Tra Trump e Principe MBS un mare di petrolio, ecco come sono cambiati i rapporti USA-sauditi

Vertice tra Donald Trump e Principe Mohammed bin Salman. Il petrolio non potrà mancare dai colloqui. USA e Arabia Saudita ne estraggono 20 milioni di barili al giorno.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Vertice tra Donald Trump e Principe Mohammed bin Salman. Il petrolio non potrà mancare dai colloqui. USA e Arabia Saudita ne estraggono 20 milioni di barili al giorno.

Poche ore e il Principe ereditario Mohammed bin Salman (MBS) incontrerà il presidente Donald Trump nel corso della sua visita alla Casa Bianca. Il vertice è stato fatto precedere da un annuncio molto importante del futuro sovrano saudita: “non è obbligatorio che le donne indossino l’abaya, purché si vestano decentemente”. Il riferimento è alla tunica nera che copre dal viso ai piedi il corpo delle donne, ennesimo passo in avanti verso l’ammodernamento delle leggi nazionali e l’emancipazione femminile nel paese più conservatore al mondo. Il 32-enne figlio di Re Salman sta stupendo tutti per la velocità con cui sta varando le riforme in patria, consentendo alle donne di guidare dal prossimo giugno, di recarsi allo stadio e riaprendo le sale cinematografiche.

Inutile girarci intorno. Il faccia a faccia tra MBS e Trump sarà tra i titolari di economie dalla produzione complessiva di 20 milioni di barili al giorno, un quinto di quella mondiale. Gli USA hanno da poco superato i livelli sauditi, grazie al boom dello shale, estraendo sopra i 10,3 milioni di barili al giorno, mentre Riad si sta fermando sotto i 10 milioni per ottemperare all’accordo OPEC sul taglio della produzione, finalizzato a ravvivare i prezzi. Solo la Russia estrae più barili, in area 11 milioni.

Minaccia nucleare dei sauditi all’America

USA meno dipendenti dal petrolio saudita

Le relazioni tra i due stati sono molto positive, specie da quando Trump è entrato alla Casa Bianca e MBS ha di fatto assunto il potere del regno saudita. I due hanno firmato accordi commerciali per circa 380 miliardi di dollari un anno fa, di cui un terzo relativo alla vendita di armi americane a Riad. Cosa ancora più importante, di recente i sauditi hanno annunciato che punteranno sul nucleare per allentare la dipendenza dal petrolio, chiedendo a Washington di consentire alle società a stelle e strisce di fornire loro assistenza e collaborazione, minacciando altrimenti di rivolgersi ad altri paesi. Una legge federale sottopone simili collaborazioni all’impegno delle società estere assistite a non utilizzare i programmi nucleari per scopi militari.

Sul piano economico e, di riflesso, geopolitico, i rapporti tra USA e Arabia Saudita stanno molto mutando proprio per il boom petrolifero americano. La produzione in poco più di un decennio è raddoppiata, allentando la dipendenza dall’estero. Si pensi, ad esempio, che nell’ultimo decennio le importazioni dal resto del mondo risultano crollate di oltre un quinto. La quota delle importazioni saudite ammonta a poco più del 7% contro oltre il 12% di 10 anni fa. Non solo: l’OPEC oggi vale meno del 30% delle importazioni totali USA, quando 10 anni fa pesava ancora per quasi la metà. Parliamo del cartello di cui fanno parte l’Arabia Saudita, così come Iraq, Iran, Venezuela, Libia, Kuwait, etc.

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Il caso Iran

In sostanza, l’America è molto meno dipendente dal mondo arabo di pochi anni fa e si sente adesso nelle possibilità di giocare la partita sullo scacchiere internazionale in maggiore autonomia, anche al costo di irritare alleati collaudati. Per la verità, i sauditi hanno più di una ragione per essere felici dell’operato di Trump in questa fase. Il presidente vorrebbe stracciare l’accordo sul nucleare con l’Iran, acerrimo nemico di Riad. Se lo facesse, contro Teheran verrebbe ripristinato l’embargo petrolifero, cosa che converrebbe al principe MBS per due ragioni: la prima, perché indebolirebbe economicamente il suo rivale nel Medio Oriente, il quale avrebbe minori risorse da investire per combattere “proxy war” all’estero, tra cui Yemen, Siria e Libano; la seconda, perché minori esportazioni equivarrebbero a prezzi del greggio più alti, quello di cui la compagnia petrolifera statale Aramco avrebbe bisogno per dare vita (nel 2019?) a una IPO quanto più di successo.

Ma esistono anche ragioni di divergenza tra le due capitali. Gli USA stanno tornando ad esportare petrolio dopo 40 anni di assenza dai mercati internazionali e a una media ormai di 1,5 milioni di barili al giorno. Verso la Cina, primo importatore al mondo, le vendite si sono sestuplicate a oltre 300.000 barili al giorno negli ultimi mesi del 2017. Non può fare piacere ai sauditi, già in battaglia con i russi per accaparrarsi quello che viene considerato il mercato a maggiore potenziale di crescita. Più in generale, maggiore il livello delle quotazioni del Brent, più alta la capacità produttiva americana e, quindi, più basse le quotazioni nel periodo successivo. Insomma, Riad deve fare i conti con un equilibrio di lungo periodo che la pone in conflitto con gli interessi americani. Non potrà nemmeno discuterne approfonditamente con Trump, visto che gli USA estraggono petrolio tramite numerose compagnie private, che non rispondono a obiettivi strategici del governo, bensì solo al mercato, contrariamente ad Aramco, ad oggi braccio armato del regno sul piano dei rapporti con il resto del mondo. Per fortuna di MBS, Trump sembra davvero intenzionato a soddisfarlo con un sostegno senza tentennamenti contro Teheran. Rimosso il più cauto Rex Tillerson, il nuovo segretario di Stato, Mike Pompeo, sembra più incline a realizzare una politica anti-iraniana.

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Argomenti: Arabia Saudita, Economia USA, Economie Asia, Petrolio, Presidenza Trump, quotazioni petrolio