Trump o Clinton, dollaro e Cina prossime vittime delle elezioni USA

Il dollaro e la Cina sarebbero le vittime delle elezioni presidenziali USA. Perché? Gli americani si sono rotti del dumping e delle svalutazioni di Pechino, che "rubano" loro il lavoro.

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Il dollaro e la Cina sarebbero le vittime delle elezioni presidenziali USA. Perché? Gli americani si sono rotti del dumping e delle svalutazioni di Pechino, che

I nomi dei due candidati principali per la corsa alla Casa Bianca li conosciamo, perché salvo sorprese del tutto inattese e matematicamente quasi impossibili, a contendersi la presidenza degli USA saranno Donald Trump per il Partito Repubblicano e Hillary Clinton per il Partito Democratico. A luglio, le convention dei due schieramenti daranno il via ufficiale alla campagna elettorale e da lì in poi ci spetteranno tre mesi di sondaggi, battute, colpi bassi, reazioni e colpi di scena non improbabili, data la caratura dei due personaggi. Da un punto di vista dei temi sull’economia, queste elezioni sono caratterizzate da un minimo comune denominatore tra i due candidati, ovvero l’avversione contro la Cina, o meglio, contro le sue politiche di dumping e di svalutazione dello yuan a fini competitivi. Gli elettori di quasi ogni strato sociale non vedono di buon occhio che i posti di lavoro nel manifatturiero americano siano diminuiti del 14% in 10 anni, passando da 14,2 a 12,3 milioni. E il deficit commerciale è più che quintuplicato in 20 anni, portandosi a 40 miliardi. Pechino viene accusata molto esplicitamente da Trump a destra e dai sindacati a sinistra di “rubare” il lavoro agli americani.

Trump contro super-dollaro

Le posizioni e i toni utilizzati dalla ex First Lady sono meno nette verso la Cina, ma anch’esse si sono indurite negli ultimi mesi, perché a contenderle la nomination dei democratici c’è ancora il senatore del Vermont, Bernie Sanders, la cui piattaforma programmatica è molto pro-sindacati, tanto da essere considerato un “socialista”, che negli USA non è una definizione politica, bensì un insulto. Nei giorni scorsi, ha fatto molto scalpore una dichiarazione di Trump, che nel corso di un comizio avrebbe paventato l’ipotesi di un default programmato del debito americano, aggiungendo tra le altre cose che non sarebbe gradito un ulteriore rafforzamento del dollaro e sostanzialmente avallando la politica monetaria della Federal Reserve di questi anni (avversata dai suoi compagni di partito), anche se l’imprenditore ha chiarito che nel caso di vittoria non darebbe al governatore Janet Yellen un secondo mandato.

   

Dazi anti-dumping e dollaro meno forte contro Cina

Ebbene, per quanto non sia stata una novità, tali dichiarazioni hanno confermato che Trump vorrebbe un dollaro più debole per sostenere le esportazioni e che sarebbe pronto anche a chiudere le frontiere commerciali con la Cina, al fine di proteggere la produzione manifatturiera americana. La stessa Clinton ha dichiarato che la Cina e ogni altro paese che utilizzasse la leva del cambio per ravvivare la propria economia dovrebbe fare i conti con sanzioni e dazi. Dunque, chiunque vinca dovrebbe essere più sensibile rispetto ad oggi alla capacità competitiva dell’industria americana, per cui dovrebbe dimostrare maggiore preoccupazione verso un dollaro forte e potrebbe assumere verso Pechino un atteggiamento di sfida contro le sue politiche di dumping, che negli ultimi anni hanno accresciuto gli squilibri globali.

Elezioni USA come Brexit?

