Trump contro euro debole della Germania, ma qual è il suo vero obiettivo?

L'amministrazione Trump attacca la Germania sull'euro debole, ma qual è il suo vero obiettivo?

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L'amministrazione Trump attacca la Germania sull'euro debole, ma qual è il suo vero obiettivo?

Il consigliere per il commercio del presidente USA, Donald Trump, tale Peter Navarro, già considerato un “falco” contro la Cina, ha accusato nei giorni scorsi la Germania di “sfruttare il resto d’Europa e gli USA”, avvalendosi di una moneta debole – l’euro – rispetto ai propri fondamentali, esportando più di quanto non farebbe se avesse oggi il marco tedesco. Oggetto degli strali dell’amministrazione repubblicana c’è quel deficit commerciale da 75 miliardi di dollari, che gli USA registrano verso l’economia tedesca e che a dire del presidente Trump sarebbe conseguenza di una sorta di manipolazione mascherata del cambio da parte di Berlino.

Tale argomentazione è in sé corretta e sbagliata allo stesso tempo. Corretta, perché è vero che i tedeschi si stiano giovando di un euro più debole di quanto sarebbe per loro oggi il marco, avvantaggiandosi nelle relazioni commerciali interne all’Eurozona e con il resto del mondo, come dimostra anche il crescente avanzo commerciale della Germania con l’avvio della moneta unica, quando fino alla metà degli anni Novanta questa segnava un lieve disavanzo. (Leggi anche: Dazi USA contro la Germania, Trump minaccia ritorsioni sull’euro debole)

Euro debole, ma non per tutte le economie dell’area

Fin qui, nessun dubbio che l’economia tedesca sia la maggiore beneficiaria dell’euro, se è vero che dal 1998 ad oggi, il pil pro-capite in Germania è cresciuto di circa il 26%, mentre in Italia è arretrato dello 0,4%. Il nostro è l’unico paese ad avere compiuto passi indietro nell’era euro. Persino la Grecia ha visto crescere il suo pil pro-capite nello stesso arco di tempo del 4%. Sarà per questo, forse, che nonostante tutti i sacrifici degli ultimi sette anni, ad Atene la maggioranza della popolazione resta schierata con la moneta unica.

Tornando a Trump, le sue argomentazioni sull’euro debole appaiono sbagliate su un punto: non è vero che gli USA starebbero subendo una crisi commerciale per effetto dell’Eurozona. Se l’euro è debole per la Germania, sarebbe al contrario più forte per Italia, Francia e Spagna, rispetto alle loro monete nazionali, nel caso non appartenessero all’unione monetaria. (Leggi anche: L’euro debole ha fatto bene solo alla Germania)

Senza l’euro, il deficit commerciale USA resterebbe

In altre parole, la Germania esporta di più verso gli USA di quanto non farebbe con il marco, ma questo “di più” è sottratto agli altri partner dell’area, che esportano di meno di quanto non farebbero oggi con le vecchie monete nazionali (lira, franco, peseta, dracma, etc.).

Nel complesso, quindi, l’Eurozona esporta verso gli USA tanto quanto non farebbero i singoli paesi considerati singolarmente con proprie monete. Se è così (ed è così), perché mai Washington dovrebbe recriminare contro la Germania, consapevole che le vere vittime dell’euro sarebbero le economie del Sud Europa e non quella americana? (Leggi anche: Dottrina Trump è protezionismo o nuova globalizzazione?)

Trump non crede nella UE

Le spiegazioni potrebbero essere diverse. Qui, ve ne presentiamo due, anche se una sarebbe quella che riteniamo più convincente. Donald Trump non è un amico della UE e sul caso Brexit ha segnalato con tutta evidenza di ambire alla disgregazione politica dell’Europa, perché ama gli accordi bilaterali, piuttosto che quelli siglati con grandi aree, come il TPP e il TTIP.

Egli attaccherebbe la Germania, con l’obiettivo di istigarle contro le altre economie “perdenti” dell’euro, scommettendo sull’uscita dall’unione monetaria di paesi come Grecia e Italia, che a differenza del recente passato potrebbero beneficiare ora del sostegno esplicito degli USA. (Leggi anche: Rischio Grexit torna con Trump alla Casa Bianca?)

Trump non vuole il super dollaro

Questa spiegazione non è in sé del tutto campata in aria, ma poco convincente. Non sono chiari i benefici diretti che gli USA otterrebbero da una fine dell’euro. Anzi, il dollaro si apprezzerebbe verso molte delle monete nazionali reintrodotte in Europa e alla fine non verrebbe meno il forte disavanzo commerciale americano verso il Vecchio Continente.

E allora, quale sarebbe il reale obiettivo dell’amministrazione Trumo nell’attaccare la Germania? Ciò che sta a cuore al nuovo presidente americano è che il dollaro non si rafforzi troppo, altrimenti l’obiettivo di creare 25 milioni di nuovi posti di lavoro, già abbastanza impegnativo, diverrebbe proibitivo. E il rischio che il biglietto verde si apprezzi e di parecchio con la sua politica fiscale e commerciale (gli analisti stimano fino a un +25% in un anno contro le altre valute) c’è, per cui è naturale che Trump inizi a prendere di mira le principali valute, come euro, yen e yuan, al fine di fare pressione sulle rispettive banche centrali e addivenire a una sorta di accordo informale tra gentiluomini, che eviti variazioni sensibili ai tassi di cambio. (Leggi anche: Super dollaro rischioso e Trump lo vuole sgonfiare)

Trump cerca un cambio euro-dollaro più alto?

Una sorta di Accordo di Plaza 2.0, ma perseguito attraverso toni minacciosi. Nello specifico, Trump è consapevole che sul cambio dell’euro influisce la politica monetaria della BCE e sa che l’unico modo per convincere con le cattive Mario Draghi a rafforzare la moneta unica sarebbe spingerlo a porre fine agli stimoli monetari, a cui sono contrari, guarda caso, proprio i tedeschi.

La Germania è preoccupata delle minacce protezionistiche di Trump, perché in crisi andrebbe il suo modello di crescita, dato che il suo pil è composto per metà da esportazioni lorde, che al netto delle importazioni sono ormai l’8-9% del pil. Se incrementasse la sua pressione su Francoforte, affinché venga avviato al più presto il ritiro degli stimoli, accontenterebbe gli USA, apprezzando il cambio euro-dollaro. Per tale via, si siederebbe al tavolo delle trattative con Trump con una posizione negoziale più forte ed eviterebbero tensioni dannose per la propria economia. (Leggi anche: Svalutazione dollaro concordata come con Accordo di Plaza?)

Trump e Merkel d’accordo su fine stimoli BCE

In sintesi, Trump segnala alla cancelliera Angela Merkel di volere un euro più forte, confidando nell’obiettivo comune di rendere meno accomodante la linea della BCE. A Berlino non dispiace questa impostazione, temendo che i tassi zero e gli acquisti di assets praticati dall’istituto facciano deragliare l’inflazione tedesca, già salita all’1,9%. L’occasione per fare il punto sarà in primavera, quando il ministro degli Esteri tedesco, Sigmar Gabriel, si recherà a Washington per la prima visita ufficiale di un esponente del governo di Berlino alla nuova amministrazione. A seguire, il G7 di Taormina a maggio potrebbe fare il resto. (Leggi anche: Quantitative easing a rischio, ecco perché)

 

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