Iran: Trump contro accordo nucleare, ecco cause e conseguenze

Il presidente americano Donald Trump potrebbe non rinnovare l'accordo sul nucleare con l'Iran, alimentando incertezze sul futuro delle quotazioni del petrolio.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il presidente americano Donald Trump potrebbe non rinnovare l'accordo sul nucleare con l'Iran, alimentando incertezze sul futuro delle quotazioni del petrolio.

Il presidente americano Donald Trump sarebbe contrario alla conferma dell’accordo sul nucleare con l’Iran. Lo spiegano fonti vicine alla Casa Bianca, anche se la sua opposizione è nota sin dalla campagna elettorale, quando ha definito l’intesa con Teheran “il peggiore accordo mai sottoscritto dagli USA”, accusandolo di contenere termini troppo favorevoli alla repubblica islamica. Il rinnovo dovrebbe avvenire questo mese, ma a questo punto è abbastanza incerto, per quanto s’intensifichi il pressing dall’interno della stessa amministrazione USA, perché il presidente non compia passi unilaterali. Il segretario alla Difesa, Jim Mattis, quello di Stato, Rex Tillerson, e il capo staff della Casa Bianca, John Kelly, starebbero tutti cercando di convincerlo a dare seguito alla cosiddetta “pax” nucleare, temendo altrimenti che ad uscirne isolata e indebolita sarà la politica estera a stelle e strisce.

Se Trump optasse diversamente, ci sarebbe il rischio di nuove sanzioni contro l’Iran, anche se stavolta verrebbero comminate con ogni probabilità solamente dagli USA, essendo gli altri firmatari dell’accordo (Regno Unito, Francia, Germania, Russia, Cina e UE) soddisfatti dei progressi compiuti da Teheran nello smantellamento dei piani nucleari a scopi bellici, pur condividendo gli stati europei le preoccupazioni espresse da Washington. (Leggi anche: OPEC preoccupata per mancato rimbalzo prezzi petrolio)

Ad ogni modo, le sanzioni finanziarie imposte dalla sola America avrebbero il potenziale di mettere nei guai l’Iran, le cui esportazioni di petrolio ripiegherebbero ai livelli pre-accordo, ovvero si ridurrebbero di circa un milione di barili al giorno, creando un potenziale margine di risalita per le quotazioni internazionali, specie se l’OPEC decidesse al contempo di continuare a tagliare la propria produzione per tutto l’anno prossimo degli 1,2 milioni di barili al giorno decisi nel novembre dello scorso anno.

USA e sauditi uniti e divisi dal petrolio

E proprio la decisione dell’OPEC, attesa al vertice di fine mese, segnerebbe una novità importante per il mercato petrolifero, sebbene sia stata grosso modo già scontata dai traders, che in questi minuti scambiano greggio a 56,66 dollari al barile per il Brent e a 50,91 dollari per il Wti americano, entrambi in calo rispettivamente dello 0,49% e dello 0,76% rispetto ai livelli di chiusura di ieri.

Tornando a Trump, l’intensificazione dello scontro con l’Iran avrebbe anche e, soprattutto, motivazioni geopolitiche. Il presidente vorrebbe tenere legata a sé l’Arabia Saudita sunnita, nemico giurato degli iraniani sciiti. I sauditi sono leader nel Medio Oriente e amici stretti dell’America, anche se negli ultimi anni si stanno mostrando sempre più autonomi in politica estera, specie sotto la precedente amministrazione Obama, che irritò parecchio Riad con il suo pressing sui diritti umani. La settimana scorsa, Re Salman si è recato a Mosca per quella che è stata definita una visita “storica” del sovrano in Russia, la prima mai tenutasi in 90 anni di regno. Un segnale allarmante per Washington, che teme di perdere un prezioso alleato nel confuso scenario mediorientale. (Leggi anche: Giganti del petrolio in cerca di intesa contro boom shale)

A dividere sauditi e americani c’è proprio il petrolio. Gli USA stanno accrescendo di anno in anno la produzione di “shale”, rendendosi sempre più autonomi per il loro fabbisogno energetico, ma contribuendo a fare schiantare le quotazioni internazionali. In più, stanno tornando ad esportare greggio, arrivando agli attuali 2 milioni di barili al giorno, in buona parte venduti in Asia, il mercato più promettente per le prospettive future e che Riad non intende cedere nemmeno per una minima quota agli “amici” americani. Dunque, la retorica di Trump contro l’Iran servirebbe a rinnovare quell’asse indebolitosi con la monarchia dei Saud. E se portasse anche a una risalita delle quotazioni sarebbe anche meglio per entrambe le economie, specie per quella saudita, che l’anno prossimo darà vita all’IPO di Aramco, la propria compagnia petrolifera statale, necessitando di tenere i prezzi del greggio il più alto possibile per massimizzare gli incassi attesi dall’operazione.

 

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Argomenti: Arabia Saudita, Crisi materie prime, Economia USA, Economie Asia, Petrolio, Presidenza Trump, quotazioni petrolio

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