Trump la spunta sui tassi in America, la Fed ora più morbida sulla stretta

La Federal Reserve svolta sui tassi e adesso lascia intendere che la stretta monetaria americana sia prossima al termine. Il presidente Trump sembra vincere la partita contro il governatore Powell. Adesso, spetta alla BCE il probabile cambio di passo.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Federal Reserve svolta sui tassi e adesso lascia intendere che la stretta monetaria americana sia prossima al termine. Il presidente Trump sembra vincere la partita contro il governatore Powell. Adesso, spetta alla BCE il probabile cambio di passo.

Gli analisti parlano già di “svolta a 180 gradi” per il governatore Jerome Powell, che ieri in un suo discorso pubblico ha cambiato decisamente toni rispetto a poche settimane fa, segnalando come la Federal Reserve sui tassi USA sarebbe “appena sotto” (“just below”) il loro livello naturale. Il 3 ottobre scorso, lo stesso aveva dichiarato che i tassi americani fossero “ben lontani” dal loro livello naturale, con quest’ultimo ad essere inteso come quel tasso che non sostiene e né frena l’economia americana e che per le stesse proiezioni dell’istituto si attesterebbe oggi intorno al 3%. Dalla Fed era emersa l’intenzione di procedere con la stretta monetaria tramite altri 3 rialzi dei tassi da un quarto di punto percentuale ciascuno nel 2019, così da portarli “poco sopra il livello naturale”. Ieri, è cambiato tutto. Le parole del governatore lasciano intendere che dopo la stretta di dicembre, ormai scontata, ci sarà una pausa.

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Tra poche settimane, i tassi in America saliranno quasi certamente al 2,25-2,50% e per l’occasione i “dot plots” della Fed dovrebbero mostrare un livello più basso rispetto alle proiezioni precedenti per la fine del prossimo anno. Rispetto ai 3 rialzi sinora segnalati per il 2019, probabile che si scenda a 2. I mercati sono andati avanti e già prima che Powell svoltasse, avevano previsto per il prossimo anno solo un rialzo, quando qualche mese fa ne scontavano 2-3. La comunità degli analisti resta divisa tra chi continua a prevedere 3-4 rialzi e chi solo un paio.

Powell ha giustificato la svolta elencando 3 criticità: domanda in rallentamento all’estero, il venir meno degli effetti espansivi degli stimoli fiscali negli USA e l’effetto ritardato sull’economia americana dei precedenti rialzi dei tassi. Tutto vero, ma trattasi di condizioni ben presenti pure agli inizi di ottobre, quando il governatore sfoggiava un linguaggio da “falco”, mandando in rosso i mercati finanziari. Wall Street è scesa di quasi l’8% dai massimi storici toccati il 3 ottobre fino all’altro ieri, sui timori che la stretta eccessiva possa colpire l’economia americana, che pure viaggia su ritmi di crescita sostenuti in questi trimestri, intorno al 4% all’anno. Ieri, la reazione alle parole di Powell è stata più che positiva, con l’indice Dow Jones ad avere messo a segno un +2,50% in finale di seduta e l’S&P 500 il +2,3%, le chiusure migliori da marzo.

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E sono saliti anche i prezzi dei Treasuries, con il rendimento decennale ad essere passato dal 3,06% al 3,02%, mentre il biennale è sceso al 2,78%. Lo spread 10/2 anni si è così allargato di un paio di punti a 24 bp. Bene anche l’oro, balzato dell’1% a 1.225 dollari l’oncia, mentre il dollaro si è leggermente indebolito contro le altre principali valute.

Ma come mai Powell ha svoltato in così poco tempo? La risposta si chiama Donald Trump. Il presidente americano ha criticato duramente la Fed in tutti questi mesi, accusandolo di essere uscita “fuori di testa” sui tassi e anche l’altri ieri, a poche ore dal discorso di Powell, tornava sulla sua “nomina di “Jay” per dire di non esserne “soddisfatto nemmeno un po’”. Per quanto la Fed sia indipendente dal potere politico, come avevamo avvertito, non può ignorare gli input della Casa Bianca. Trump non accetta di rimanere potenzialmente vittima di un aumento eccessivo del costo del denaro, quando il suo predecessore ha potuto godere per tutti gli 8 anni di tassi azzerati. Vero è, però, che oggi l’America presenta condizioni macro invidiabili: disoccupazione ai minimi da quasi mezzo secolo, crescita del pil più che doppia rispetto al resto delle economie avanzate, stipendi orari in aumento di quasi il 3% e inflazione sopra il 2%.

Il cambio di passo della Fed dovrebbe fungere da tonificante per il mercato azionario e obbligazionario a stelle e strisce, mentre indebolirà probabilmente il dollaro, che in un paio di mesi è arrivato a rafforzarsi mediamente del 4% contro le altre divise, mandando su tutte le furie il presidente, il quale crede che il super dollaro contribuisca a mantenere alto il deficit commerciale. Insomma, da falco a colomba nel giro di poche settimane, un messaggio che non passerà inosservato a Francoforte, dove già si studia il modo per segnalare e giustificare un’uscita più prudente dall’accomodamento monetario, tanto che lo stesso Mario Draghi ha rinviato al board di dicembre per capire le decisioni sul “quantitative easing” e qualche giorno fa ha spiegato che “allo stato attuale” il programma di acquisti cesserà a fine anno. Da qui all’ultima riunione del 2018 ci sarà tempo per un’altra svolta a 180 gradi. Del resto, una Fed attesa meno restrittiva nei prossimi mesi rende automaticamente meno accomodante la stessa BCE, che potrà così prendersi un po’ più di tempo prima di privare degli stimoli un’economia, quella dell’Eurozona, tutt’altro che in splendida salute.

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Argomenti: Economia USA, Fed, Presidenza Trump, super-dollaro, tassi USA