Trump torna ad attaccare i tassi USA e la Fed potrebbe stampare ancora dollari

Il presidente Trump attacca nuovamente la Federal Reserve, chiedendo la fine della stretta sui tassi USA. E l'istituto potrebbe trovarsi costretto a riprendere il "quantitative easing".

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Il presidente Trump attacca nuovamente la Federal Reserve, chiedendo la fine della stretta sui tassi USA. E l'istituto potrebbe trovarsi costretto a riprendere il

Donald Trump torna ad attaccare la Federal Reserve e lo fa dal palco del CPAC, la Confederazione Conservatrice Americana, a cui è stata invitata per l’Italia Giorgia Meloni. Ironizza sui “gentlemen”, che vorrebbero continuare ad alzare i tassi, pur notando come l’America non potesse tenerli ai livelli (azzerati) a cui erano stati abbassati in passato. Tuttavia, spiega, “vorremmo un dollaro che fosse grande per l’America, ma non tale da essere proibitivo per le nostre esportazioni”.

Si è trattato della prima esternazione negativa dopo quella micidiale di dicembre, quando aveva definito la Fed “l’unico problema per l’economia americana”. A febbraio, il presidente e il governatore Jerome Powell si erano incontrati alla Casa Bianca e il secondo aveva spiegato al primo i vantaggi di una politica monetaria legata solamente ai dati economici e indipendente dalla sfera politica. Sembrava essere stata trovata una tregua, almeno fino a quest’ultimo fine settimana.

L’attacco di Trump all’OPEC sul petrolio e il gioco di sponda con la Fed che passa da Iran e Venezuela

Quale sarebbe il problema? Trump non vuole che la Fed continui ad alzare i tassi, i quali, pur restando a livelli storicamente molto bassi (2,5%), risultano nettamente superiori a quelli mediamente vigenti nel resto del mondo avanzato. La BCE li tiene ancora a zero, mentre Svizzera, Giappone, Danimarca e Svezia continuano ad adottare interessi negativi. Ciò rende i tassi americani allettanti per i flussi dei capitali, con la conseguenza che il cambio americano è e resta forte. Il “super dollaro” indispone Trump, perché a suo avviso limiterebbe le esportazioni a stelle e strisce. Al contempo, fa pressione sull’OPEC, affinché cessi di reprimere la produzione di petrolio, consentendo alle quotazioni di scendere. Un greggio meno caro terrebbe, infatti, basse le aspettative d’inflazione, agevolando i piani della Fed per la cessazione della stretta sui tassi.

Il mercato si aspetta fino al massimo di un altro rialzo dei tassi USA per quest’anno, mentre gli analisti ritengono che la Fed vari un paio di strette.

Il problema è che con Wall Street ed economia americana entrate nel loro decimo anno di espansione, servirebbe forse uno stimolo per tenere viva la fiamma della crescita. Venuta meno la possibilità di fare leva sulla politica fiscale, dopo il maxi-taglio delle tasse in deficit già adottato dal 2018 e con i democratici maggioranza alla Camera, non resta che riporre nuovamente l’attenzione su quella monetaria. E a differenza delle altre principali banche centrali, la Fed possiede strumenti da utilizzare per un eventuale allentamento. Non solo il taglio dei tassi, al momento improbabile, quanto anche la fine del cosiddetto “quantitative tightening”, che nell’ultimo anno ha ridotto gli assets a bilancio di 420 miliardi di dollari.

La fine vicina per il QT della Fed

La Fed si è posta l’obiettivo di tagliare il suo bilancio al ritmo di 50 miliardi al mese, ma analisti e investitori sembrano concordare sulla responsabilità di questa misura nell’avere provocato lo shock sui mercati finanziari negli ultimi 3 mesi dello scorso anno, quando Wall Street è arrivata a sfiorare il 20% di perdite rispetto ai massimi storici toccati a inizio ottobre. Di pochi giorni fa, la notizia dell’istituto che una decisione sulla fine del QT verrà annunciata “molto presto”. Probabile che l’operazione cesserà entro la fine dell’anno. Nel concreto, significa che dall’anno prossimo gli assets della Fed non verrebbero più diminuiti, per cui i Treasuries e i titoli obbligazionari coperti da garanzia ipotecaria (Mbs) alla scadenza sarebbero riacquistati, mantenendo inalterato il grado di liquidità iniettato sui mercati, contrariamente alla contrazione in corso da inizio 2018.

In realtà, non si esclude che, nel caso in cui le condizioni macroeconomiche e finanziarie lo autorizzassero, Powell si trovi costretto a tornare ad acquistare assets netti, cioè a dare vita a un quarto ciclo di “quantitative easing”, magari a fronte di tassi stabili per un po’. Il 2020 sarà un anno elettorale, con Trump a cercare la rielezione e la pressione sulla Fed salirà decisamente, affinché eviti in ogni modo che l’economia americana cada in recessione.

Al resto del mondo conviene che la prima banca centrale allenti un po’ la sua politica monetaria, perché questo darebbe alle altre banche centrali maggiore respiro sui loro tassi. E le borse stesse rifiaterebbero, potendo confidare su una nuova ondata di liquidità utile almeno per tenere stabili le quotazioni azionarie e obbligazionarie. A dire il vero, gli USA continuano a crescere a ritmi sostenuti, anche se gli analisti stimano perlopiù che il segno meno per il pil dovrebbe comparire entro il 2021. Nell’ultimo trimestre dello scorso anno, stando ai dati preliminari, la prima economia mondiale risulta espansa del 2,6% su base annua, in rallentamento dal +3,4% e +4,2% rispettivamente del quarto e terzo trimestre, ma superiore alle attese e ai ritmi mediamente vigenti nel resto dell’Occidente.

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Questo significa, però, che la tanto discussa “normalizzazione” monetaria sia tutt’altro che alla portata. La vita media residua dei Treasuries in pancia alla Fed è di 96 mesi, superiore ai 69 del complesso dei titoli del debito USA negoziabili. Ciò significa che, ammesso che sia nelle condizioni di poterselo permettere, l’istituto centrale eliminerebbe del tutto dal suo bilancio i Treasuries tra 8 anni con una gestione passiva, cioè semplicemente non rinnovando i titoli in scadenza. Probabile, però, che per evitare nuovi scossoni finanziari, la strada che verrà percorsa sia un’altra, vale a dire non la riduzione in valore assoluto di tali assets, bensì il loro declino in rapporto al pil, per effetto della crescita reale e dell’inflazione. Tuttavia, serviranno decenni prima che si possa tornare ai livelli del 2007, ultimo anno prima della crisi e del ricorso a misure monetarie non convenzionali, quando il bilancio della Fed equivaleva a poco più del 6% del pil USA. Ad esempio, se questi crescesse nominalmente del 4,5% all’anno, tale target verrebbe centrato solo tra 25 anni. E’ il segno di quanto la straordinarietà della reazione delle banche centrali dopo la crisi del 2008 sia diventata il “new normal” dell’era attuale, caratterizzata da tassi azzerati e attivismo dei governatori per tenere alta la liquidità sui mercati per sperare di non provocare una nuova rovinosa recessione per la stabilità geopolitica dell’Occidente, più che per altro.

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