Turchia: purghe di massa senza sosta, mentre l’Europa resta paralizzata

Non si fermano le epurazioni in Turchia, dopo il fallito golpe di venerdì notte. Non solo 6.000 soldati sono stati arrestati, insieme a quasi 3.000 giudici, ma circa 1.600 tra rettori, presidi e decani universitari sono stati sollevati dall’incarico, mentre a 21.000 docenti di scuole private è stata revocata la licenza per insegnare. Persino 500 […]

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Non si fermano le epurazioni in Turchia, dopo il fallito golpe di venerdì notte. Non solo 6.000 soldati sono stati arrestati, insieme a quasi 3.000 giudici, ma circa 1.600 tra rettori, presidi e decani universitari sono stati sollevati dall’incarico, mentre a 21.000 docenti di scuole private è stata revocata la licenza per insegnare. Persino 500 […]

Non si fermano le epurazioni in Turchia, dopo il fallito golpe di venerdì notte. Non solo 6.000 soldati sono stati arrestati, insieme a quasi 3.000 giudici, ma circa 1.600 tra rettori, presidi e decani universitari sono stati sollevati dall’incarico, mentre a 21.000 docenti di scuole private è stata revocata la licenza per insegnare. Persino 500 tra insegnanti di religione e imam sono stati sospesi, mentre è stata ritirata la licenza a 24 stazioni radio-televisive e 370 dipendenti della TV pubblica sono finiti sotto inchiesta. Tutti sono accusati di essere in qualche modo vicini a FETO, l’organizzazione religiosa del predicatore Fethullah Gulen, fuggito anni fa in Pennsylvania e per il quale si è scatenata una battaglia diplomatica da giorni tra Ankara e Washington, con la prima a chiedere l’estrazione, sostenendo che l’uomo sarebbe a capo di un’organizzazione terroristica, responsabile del tentato colpo di stato.

Rischio pena di morte per militari golpisti

C’è un brutto clima in Turchia, persino nelle aree considerate fino a pochi giorni fa molto occidentalizzate, come Istanbul. In giro si vedono solo i sostenitori del presidente Erdogan con bandiere nazionali e con fare tra il provocatorio e il minaccioso contro quanti vengano, a torto o a ragione, considerati oppositori politici dell’Akp, il partito islamico-conservatore al potere.

Erdogan vuole la reintroduzione della pena di morte, che era stata sospesa nel 2004 per avviare le trattative per l’ingresso in Europa. Un passo, che segnerebbe la fine delle stesse. Ma nella Turchia di oggi, pare che di far parte della UE non freghi tanto a nessuno, né i pochi sostenitori sembrano crederci ormai. E allora, le minacce della Germania, che ha avvertito che se la pena capitale sarà applicata, sarebbe la fine del negoziato con Bruxelles, non impensieriscono più di tanto Ankara.

 

 

 

 

Europa paralizzata

Gli USA minacciano, invece, l’espulsione della Turchia dalla NATO, se dovessero proseguire le violenze contro gli oppositori politici e non verranno rispettati i diritti umani. Come sempre, però, a risultare non pervenuta è l’Europa, che, stretta tra la necessità di non fare saltare l’accordo sui profughi con i turchi e di assicurarsi l’approvvigionamento energetico dallo stretto del Bosforo, si mostra paralizzata.

Venerdì notte, le cancellerie erano speranzose del fatto che il golpe riuscisse, ma il loro sogno è svanito in pochissime ore. Ciò spiega il silenzio durante il tentato putsch, che lascia il posto adesso a rapporti davvero tesi con Erdogan, che rischiano di allontanare ogni reale e leale collaborazione nella lotta al terrorismo islamico e nella gestione del capitolo profughi.

 

 

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