Trump esulta, Wall Street vola e l’umore migliora: ecco cos’è successo venerdì

La borsa americana quasi colma le perdite accusate con l'emergenza Coronavirus e venerdì scorso ha chiuso in forte rialzo. Vediamo perché sui mercati finanziari è tornato il buon umore.

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La borsa americana quasi colma le perdite accusate con l'emergenza Coronavirus e venerdì scorso ha chiuso in forte rialzo. Vediamo perché sui mercati finanziari è tornato il buon umore.

Dai massimi storici toccati a febbraio, l’indice S&P 500 di Wall Street risulta ancora in calo del 5,7%, ma è rimbalzato del 42% dai minimi di marzo. La grande paura per le conseguenze dell’emergenza Coronavirus stanno rientrando, forse sulla spinta di un ottimismo frettoloso, fatto sta che venerdì scorso la borsa americana ha messo le ali dopo la pubblicazioni delle “non-farm payrolls” relative al mese di maggio, ossia dei dati sull’occupazione non agricola. Ci si aspettava un calo degli occupati di 8,3 milioni di unità e un conseguente aumento della disoccupazione USA al 19,5%, ai massimi dalla Grande Depressione. Invece, di posti di lavoro ne sono stati creati 2,5 milioni e la disoccupazione è così scesa al 13,3%, giù dal 14,7% di aprile.

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Bene anche il numero delle ore lavorate in media a settimana, che ha registrato un +0,5 a 34,7. Gli occupati sono saliti a 137,24 milioni, pur restando in calo di 21,5 milioni rispetto a febbraio. Il numero degli stessi disoccupati risulta ancora quasi quadruplo rispetto a febbraio, essendo balzato da allora di 15,2 milioni di unità. Per tutta risposta, l’S&P 500 ha chiuso la seduta a +2,62% e il Treasury a 10 anni ha offerto un rendimento in forte crescita rispetto al giorno prima, salito dallo 0,82% allo 0,91%.

Il presidente Donald Trump ha tenuto una conferenza stampa dal giardino della Casa Bianca, insieme al vice Mike Pence e ai suoi più stretti collaboratori, commentando sin da subito via Twitter i risultati “stupendi” di maggio. Gli analisti hanno notato come si sia trattato del balzo degli occupati in un solo mese più forte dal 1939 e che non se ne vedeva uno di almeno 1 milione di unità dal lontano settembre 1983 (+1,1 milioni), in piena era Reagan.

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A maggio, come in gran parte delle economie avanzate, gli USA hanno iniziato a riaprire le loro fabbriche e le attività commerciali, seppure con tempi e modalità differenti di stato in stato. La parziale rimozione del “lockdown” ha chiaramente rinvigorito produzione e consumi interni, anche se è troppo presto per dire che la crisi sia alle spalle. Semmai, si spera che lo sia il peggio, in assenza di una nuova ondata di contagi. La velocità con cui si ricreeranno i posti di lavoro perduti negli USA sarà un indicatore del tipo di crisi globale in corso. I mercati hanno scommesso su un andamento a “V”, cioè su un crollo drammatico dei pil, seguito da un recupero altrettanto veloce.

Ma ciò che avviene in America non è detto che valga per tutte le altre economie. Si consideri che qui sono stati messi in campo stimoli fiscali per 3.000 miliardi di dollari e monetari della stessa entità. Nell’Eurozona, invece, il sostegno alle economie da parte dei governi è stato a macchia di leopardo, sulla base delle disponibilità di bilancio, mentre più vigoroso è arrivato l’aiuto dalla BCE, ma pur sempre di entità più ridotta rispetto alla Federal Reserve, con iniezioni di liquidità potenziati per l’intero 2020 di 870 miliardi di euro, ai quali si sono aggiunti la settimana scorsa altri 600 miliardi da spendere fino al giugno dell’anno prossimo. E se a Washington già si parla apertamente di un nuovo pacchetto di aiuti per imprese e famiglie, è il segno che nemmeno l’economia americana sia ancora del tutto uscita dal buio della crisi.

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