La Turchia minaccia l’Europa con milioni di profughi, mercati nervosi su Erdogan

Sul libero ingresso dei turchi nell'area Schengen è scontro tra Turchia e UE. La prima minaccia l'invio di 3 milioni di profughi, mentre i mercati sono nervosi per lo strapotere di Erdogan.

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Sul libero ingresso dei turchi nell'area Schengen è scontro tra Turchia e UE. La prima minaccia l'invio di 3 milioni di profughi, mentre i mercati sono nervosi per lo strapotere di Erdogan.

L’Unione Europea discute sull’opportunità di consentire ai cittadini turchi l’ingresso nell’area Schengen senza passaporto, chiedendo in cambio il rispetto di tutte le 72 condizioni annesse, oltre che dell’accordo sui profughi, che sta consentendo in queste ultime settimane un arresto dei flussi verso la Grecia, dopo che nel 2015 sono transitati dalle isole elleniche un milioni di anime. Forte della questione profughi, Ankara ha fatto la voce grossa nelle scorse ore e un ex consigliere del presidente Erdogan, Buhran Kuzu, ha minacciato senza se e senza ma, che nel caso in cui la UE si rimangiasse la parola sull’abolizione del passaporto per i turchi, la Turchia invierebbe tre milioni di migranti verso i suoi confini. Parole pesantissime, che hanno spinto a intervenire anche il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, secondo il quale se l’accordo saltasse, sarebbe Erdogan e il governo di Ankara a dovere spiegare il perché ai loro cittadini, non Bruxelles. Ma dalla Germania, che è il paese maggiormente sotto stress politico sul tema, il ministro degli Esteri, Frank-Walter Steinmeier, ha dichiarato che, in effetti, sarebbe fortemente conveniente proprio all’Europa che si raggiungesse un’intesa.

Accordo UE-Turchia necessario contro invasione profughi

L’accordo rischia di naufragare sull’indisponibilità della Turchia di restringere legalmente il concetto di terrorismo, perché la UE teme che con la scusa della lotta contro i terroristi, Ankara reprima i giornalisti dissidenti. Inoltre, Bruxelles ha sollecitato progetti abitative e sull’istruzione. Immediata la reazione di Erdogan: “progetti? quali? abbiamo 25 campi di accoglienza”. Nei giorni scorsi è trapelata dalle istituzioni europee l’indiscrezione, secondo la quale i tre miliardi richiesti dalla Turchia per gestire gli ormai oltre 2 milioni di profughi ammassati alle sue frontiere potrebbero venire concessi alla Grecia, in modo che sia questa ad affrontare l’emergenza, nel caso in cui il governo turco non accettasse un’intesa dignitosa anche per gli europei.

Un’alternativa non priva di rischi, perché se così fosse, sarebbe davvero un’impresa epica ipotizzare che Atene abbia la forza di gestire l’arrivo di un paio di milioni di migranti, pur con tutto il denaro e l’aiuto dell’Europa.        

Strapotere di Erdogan preoccupa i mercati

Ma la Turchia sta diventando un grattacapo anche per i mercati finanziari, dopo le dimissioni del premier Ahmet Davutoglu, che pur fedele al presidente, non ha accettato di subirne la linea pedissequamente senza fiatare. Mentre bisogna ancora capire chi lo sostituirà – tra una decina di giorni si terrà il congresso dell’Akp, il partito islamico-conservatore per scegliere il nuovo segretario e futuro premier – i deputati della maggioranza stanno già ipotizzando un referendum per riformare la Costituzione e consentire a Erdogan di essere leader del suo partito, pur rivestendo i panni di capo dello stato. La tendenza accentratrice del presidente sta scuotendo i mercati, perché con la dipartita di Davutoglu dal governo e la sostituzione del poco gradito governatore della banca centrale, Erdem Basci, quest’ultimo reo di condurre una politica monetaria “troppo restrittiva”, è evidente che ad Ankara si stia mettendo mano a una sorta di repubblica presidenziale, in cui lo strapotere di Erdogan non potrà essere messo in discussione da nessuno. E che ciò sia il bene dell’economia è dubbio, dopo che lo stesso presidente ha promesso che il presidenzialismo creerebbe le condizioni per un secondo boom economico del paese. Gli investitori sembrano in fuga dalla Turchia, come dimostrano alcuni dati basilari: la Borsa di Istanbul ha perso nel solo mese di maggio il 7,5%, mentre la lira turca si è indebolita contro il dollaro del 5,4%. Allo stesso tempo, i rendimenti dei bond governativi a 2 anni sono cresciuti di 45 punti base al 9,53%, quelli decennali di 68 bp al 9,72%.

Le notizie che dovrebbero arrivare nei prossimi giorni da Ankara non andrebbero nella direzione auspicata dai mercati, perché è fin troppo palese che il prossimo premier sarà una personalità ultra-fedele alla linea del capo, così come si restringerebbe l’autonomia già non ampia della banca centrale a guida Murat Cetinkaya.  

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