Trumpflation costata già $1.000 miliardi, l’incubo dei mercati si avvera

Il ritorno dell'inflazione con Donald Trump alla presidenza USA era tanto atteso, ma si è già tradotto in oltre 1.000 miliardi di perdite sui mercati.

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Il ritorno dell'inflazione con Donald Trump alla presidenza USA era tanto atteso, ma si è già tradotto in oltre 1.000 miliardi di perdite sui mercati.

La vittoria di Donald Trump alle elezioni USA non ha provocato alcun panico sui mercati finanziari, come si temeva fino alla tarda serata dell’8 novembre scorso, ma si è registrato, semmai, un riposizionamento tra i vari comparti d’investimento, per via del mutamento delle aspettative. Gli investitori si aspettano un surriscaldamento dell’inflazione più veloce delle previsioni precedenti al voto, a seguito delle politiche pro-crescita della nuova amministrazione, impostate su un maxi-taglio delle tasse e su 500-1.000 miliardi di dollari di spesa per le infrastrutture nell’arco di quattro anni.

E’ la cosiddetta “Trumpflation”, che ha scatenato massicce vendite sul mercato obbligazionario, stimolando gli acquisti su quello azionario.

In realtà, le maggiori aspettative d’inflazione sono arrivate in una fase, in cui già si notava un maggiore ottimismo tra gli investitori sulla crescita dei prezzi nelle economie avanzate. E così, rileva l’indice Bloomberg-Barclays, il mercato obbligazionario mondiale ha perso il 4% solo nel mese di novembre, la percentuale più alta dal 1990, pari a un minore valore di 1.700 miliardi e portando a -2.800 miliardi le perdite negli ultimi due mesi. (Leggi anche: Inflazione davvero in risalita?)

Bruciati più di 1.000 miliardi a novembre

A fronte di questi dati, nel mese scorso si è registrato un aumento della capitalizzazione delle borse mondiali, ma di appena 635 miliardi. Ciò significa che al netto, mancherebbero all’appello oltre 1.000 miliardi di dollari, persi in questo riposizionamento del mercato dai bond alle azioni.

E dire che siamo ancora solo all’inizio di un processo di normalizzazione dei tassi, dopo che hanno toccato i minimi di sempre. Si prenda ad esempio il Treasury bond a 10 anni, che attualmente rende intorno al 2,44%, nemmeno lo 0,6% in più rispetto alla data delle elezioni, ma si tenga conto che la sua media nel nuovo Millennio è stata del 3,6%. Nel 2000, il rendimento era intorno al 6,5%, circa 400 punti base in più rispetto a oggi. (Leggi anche: Effetto Trump, inflazione attesa accelera)

 

 

 

Ritorna l’inflazione

Ciò significa che gli scossoni di queste settimane sarebbero solo un primo assaggio della più vasta ondata di perdite, che gli obbligazionisti subiranno, specie per le scadenze più lunghe e che solo in parte potranno essere compensate dalla crescita dei corsi azionari.

E la Trumpflation non è l’unico ingrediente della “reflazione” in corso, per quanto ancora graduale. L’accordo OPEC per il taglio dell’offerta di petrolio ha fatto già risalire le quotazioni di quest’ultimo nettamente sopra i 50 dollari; è questione di tempo, prima che arrivino a 60 dollari. Costi energetici più alti implicano un’accelerazione tendenziale dell’inflazione, cosa attesa ed auspicata sia dai governi che dalle banche centrali di USA, Europa e Giappone. (Leggi anche: Vendite bond massicce con petrolio a 60 dollari)

Cresce l’inflazione, non il pil

Senonché, la vera speranza dei primi e delle seconde era che il ritorno dell’inflazione si accompagnasse a una maggiore crescita economica, cosa che vale attualmente solo per gli USA. Il pil nell’Eurozona sale a ritmi moderati, insufficienti ad assorbire i tassi di disoccupazione ancora quasi a due cifre, mentre in Giappone è stagnazione e deflazione insieme.

L’inflazione starebbe tornando, è vero, ma non per effetto di una maggiore vivacità dell’economia, bensì delle più alte quotazioni petrolifere da un lato e del deprezzamento dei cambi contro il dollaro dall’altro. Se i prezzi iniziassero a crescere, prima che lo facesse anche il pil, i governi si troverebbero dinnanzi a uno scenario per niente entusiasmante: maggiore incidenza del costo sul debito rispetto al pil (tassi reali più alti), minori consumi e investimenti privati e rallentamento della crescita. (Leggi anche: Inflazione senza crescita sarebbe un disastro)

 

 

Obbligazionisti colpiti

Tutto questo, mentre gli obbligazionisti affogheranno in un bagno di sangue, il cui impatto psicologico sui consumi (effetto ricchezza) potrebbe sommarsi al calo generalizzato della domanda privata. A parziale compensazione vi sarebbero migliori prospettive per le economie emergenti, molte delle quali esportatrici di materie prime. (Leggi anche: Fuga dai bond, ritorno inflazione fa paura)

 

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