Trump straccia l’accordo sul nucleare con l’Iran, ora Cina decisiva sul petrolio

L'America di Trump stralcia l'accordo sul nucleare con l'Iran e adesso il mondo teme conseguenze geopolitiche pesanti, nonché ripercussioni sul petrolio.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'America di Trump stralcia l'accordo sul nucleare con l'Iran e adesso il mondo teme conseguenze geopolitiche pesanti, nonché ripercussioni sul petrolio.

L’America sospende l’accordo sul nucleare sottoscritto nel 2015 dal Gruppo dei 5+1 (USA, Cina, Russia, Regno Unito, Francia e Germania) con l’Iran, reintroducendo “le più dure sanzioni” contro Teheran. L’annuncio è stato dato ieri sera dal presidente Donald Trump, in diretta dalla Casa Bianca, il quale ha parlato di prove che la Repubblica Islamica avrebbe infranto gli impegni, continuando nel processo di arricchimento dell’uranio a fini militari. Non sorpresi, ma contrariati tutti gli altri aderenti all’intesa, con il presidente francese Emmanuel Macron che si è impegnato a trovare una nuova intesa, mentre Mosca si dice “delusa” dall’atteggiamento di Trump.

L’accordo fu sottoscritto nell’aprile del 2015 e finalizzato alla fine di quell’anno. Esso prevede che Teheran trasferisca all’estero elementi essenziali per la produzione di combustibile, in modo da rallentare l’eventuale creazione della bomba nucleare, sebbene non la renda impossibile. Gli analisti spiegano, ad esempio, che con l’intesa di 3 anni fa al regime degli ayatollah servirebbe un periodo di 12-18 mesi per mettere insieme tutto il combustibile necessario per produrre la bomba nucleare e adesso temono che i tempi stringano e che l’Iran possa correre più velocemente a dotarsi dell’arma più temuta al mondo.

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Non a caso, il presidente iraniano Hassan Rouhani ha minacciato proprio questo, ovvero di riprendere i programmi nucleari a scopi militari “entro le prossime settimane”, mentre numerosi deputati bruciavano le bandiere a stelle e strisce per protestare contro la Casa Bianca. Unico governo ad avere espresso pieno apprezzamento per la decisione “coraggiosa” di Trump è quello israeliano del premier Benjamin Netanyahu.

Che succede adesso?

E adesso che succede? Le sanzioni contro Teheran non erano state del tutto ritirate dall’Occidente, essendo rimaste in piedi quelle comminate per il sostegno iraniano a organizzazioni terroristiche come Hamas e Hezbollah. Tuttavia, con lo stralcio dell’accordo verrebbe ripristinato l’embargo sulle esportazioni di petrolio, le cui quotazioni non a caso nell’ultimo mese sono schizzate da 68-69 a 76-77 dollari, salendo ai massimi da 3 anni e mezzo. L’Iran ha, infatti, incrementato le sue estrazioni di 1,1 milioni di barili al giorno con la fine dell’embargo nel gennaio 2016. A tanto ammonta anche l’aumento delle esportazioni, di cui un terzo verso la sola Cina.

In teoria, se gli altri aderenti all’accordo ne restassero fedeli, sarebbe solo l’America a imporre sanzioni sul petrolio iraniano. Per il funzionamento “extra-territoriale” di tali misure, però, ci rimetterebbero tutte quelle entità che continuassero a importare greggio da Teheran, le quali verrebbero tagliate fuori dal circuito finanziario americano, rischio che obiettivamente nessuno può correre. Non a caso, Trump ha precisato ieri che le sanzioni colpirebbero anche i paesi che continuassero a fare affari con l’Iran. E c’è un però: la Cina. Anche negli anni dell’embargo, Pechino ha importato greggio iraniano nell’ordine medio di 450.000 barili al giorno nel corso del biennio 2014-’15. Negli ultimi due mesi, tali importazioni sono arrivate rispettivamente a 766.000 barili al giorno a marzo e a 700.000 in aprile.

