Trumpflation, cos’è e perché i mercati iniziano a crederci di meno?

I mercati finanziari stanno rallentando da qualche seduta, dopo avere scommesso sull'agenda Trump. A cosa è dovuta all'inversione di tendenza e cosa può accadere d'ora in avanti?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I mercati finanziari stanno rallentando da qualche seduta, dopo avere scommesso sull'agenda Trump. A cosa è dovuta all'inversione di tendenza e cosa può accadere d'ora in avanti?

Wall Street ha chiuso ieri in calo, non drammatico, ma tale da rispecchiare il ripensamento del mercato azionario sul cosiddetto “Trump trade”, il rally messo a segno dalla borsa americana e seguito anche dalle altre piazze finanziarie, dopo la vittoria del magnate alle elezioni presidenziali USA dell’8 novembre scorso. I rendimenti decennali dei Treasuries sono scesi al 2,38%, ai minimi da quasi un mese, mentre il dollaro si è indebolito mediamente contro le altre principali valute ai livelli più bassi da quasi quattro mesi e mezzo, perdendo circa il 2% in meno di una decina di giorni. Ne sanno qualcosa il cambio euro-dollaro, ai massimi da metà novembre, così come lo yen giapponese. Certo, le quotazioni azionarie a New York restano in prossimità dei record toccati nelle settimane scorse, ma la fiducia degli investitori per la “Trumpflation” sembra venire meno. Di cosa parliamo? (Leggi anche: Trumpflation costata già $1.000 miliardi)

Da quando Trump ha vinto le presidenziali americane, si è diffusa la convinzione che le sue politiche di sostegno alla crescita, tramite tagli alle tasse e spesa per infrastrutture, accelereranno l’inflazione, dopo anni di prezzi stabili o persino calanti in alcune delle principali economie del pianeta. Con una disoccupazione sotto il 5%, notano gli analisti, una maggiore domanda negli USA non farebbe che surriscaldare i prezzi, anziché aumentare i posti di lavoro.

Azioni su e bond giù con Trump

In scia a questo ottimismo, i rendimenti dei Treasuries a 10 anni sono schizzati dall’1,85% fino a un massimo del 2,61%, così come il dollaro si è apprezzato del 7,5% contro le altre valute nel giro di nemmeno due mesi dalle elezioni, salvo successivamente ripiegare e indebolirsi frettolosamente nelle ultime sedute. Intanto, le quotazioni dell’oro si sono riportate vicine ai livelli pre-Trump, dopo essere scese di circa l’11%. Che cosa sta succedendo?

Il mercato azionario sembra intimorito dall’aver fatto il passo più lungo della gamba, avendo tutti i tre indici a Wall Street segnato nuovi record negli ultimi mesi, con il Dow Jones prima a toccare e superare per la prima volta i 20.000 punti e dopo persino i 21.000. Una pausa, ancor prima di una correzione, sembra quasi auspicata dai traders, che in assenza di ulteriori appigli, non sembrano in grado di giustificare gli acquisti. (Leggi anche: Il taglio delle tasse promesso da Trump piega Treasuries e oro)

Il nodo dell’agenda Trump

Quanto sta accadendo, però, rifletterebbe anche una minore fiducia nella “Trumpflation”, vuoi per il calo delle quotazioni del petrolio, da giorni scese intorno ai 50 dollari (il Wti americano è ora a 47,65 dollari), vuoi anche per i timori sull’attuazione effettiva dell’agenda economica di Trump.

Il presidente ha messo mano alla riforma sanitaria dell’amministrazione Obama, nota proprio con il nome di Obamacare, puntando a smantellarla. Tuttavia, tra le fila dei repubblicani alla Camera si contano 26-27 dissidenti, che se votassero compatti contro la ribattezzata Trumpcare, rischierebbero di impallinarla. Ora, ai mercati interessa poco o nulla della riforma sanitaria negli USA, ma vedrebbero in una sua eventuale bocciatura le difficoltà del governo di portare avanti la sua agenda economica, compresi i tagli alle tasse, che dovrebbero essere presentati entro agosto, stando al segretario al Tesoro, Steve Mnuchin. (Leggi anche: Inflazione e oro, prezzi legati)

Servono nuovi segnali

Se così fosse, verrebbero meno i presupposti per speculare su un’accelerazione dell’inflazione, puntando sul mercato azionario e uscendo da quello obbligazionario. Tanto più, poi, che all’ultimo board di una settimana fa, la Federal Reserve non ha segnalato alcuna smania per alzare i tassi più in fretta di quanto il mercato non abbia già scontato, con altre due strette all’orizzonte quest’anno, oltre a quella varata il mercoledì scorso.

Siamo alla fine della “Trumpflation”? Presto per dirlo. I mercati pretendono semmai segnali concreti dai policy-makers americani. Se al Congresso le cose andassero bene per la riforma sanitaria perseguita dalla Casa Bianca e se l’amministrazione fornisse presto dettagli più concreti sul taglio alle tasse, la deregulation finanziaria e il sostegno alle opere pubbliche nazionali, la corsa azionaria riprenderebbe, magari meno accentuata, così come tornerebbero a salire i rendimenti dei titoli di stato e il dollaro contro le altre divise. (Leggi anche: Così Trump salva la faccia alle banche centrali)

 

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Argomenti: Economia USA, Fed, Presidenza Trump, super-dollaro, tassi USA