Trump vuole importare di meno? Dazi inutili, all’America serve meno spandi e spendi

I dazi di Donald Trump non riusciranno a tagliare il deficit commerciale. Una soluzione di lungo periodo al problema si otterrà solo affrontando la questione del debito.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I dazi di Donald Trump non riusciranno a tagliare il deficit commerciale. Una soluzione di lungo periodo al problema si otterrà solo affrontando la questione del debito.

Gli USA hanno registrato un deficit commerciale di 566 miliardi di dollari nel 2017, pari a poco meno del 3% del loro pil, frutto di un disavanzo di oltre 800 miliardi nell’import-export di beni e di un attivo di 244 miliardi per i servizi. I dazi imposti di recente su pannelli solari, lavatrici, alluminio e acciaio puntano a riportare un pezzo di manifattura nella “Rust Belt”, quella cintura rugginosa a cui Donald Trump ha promesso in campagna elettorale più posti di lavoro, al grido di “Make America Great Again”. In effetti, fa impressione sapere che ogni anno centinaia di miliardi di dollari vadano “persi” dalla prima economia mondiale e prendano la via dell’estero. Disavanzo commerciale significa importazioni nette, ovvero beni e servizi acquistati da società straniere più di quanto i consumatori stranieri non facciano con i beni e servizi made in USA.

Formalmente, si tratta proprio di ricchezza perduta, che va scomputata dal calcolo del pil. Fa bene l’amministrazione Trump a interrogarsi sulla sostenibilità di un simile disavanzo, anche se le risposte sinora esitate non appaiono convincenti. E ammesso che davvero con l’imposizione di dazi riuscisse ad azzerarlo, siamo sicuri che le ripercussioni di tale politica sarebbero desiderabili per gli stessi interessi di Washington?

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Quando un’economia importa più di quanto esporta, ciò è il sintomo di un sovra-consumo, a sua volta derivante da una politica fiscale e da una monetaria disfunzionali. Uno stato che spende più di quanto incassa con le entrate dei contribuenti produce deficit fiscali, che si traducono in domanda aggiuntiva, parte della quale diverrà importazioni. E tassi troppo bassi a loro volta stimolano i consumi e sopprimono i risparmi, con la conseguenza di sostenere anch’essi la domanda di beni e servizi prodotti dentro o fuori i confini nazionali. Il legame tra politica fiscale e politica monetaria entrambe espansive è evidente: quando si ha l’esigenza di indebitarsi, si desiderano interessi più bassi possibile e per quanto indipendente sia, la banca centrale tende a mostrarsi accomodante con il governo su tali esigenze. Accade negli USA degli ultimi decenni, accade anche nella nostra Eurozona con la BCE.

Il deficit fiscale genera quello commerciale

Dunque, in teoria, per tagliare il disavanzo commerciale, un governo dovrebbe ridurre e finanche azzerare quello fiscale, seguendo la teoria dei cosiddetti “deficit gemelli”. Non pare che questo sia l’obiettivo di Trump, che ha appena tagliato le tasse su imprese e famiglie creando un “buco” di 1.400 miliardi di dollari in 10 anni, ovvero parzialmente a debito. E allora, ecco che la Casa Bianca sta iniziando a mettere in pratica la minaccia dei dazi per cercare di offrire risposte a quei pezzi di industria a stelle e strisce, che negli ultimi anni hanno visto esplodere la concorrenza straniera, restando vittime di chi ha delocalizzato. In questa strategia, si nasconde anche e forse, soprattutto, il tentativo di Trump di strappare ai partner stranieri accordi commerciali o persino politiche del cambio più favorevoli agli interessi americani, per cui la vicenda appare ben più complessa di come venga spesso presentata dalla stampa in poche righe.

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Tuttavia, una cosa deve essere chiara: quei 566 miliardi di importazioni nette americane nel 2017 non sono stati ricchezza “perduta” nel vero senso della parola. Essi si sono tradotti in ricchezza per le economie esportatrici, traducendosi in 375 miliardi di pil in più per la Cina, in 60 per la Germania, in 40 per l’Italia, etc. E quel pil, “distrutto” in America, è andato a finire sulle tavole di milioni di famiglie cinesi, europee, etc. Denaro di cui alla lunga beneficiano gli stessi americani. Come? Potendosi permettere di emettere debito a costi molto bassi. A fronte di 20.000 miliardi di debito federale, il Tesoro USA paga poco più dell’1% in rendimenti sovrani. Questo, grazie al fatto che la domanda estera si mostri elevata, vuoi perché il dollaro è valuta di riserva mondiale e i titoli in esso denominati servono come liquidità accantonata per acquistare materie prime, vuoi anche perché proprio l’economia americana crea ricchezza aggiuntiva nel resto del mondo, parte della quale torna indietro in forma di acquisti finanziari, tra cui di Treasuries, oltre che di azioni e bond privati.

Servono tassi più alti e zero deficit fiscale

Immaginiamo che Trump riesca magicamente ad azzerare il deficit commerciale. L’America si sveglierebbe una mattina senza quel deficit da oltre 1,5 miliardi al giorno. Questo significa che o i consumi si sono abbassati per via di un maggiore risparmio interno, magari per effetto di una politica fiscale restrittiva, oppure perché i dazi avrebbero funzionato nel loro scopo di spostare la domanda verso beni di produzione nazionale. In ogni caso, sarebbe oltre mezzo trilione di minore domanda di valuta estera all’anno, visto che le importazioni si pagano in euro, yuan, yen, sterline, etc. Di pari passo, il dollaro si rafforzerebbe e un cambio più forte tenderà inevitabilmente a rendere maggiormente appetibili (nuovamente) beni e servizi esteri. Le importazioni risalirebbero e il problema tornerebbe in auge. E nel frattempo, a causa di quella minore ricchezza “esportata”, gli USA si ritroverebbero a dovere ricorrere più al mercato domestico per rifinanziare il debito, cosa che non porterebbe a un aumento dei rendimenti solo se i risparmi interni fossero sufficientemente elevati. E questo si avrebbe con una politica monetaria meno accomodante, ovvero con tassi Fed più alti, i quali inevitabilmente implicherebbero un costo del debito superiore.

In altre parole, Trump non potrà sfuggire, se davvero vorrà tagliare il disavanzo con l’estero, a un riequilibrio di lungo periodo che passi per un rafforzamento del cambio, tramite tassi più alti. L’idea di indebolire il dollaro per esportare di più e importare di meno si fonda su un ragionamento di corta visione, valido solo per il breve periodo, che è poi sostanzialmente quello che interessa un politico, ansioso per le scadenze elettorali più immediate. Alla lunga, solo azzerando il deficit federale e alzando i tassi, con conseguente apprezzamento del dollaro, si giungerebbe a una situazione di equilibrio, caratterizzata da minore disavanzo commerciale e saldi finanziari più positivi.

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Argomenti: Economia USA, Presidenza Trump