Che succede, dunque? In teoria, la Cina potrebbe continuare a ignorare le decisioni di Washington, comprandosi il petrolio dall’Iran, il quale verosimilmente le verrebbe venduto a sconto rispetto ai prezzi attuali, nel caso in cui gli altri paesi del mondo, tra cui Corea del Sud e Giappone, decidessero di interrompere le importazioni. A quel punto, infatti, quell’oltre milione di barili in più quotidianamente disponibile dovrebbe trovare altri mercati di sbocco, che si ridurrebbero sostanzialmente alla sola Cina. Ma quel maggiore petrolio eventualmente acquistato dalla seconda economia mondiale corrisponderebbe a una riduzione delle importazioni da altri produttori, come Arabia Saudita e Russia.

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Rischi sul petrolio sopravvalutati?

D’altra parte, i paesi che avessero interrotto le importazioni dall’Iran dovrebbero rimpiazzarle con acquisti da altri stati, per cui alla fine nulla cambierebbe sul piano complessivo, trattandosi solo di un riposizionamento dei rapporti bilaterali. Insomma, le esportazioni iraniane resterebbero intatte, così come quelle degli altri principali produttori; semplicemente, si procederebbe a uno scambio dei mercati di sbocco. Questo, però, se la Cina decidesse di non seguire l’America. Se, invece, obtorto collo, tagliasse i rapporti commerciali con Teheran, l’Iran non avrebbe davvero più dove esportare greggio. Le quotazioni schizzerebbero, ma attenzione anche in questo caso a fare considerazioni azzardate: la produzione globale resta abbondante, tant’è che l’OPEC e la Russia continuano a rispettare un accordo per tenere i propri livelli estrattivi non superiori a quelli di un anno e mezzo fa. Se l’Iran esportasse meno, Riad e Mosca, tanto per citare due grossi player mondiali, sarebbero pronti a rimpiazzarlo.

Si consideri che anche le stesse compagnie petrolifere americane compenserebbero eventuali ammanchi di produzione globale. A differenza che nel periodo del precedente embargo (fine 2011-inizio 2016), Washington ha rimosso il divieto delle esportazioni di petrolio, introdotto negli anni Settanta dall’amministrazione Nixon. Adesso, sta arrivando ad esportare 2,3 milioni di barili al giorno e la produzione americana è salita a oltre 10,5 milioni di barili al giorno, nonostante l’America resti un importatore netto di energia. Con quotazioni del Wti a 70 dollari, tenuto conto dell’efficienza gestionale delle compagnie private, queste sarebbero capaci di potenziare le estrazioni per rivolgerle ai mercati esteri, rimpiazzando i crolli di produzione del Venezuela e quelli eventuali dell’Iran.

Non stiamo dicendo che il boom delle esportazioni nelle ultime settimane sia in sé illogico, semmai che il peggio potrebbe essere già stato interamente scontato. Anzitutto, perché nel breve termine potrebbe benissimo accadere che un calo dell’offerta mondiale si avverta, giusto il tempo di rinegoziare i contratti in corso, non avvenendo dall’oggi al domani che uno stato sia capace di sostituire un produttore con un altro. E bisogna tenere conto dei rischi geopolitici, con l’Iran che correrà verso il riarmo nucleare e Israele e Arabia Saudita dall’altra parte a prendere in considerazione persino l’ipotesi estrema militare. Non sarebbe un scenario molto probabile, ma nel caso in cui l’Iran compisse l’inedito passo di chiudere lo Stretto di Hormuz, quello che lo separa dal Golfo Persico, le ripercussioni sul mercato petrolifero sarebbero dirompenti, dato che da qui transitano quotidianamente 18 milioni di barili, il 18% dell’offerta mondiale. Teheran non ha mai nemmeno preso in considerare una simile ipotesi, dipendendo la sua economia proprio da quel passaggio. Ma esiste sempre una prima volta.

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Argomenti: Economia USA, economie emergenti, Petrolio, Presidenza Trump, quotazioni petrolio