Trump e Merkel litigano su dollaro e commercio mondiale per interessi, non ideologia

L'America di Trump e la Germania di Frau Merkel sono ai ferri corti sul commercio mondiale, ma le tensioni sono vecchie di decenni. Ecco le argomentazioni delle due potenze economiche.

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L'America di Trump e la Germania di Frau Merkel sono ai ferri corti sul commercio mondiale, ma le tensioni sono vecchie di decenni. Ecco le argomentazioni delle due potenze economiche.

L'”America First” di Donald Trump sta scuotendo Davos, la località montana in Svizzera, dove il gotha della finanza, dell’economia e della politica mondiale si riunisce ogni anno per discutere delle sorti del pianeta. Per la prima volta dal 2000, un presidente americano sarà presente all’appuntamento. Era stato inizialmente invitato il vice Mike Pence, che ha rifiutato, suggerendo a Trump di andare al posto suo. E il tycoon ci arriva oggi e ci resterà ben 36 ore, durante le quali incontrerà diversi premier e capi di stato, tra cui la britannica Theresa May. Attesissimo è il suo discorso, dopo che il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, ha già dichiarato che un dollaro debole è positivo per il commercio mondiale, contribuendo ad affossare il cambio americano ai minimi da oltre 3 anni, mandando su lo yen e le materie prime. Il segretario al Commercio, Wilbur Ross, invece, si è detto convinto che gli USA siano già in guerra commerciale, nonostante Trump avesse rifiutato di avallare l’espressione il giorno prima, quando aveva imposto dazi su lavatrici e pannelli solari, scatenando le ire della Cina, in particolare. (Leggi anche: Come il dollaro debole sta sostenendo l’economia mondiale)

All’evento ha parlato la cancelliera Angela Merkel, che facendosi paladino dell’Occidente liberale, ha affermato che bisogna rifiutare l’unilateralismo e abbracciare il multilateralismo e che “bisogna imparare dalla storia”. Eppure, il responsabile della comunicazione alla Casa Bianca, Anthony Scaramucci, ci tiene a precisare che Trump non sarebbe un protezionista, bensì un “globalista”, rimarcando come egli abbia una doppia faccia e come il suo messaggio sull'”America First” sia un modo per segnalare la tutela degli interessi dei cittadini.

I numeri della divergenza di interessi tra USA e Germania

In effetti, non è l’ideologia a dividere Washington da Berlino in questi mesi. Certo, non si potevano immaginare due caratteri così diversi, guardando a quelli di Trump e Merkel, ma le tensioni tra USA e Germania risalgono a parecchi decenni fa e quasi mai sono state sopite, semmai semplicemente gestite dai rispettivi leaders. I tedeschi contribuirono in maniera determinante a porre fine all’ordine monetario noto come Bretton Woods, dagli accordi del 1944 nella cittadina americana, in base ai quali le valute delle economie occidentali venivano agganciate da tassi di cambio fisso al dollaro, che a sua volta risultava convertibile in oro a un valore prefissato. Gli ingenti e crescenti surplus commerciali messi a segno dalle imprese tedesche e giapponesi mandarono in crisi il sistema.

La retorica sulla necessità di un dollaro debole fa il paio a Washington con l’attacco all’euro debole, dietro cui, sostiene Trump, si scherma la Germania per esportare a tutto ritmo, giovandosi di un cambio non compatibile con i propri fondamentali. Berlino non può accettare simili considerazioni, perché il suo modello economico è “export-led”, impostato sulle esportazioni, nonostante ciò accada generalmente alle economie emergenti, non a una delle principali avanzate del pianeta. Tra il 2002 e il 2017, ovvero dalla nascita “fisica” dell’euro allo scorso mese, la Germania ha registrato surplus commerciali cumulati per circa 3.275 miliardi di dollari, di cui oltre 816 miliardi nei confronti dei soli USA, un quarto del totale. Nello stesso periodo, gli USA hanno accumulato, invece, disavanzi commerciali per 8.840 miliardi. (Leggi anche: Export Germania da record, ma all’Europa non serve mettere in croce Merkel)

E l’export impatta sui posti di lavoro, se è vero che nell’arco di tempo considerato, la Germania è riuscita a crearne ben 5 milioni, portando il suo tasso di disoccupazione dal 65% al record del 75%. In Italia, superiamo appena il 58%. La stessa media OCSE è oggi al 66%. Gli USA godono di un tasso di occupazione di poco superiore al 60%, inferiore di circa 2 punti percentuali rispetto al 2002, pur in risalita nell’ultimo triennio, dopo che era sceso ai minimi dagli inizi degli anni Ottanta.

Trump punta a un Plaza 2.0

Si potrebbe anche considerare demenziali le argomentazioni del governo americano, che punta a indebolire il dollaro per risollevare le esportazioni americane, ma dalla sua ha un episodio storico importantissimo e nemmeno lontanissimo nel tempo. Nel 1985, l’amministrazione Reagan, che aveva dovuto perseguire negli anni precedenti una politica monetaria restrittiva contro l’alta inflazione, era preoccupata dall’esplosione del deficit commerciale, sestuplicato in appena un lustro. Decise allora di riunire i capi di governo delle prime cinque economie mondiali all’Hotel Plaza di New York, concordando una svalutazione del dollaro. Tutti accettarono e il biglietto verde s’indebolì mediamente del 35% in 10 anni. Risultato? Quello fu l’unico periodo, al netto degli anni della crisi finanziaria del 2008, in cui il deficit commerciale americano si ridusse, più che dimezzandosi tra il 1987 e il 1992. Successivamente, riprese a salire, man mano che il dollaro tornò a rafforzarsi.

In teoria, Trump punterebbe a un Plaza 2.0, ma i tempi sono cambiati. Ormai, si gioca prettamente con le regole del commercio mondiale, le svalutazioni concordate sembrano preistoria e, soprattutto, non vi sarebbero potenze disposte a riconoscergli tale diritto. L’accordo di 33 anni fa non impattò negativamente sull’economia mondiale, tranne forse che in Giappone, dove dall’inizio degli anni Novanta l’economia entrava in una stagnazione secolare e qualche tempo dopo persino in deflazione, fenomeno contro cui combatte ancora oggi. Difficile che il presidente americano ottenga quello che Ronald Reagan incassò dai partners commerciali a metà degli anni Ottanta. Allora, tutti erano uniti dall’ultima fase della Guerra Fredda contro l’Urss, oggi spira un vento gelido persino tra gli alleati di un tempo. (Leggi anche: Svalutazione dollaro concordata come con Accordo di Plaza?)

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