Trump protezionista? I paesi a rischio con le politiche del nuovo presidente USA

Che si tratti di protezionismo o meno, la svolta del presidente Trump in politica commerciale potrebbe colpire alcuni paesi. Vediamo quali.

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Che si tratti di protezionismo o meno, la svolta del presidente Trump in politica commerciale potrebbe colpire alcuni paesi. Vediamo quali.

Sarà pure inconsueto, ma il primo atto pubblico del presidente USA, Donald Trump, ha consistito nell’incontrare alla Casa Bianca i leader sindacali di alcune delle principali organizzazioni dei lavoratori, ai quali ha offerto su un piatto d’argento la fine del TPP, l’accordo di libero scambio con altri undici paesi del Pacifico, avversato profondamente dai sindacati, i quali uscendo dal n.1600 di Pennsylvania Avenue, quasi non credevano di avere ottenuto in poche ore da un loro avversario politico quanto non erano stati in grado nemmeno di immaginare in anni di amministrazione “amica” dei democratici. Il ritiro degli USA dal TTP e la rinegoziazione del NAFTA stanno facendo temere nel mondo una svolta protezionistica dell’America, anche se le cose non starebbero esattamente come vengono spesso raccontate. (Leggi anche: Dottrina Trump è protezionismo o nuova globalizzazione?)

Trump punta ad “accordi equi” per i lavoratori americani, che non distruggano occupazione negli USA e non spostino la manifattura altrove. Da qui, l’appello-minaccia lanciato alle multinazionali: se delocalizzate la produzione e licenziate i lavoratori, sui vostri prodotti importati applicheremo un dazio del 35%.

I principali esportatori verso l’America

L’economia americana soffre di un male, che si chiama bilancia commerciale. Negli ultimi quaranta anni, è stata in passivo per circa 38 anni e mezzo. Solo tra la metà del 2008 e la fine del 2009 è passata in verde, ma più per lo scoppio della crisi finanziaria ed economica, che colpì i consumi interni e, quindi, anche le importazioni di beni e servizi.

Per quanto manchi ancora il dato di dicembre del 2016, lo scorso anno la bilancia commerciale a stelle e strisce dovrebbe avere esitato un saldo negativo di 730 miliardi di dollari, circa il 4% del pil.

Di questo, quasi il 45% si ha con la Cina, verso cui il passivo è stato di 320 miliardi nel 2015 e dovrebbe persino essere cresciuto nel 2016. E tra i paesi esportatori netti verso gli USA troviamo al secondo posto il Giappone con oltre 62 miliardi nei primi undici mesi dell’anno, la Germania con quasi 60, il Messico con 59, l’Irlanda con circa 33 e scorrendo l’Italia si posiziona all’ottavo posto con 26 miliardi. (Leggi anche: Germania e Cina alleate contro Trump)

 

 

 

 

Germania sotto accusa di Trump per l’euro debole

Che nella top ten delle economie con cui gli USA registrano un disavanzo commerciale, vi siano tre paesi dell’Eurozona, è qualcosa che l’amministrazione Trump ha di fatto già attenzionato. Lo scontro non è con tutta l’area, bensì con la Germania, in particolare, accusata di avvalersi di un euro debole per i suoi fondamentali, ovvero di dare vita a un commercio iniquo, “unfair”. E su questo, il presidente ha ragione, perché è indubbio che l’economia tedesca si stia avvantaggiando da anni di una moneta molto più debole di quanto non sarebbe stato il marco, registrando surplus correnti record e superiori al 6% del pil sin dal 2006. (Leggi anche: Trump minaccia ritorsioni sull’euro debole)

Nonostante il Giappone sia tra le principali cause del disavanzo commerciale americano, Trump non ha ancora preso di mira lo yen, che negli ultimi 5 anni si è deprezzato contro il dollaro di un terzo. Forse, dietro il silenzio del presidente si cela la volontà di tenersi stretto l’alleato giapponese, in un’ottica di scontro con la Cina, che è nel suo mirino sin dagli albori della campagna elettorale.

Si apre il caso Germania

Non è un caso, che il TPP sia stato la prima vittima della nuova amministrazione. Tra i primi 10 maggiori esportatori netti verso gli USA, 3 sono membri dell’accordo ormai tramontato. Uno, il Messico, fa parte del NAFTA, che Trump vuole, appunto, rinegoziare. Non resta che l’apertura del caso euro, con Washington ben presto a poter passare dalle parole ai fatti, anche se non esiste formalmente un modo per spingere la Germania ad apprezzare la sua moneta, visto che il valore di quest’ultima riflette i fondamentali di tutta l’Eurozona.

Resta pur vero, che la moneta unica sarebbe attualmente sottovalutata rispetto un po’ a tutti gli stati membri, per via degli stimoli monetari della BCE. (Leggi anche: Trump attacca la Germania: UE usata per i tuoi interessi)

Va detto, per contro, che nella top ten dei paesi importatori netti dagli USA, troviamo altri tre membri dell'(ex) TTP (Australia, Cile e Singapore) e due membri dell’Eurozona (Belgio e Olanda), anche se il loro apporto positivo alla bilancia commerciale americana è di gran lunga inferiore al peso negativo che hanno i paesi sopra elencati tra gli esportatori netti dell’una e dell’altra area.

 

 

 

 

Squilibri globali provocati da tre economie

La nuova amministrazione potrebbe accendere i fari, quindi, su yuan, euro e yen, al contempo rinegoziando in proprio favore il NAFTA, dopo avere mollato il TPP. Con l’eccezione del caso Cina, emerso nel corso degli ultimi tempi, sembra di tornare all’era Nixon, quando proprio gli avanzi commerciali di Germania e Giappone resero impossibile all’America il mantenimento del sistema monetario di Bretton Woods, quello che garantiva la convertibilità del dollaro in oro e che fissava le parità tra le valute dell’allora mondo avanzato e nell’orbita occidentale con il dollaro. Ci siamo riportati a quello stesso problema: Germania e Giappone, e ora anche la Cina, tendono a crescere a discapito delle altre economie, provocando squilibri globali destabilizzanti. (Leggi anche: Germania attacca la Cina: 320 miliardi di deficit da colmare)

 

 

 

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