e dollaro australiano. La fiducia verso l'Eurozona è in continua erosione

I dati del Fondo Monetario Internazionale, anticipati dal quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, sono allarmanti. L’euro ispira sempre meno fiducia agli investitori del resto del pianeta e le riserve espresse nella divisa europea delle economie emergenti e di quelle neo-industrializzate ammontano ad appena il 24% del totale di quelle denominate nelle valute forti. Un calo di ben sette punti percentuali, rispetto a soli tre anni prima, nel 2009. Allora, l’euro costituiva il 31% delle riserve di stati come India, Brasile, Cina, Singapore, Thailandia, Malaysia, Turchia, Corea, Messico ed Europa dell’Est. Primeggiava come oggi il dollaro statunitense, che rappresentava il 70% delle loro riserve. Oggi, la divisa americana scende al 60%, ma resta di gran lunga la valuta estera più apprezzata fuori dai confini degli States. In un solo anno, invece, le riserve in euro sono scese del 6%, di 34 miliardi, a 510 miliardi, nonostante la moneta unica si sia apprezzata nel corso del 2012 contro il dollaro. E se è vero che anche quest’ultimo in dieci anni ha perso 10 punti, è pur sempre vero che oggi le riserve in euro ammontano ad appena il 40% di quelle espresse nella divisa USA. Ad avere guadagnato della politica di ri-ponderazione delle riserve delle banche centrali sono state due valute: lo yuan cinese e il dollaro australiano. Se dieci anni prima ammontavano all’1% complessivo, nel 2012 la loro quota è salita all’8%, mentre anche il real brasiliano potrebbe fare strada, dopo un accordo tra le banche centrali di Cina e Brasile, che si sono impegnate reciprocamente a detenere almeno 30 miliardi di dollari in valuta dell’altro Paese, in modo da accrescerne il peso negli scambi mondiali. E l’ennesima dimostrazione che il mondo intero guarda con preoccupazione alle fluttuazioni dell’euro, ma anche ai problemi di bilancio degli USA, è data dagli ingenti acquisti di oro da parte delle banche centrali, pari nel 2012 a 535 tonnellate, record dal 1964.  

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Ma il peggio è alle spalle o ancora ha da venire per la moneta unica? Se alla fine del 2012 sembrava essere tornata un pò di fiducia sull’Eurozona, in questo primo trimestre del 2013, tra crisi politica italiana e caso Cipro si sono riaddensate le nubi. In particolare, l’imposizione di Bruxelles a Nicosia di perdite anche tra i depositi bancari non garantiti per la ristrutturazione delle banche ha comportato non solo una fuga inevitabile dei capitali al di fuori dell’unione monetaria, bensì pure la minaccia esplicita del premier russo Dmitri Medvedev di diminuire le riserve in euro di Mosca, quale reazione ai prelievi forzosi che i numerosi correntisti russi a Cipro dovranno subire (Pissarides: a Cipro si scopre che in Europa non tutte le nazioni sono uguali). In termini brutali, sembra che i Brics e le altre economie emergenti del pianeta abbiano già in parte scaricato l’euro e vogliano continuare a farlo anche nei prossimi mesi (I Brics provano a liberarsi dall’Fmi e dalla Banca Mondiale). Sembrano lontani i tempi in cui Mosca paventava l’ipotesi di regolare gli scambi per gli acquisti di greggio nella moneta europea o quando si parlava di euro come candidato ad affiancare con sempre maggiore vigore il dollaro nelle transazioni internazionali. Al contrario, il peso dell’euro nelle riserve globali è tornato quello del 2002, quando la moneta unica era stata appena messa in tasca dai cittadini dell’Eurozona.

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Argomenti: Crisi Euro