Trump “il bullo” piega gli avversari dell’America, Canada e Germania già tremano

La politica delle minacce di Trump sta dando i suoi frutti. Dall'Asia al Messico, gli avversari dell'America soccombono. E sta per arrivare il turno dell'Europa a guida tedesca.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La politica delle minacce di Trump sta dando i suoi frutti. Dall'Asia al Messico, gli avversari dell'America soccombono. E sta per arrivare il turno dell'Europa a guida tedesca.

L’annuncio del raggiungimento di un accordo bilaterale tra USA e Messico è stato uno choc per il Canada. Il presidente americano Donald Trump lo ha dato su Twitter l’altro ieri, sostanzialmente segnando la fine del NAFTA, l’accordo di libero scambio del 1994, sottoscritto tra USA, Messico e Canada. A questo punto, Ottawa dovrà fare di tutto per raggiungere un’intesa con Washington, altrimenti rischia di trovarsi estromessa dall’area commerciale nord americana. E non potrebbe permetterselo, vantando esportazioni nette superiori ai 70 miliardi di dollari verso gli USA. Lo scorso anno, la Casa Bianca aveva scioccato i mercati con l’annuncio di una rinegoziazione dell’accordo, che aveva definito “stupido” e “pessimo affare” per i lavoratori americani. Non conosciamo ancora i dettagli della revisione appena effettuata, ma di certo hanno dovuto accontentare almeno parte delle richieste degli USA, che lamentano di avere perso posti di lavoro in favore del Messico, il quale ha chiuso il 2017 con un avanzo commerciale verso il vicino del nord di ben 71 miliardi.

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Alla notizia, i mercati hanno reagito positivamente, scontando novità positive in arrivo anche sul fronte delle relazioni diplomatiche e commerciali con la Cina. Trump ha ordinato dazi su prodotti cinesi per 200 miliardi di dollari e, salvo sorprese, entrerebbero in vigore da settembre. Pechino ha replicato con l’annuncio di ritorsioni. E’ evidente che le due capitali dovranno passare per un accordo per impedire una rovinosa escalation, la quale farebbe certamente male ad entrambe, ma con ripercussioni ben più gravi il Made in China, le cui esportazioni nette verso gli USA hanno toccato i 375 miliardi di dollari nel 2017.

Lo scontro con la Cina

Vi ricordate quando un anno e mezzo fa iniziò questa “guerra” di parole tra i due governi? In tanti commentarono avvertendo che a perdere sarebbe stato quasi esclusivamente Trump. I fatti starebbero andando in un’altra direzione. Non ci riferiamo all’accelerazione della crescita del pil USA, in parte dovuta nei mesi scorsi proprio all’anticipo delle esportazioni delle imprese americane prima che entrino in vigore i contro-dazi asiatici ed europei, bensì alle crescenti divisioni in seno al Politburo cinese. Il presidente Xi Jinping, praticamente il più potente capo di stato della Cina dai tempi di Mao Zedong, si trova a fronteggiare una opposizione sempre più visibile alla sua retorica nazionalista anti-americana sui timori di quanti nel partito comunista paventano il rischio di una degenerazione nei rapporti con l’amministrazione Trump, che possa nuocere a una economia nazionale già in rallentamento.

Che Trump applichi alla diplomazia internazionale le stesse regole del gioco esistenti nel mondo degli affari lo dimostra anche l’atteggiamento che sta tenendo in questi giorni proprio con Pechino, dove dopo l’accordo con il Messico, funzionari vicini al governo si sono mostrati ottimisti sul raggiungimento di una intesa simile anche tra USA e Cina. Per tutta risposta, il presidente americano ha chiarito che “in tutta onestà, questo non sarebbe il momento adatto per trovare una soluzione”. Quale sarebbe l’obiettivo? Fare rosolare Xi a fuoco lento, esporlo alle crescenti critiche interne e spingerlo a sedersi al tavolo delle trattative con lui da una posizione negoziale ancora più debole. Trump punta a ottenere le migliori condizioni commerciali possibili con chicchessia e se allo scopo servono le minacce, ben vengano.

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E la Germania aspetta il suo turno

Lo stesso sta avvenendo con l’Iran. Il solo annuncio del ritiro dell’America dall’accordo sul nucleare e la reintroduzione delle sanzioni sulle esportazioni di Teheran hanno aggravato la crisi economica della Repubblica Islamica, dove il cambio è letteralmente imploso e l’inflazione schizzata. Proteste sono esplose in un’ottantina di città, provocando 25 morti per gli scontri con le forze dell’ordine. Dinnanzi alla durezza dell’America, la politica iraniana si sta dividendo, con il Parlamento ad avere licenziato domenica con un voto a maggioranza il ministro delle Finanze, Masoud Kasarbian, accusato di non avere saputo fornire le giuste risposte alle richieste dei cittadini. Senonché, persino il presidente Hassan Rouhani è finito nell’occhio del ciclone delle opposizioni, tanto che già si vocifera di un possibile “impeachment” nei suoi confronti, sebbene tale prospettiva al momento appaia remota.

Questo era l’obiettivo di Trump, ovvero indebolire economicamente l’Iran e dividerlo, al fine di depotenziare il più grande rivale dell’America nello scacchiere mediorientale. A questo punto, resta da fare i conti con la Germania di Angela Merkel, un altro grande boccone ghiotto del tycoon. Egli chiede che i tedeschi esportino di meno, o meglio che importino di più, attuando una politica fiscale più espansiva e una monetaria più restrittiva, accusando Berlino di schermarsi dietro UE ed euro per perseguire politiche commerciali e di cambio scorrette. I tedeschi fiutano l’aria, tant’è che punterebbero per dopo le elezioni europee dell’anno prossimo a guidare la Commissione UE e non la BCE. Questo, perché è a Bruxelles che avrebbero modo di muoversi meglio per tutelare gli interessi della loro economia “export-led”.

Ma fin dove arriverà il “bullismo” di Trump? Non sono in pochi a credere che quella in corso tra USA e Cina sia una sceneggiata per mettere commercialmente nell’angolo proprio l’Europa. Un test sul grado di spregiudicatezza dell’amministrazione americana lo avremo forse in autunno, quando l’Italia potrebbe finire vittima di un attacco finanziario. Il premier Giuseppe Conte ha fatto trapelare che il presidente USA gli avrebbe assicurato sostegno sui BTp. Come non è dato saperlo, anche se noi stessi di Investire Oggi, prima che uscisse la notizia, avevamo speculato su un possibile, quanto improbabile, intervento della Federal Reserve. Se così avvenisse, la Casa Bianca entrerebbe a gamba tesissima negli affari politici ed economici europei, mandando la BCE su tutte le furie e paradossalmente salvando la moneta unica dal rischio imminente di rottura, ma a un costo politico enorme per l’Eurozona: avere perso faccia e credibilità dinnanzi al mondo.

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Argomenti: Economia USA, Presidenza Trump