Vacanze in Italia troppo care, il turismo va giù. E se ci salvasse l’odiata deflazione?

In calo nel 2013 le presenze turistiche in Italia, mentre salgono nel resto d'Europa. Tra le possibili cause ci sarebbero i prezzi troppo alti di alberghi e ristoranti.

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I dati Coldiretti sui flussi turistici nel 2013 nei 28 paesi dell’Unione Europea, rielaborati dalle cifre fornite dall’Eurostat, confermano che in Italia è in crisi anche il settore del turismo, nonostante il nostro paese sia considerata una meta tra le più ambite sul piano culturale e paesaggistico. A fronte di un +5% di turisti che hanno fatto visita all’Europa nel 2013, l’Italia ha registrato un calo complessivo del 4,3%, frutto di un tracollo dell’8% di presenze degli stessi italiani e di un calo più contenuto dello 0,2% di stranieri. Nel frattempo, il flusso turistico nell’Europa centro-orientale è salito del 7% e nell’Europa del Sud del 6%. In particolare, la Spagna ha registrato un aumento del 4% ed è balzata al primo posto, il Portogallo dell’8%, la Grecia del 9% e Malta del 10%. Ma perché l’Italia arretra anche nel suo punto di forza? La risposta la si legge tra i dati sui prezzi medi praticati da alberghi e ristoranti in tutta Europa. Fatta 100 la media UE, i prezzi italiani si attestano a 110, quelli in Grecia a 88, in Spagna a 91, in Portogallo a 77, in Turchia a 78, in Croazia a 74 e in Montenegro a 63. Dunque, prezzi alti, turismo in picchiata. Ma non ci dicono per caso che l’inflazione in Italia sia troppo bassa e che per sfoltire il peso del debito pubblico è necessario riportarci a un tasso di crescita medio dei prezzi all’anno di almeno il 2%? E’ il classico esempio che sconfessa i soloni della macro-economia e riporta tutti con i piedi per terra. Se si vuole tornare competitivi, non solo nel turismo, i prezzi in Italia devono diminuire o crescere meno di quanto non facciano all’estero. Questo migliorerebbe la nostra competitività e ci rilancerebbe sui mercati internazionali. Certo, con un’inflazione media nell’Eurozona dello 0,5% e giù di lì, questo significa che i nostri prezzi dovrebbero rimanere piatti per anni o che, addirittura, dovrebbero scendere in termini nominali. Certo, bisogna anche comprendere le ragioni di prezzi così relativamente troppo alti in Italia. Una possibile spiegazione potrebbe dipendere dall’alta pressione fiscale e dall’eccessiva burocrazia. E’ il motivo per cui, ad esempio, a fronte di un cuneo fiscale tra i più alti al mondo, i salari netti italiani risultano tra i più bassi dei paesi Ocse. In ogni caso, o si registra un aggiustamento di prezzo dei nostri beni e servizi, o sarà difficile diventare più competitivi. Detto in altri termini, l’Italia avrebbe bisogno di una fase di deflazione. Con buona pace dei sostenitori dell’inflazione pro-crescita e benefica per lo smaltimento del debito pubblico. Vi immaginate cosa significherebbe per i consumi che oltre alla mancanza di lavoro, i prezzi continuerebbero a salire? Le spinte deflattive, quale che sia la scuola di pensiero, danno sollievo ai consumatori.   APPROFONDISCI – Marc Faber attacca la BCE: se fossi Draghi preferirei la deflazione            

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