Secondo Standard Bank, se vincesse Trump, il dollaro crollerebbe di circa il 20% in pochi mesi. Le elezioni presidenziali USA, quindi, sarebbero un nuovo driver per i mercati valutari del pianeta, similmente alla Brexit per la sterlina negli ultimi mesi. In media, nei tre mesi precedenti al voto, si stima che la volatilità del dollaro sia salita dell’1,6%. Se fossero vere le previsioni e le sensazioni dei principali analisti del mercato, stavolta potrebbe andare peggio e quale che sia la direzione dei sondaggi, il dollaro potrebbe indebolirsi sulla prospettiva di un presidente USA meno incline a consentire ulteriori guadagni alla divisa americana. Ora, il punto è che l’unico modo per indebolire o rafforzare il cambio è agire con la leva monetaria, ovvero sui tassi. E’ pensabile che la Fed torni a tagliarli per contrastare l’accomodamento monetario delle altre banche centrali, oppure si limiterà a rallentare la stretta iniziata nel dicembre scorso? Venerdì scorso, la Yellen ha affermato di non potere escludere l’adozione dei tassi negativi, qualora le condizioni dell’economia americana dovessero deteriorarsi sensibilmente, anche se ha giudicato improbabile un tale ricorso.

Che abbia messo le mani avanti, segnalando al mercato di potere essere spinta dal cambio del quadro politico a interventi più radicali?      

Tassi USA, cosa accadrà

D’altra parte, va detto che un ulteriore allentamento della politica monetaria a stelle e strisce non appare un’ipotesi così robusta nel caso di vittoria dei repubblicani, che a differenza del loro leader sono fortemente contrari sia a mantenere i tassi ai livelli infimi attuali, sia certamente ai tassi negativi. Se a vincere fosse la Clinton, poi, da un lato risentirebbe delle istanze dei democratici più tradizionalmente sensibili all’occupazione che non all’inflazione, ma dall’altro dovrebbe lasciare maggiore autonomia operativa alla Yellen, che è stata nominata dall’uscente Barack Obama e che gode la stima e la fiducia proprio del suo partito. Le preoccupazioni sul dollaro potrebbero essere esagerate, frutto di toni molto insoliti per una campagna per le presidenziali, dove generalmente le posizioni dei candidati sono abbastanza note (e scontate), nonché equilibrate. Stavolta è accaduto che la classe media americana abbia riversato la sua rabbia e la frustrazione per una ripresa a beneficio di pochi con l’individuazione da una parte di un candidato marcatamente anti-establisment (Donald Trump), dall’altro con un gradimento forte verso Sanders, che sta spingendo necessariamente la Clinton su posizioni più di sinistra. Una cosa sembra probabile, però, cioè che Washington non sarà più così benevola con Pechino e non accetterà che quest’ultima “invada” il pianeta con le sue merci, in barba alle norme internazionali sul commercio. Qualche tensione si era avuta già tra il 2004 e il 2005, quando l’allora amministrazione Bush accusò i cinesi di manovrare il cambio e di tenerlo sottovalutato del 25-30%.

Il risultato di quelle pressioni fu l’aggancio dello yuan al dollaro, attraverso un sistema di fluttuazioni controllato e parzialmente ignoto. Le svalutazioni dello scorso agosto sono state, in verità, benedette dal Fondo Monetario Internazionale, che ha da poco inserito la valuta cinese nel paniere delle divise utilizzate per le riserve dell’istituto.      

Economie avanzate alzano la testa contro Pechino?

Senza un appoggio esplicito della Casa Bianca, la Cina non potrebbe verosimilmente fare un uso altrettanto disinvolto anche nei prossimi anni del cambio e delle pratiche di dumping commerciale, se non rischiando uno scontro non conveniente ai suoi interessi con gli organismi internazionali, oltre che con la stessa America e l’Europa. L’Europarlamento ha negato a Pechino lo status di economia di mercato, che avrebbe fatto passare con ancora minori problemi e dazi le merci cinesi nella UE. Il mondo sviluppato inizia a reagire alla scorrettezza e all’arroganza della Cina. Trump in questo è più esplicito, ma nemmeno con la Clinton sarebbero rose e fiori.    

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