Truffa case all’asta da 2 milioni di euro: i soldi riciclati in Bitcoin

Siti fake curati pubblicizzavano case all'asta e ingenti somme di denaro sono state riciclate in Bitcoin.

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Siti fake curati pubblicizzavano case all'asta e ingenti somme di denaro sono state riciclate in Bitcoin.

La Polizia locale di Milano ha messo sotto indagine tre persone nel Napoletano nell’ambito dell’inchiesta sulla truffa delle case all’asta. Gli indagati sono accusati di truffa e riciclaggio. I soldi ottenuti dagli ignari clienti venivano infatti riciclati in Bitcoin, la criptovaluta più conosciuta a livello mondiale (e quella dalla più alta capitalizzazione azionaria (circa 140 miliardi di dollari). I risultati della recente inchiesta sono stati resi noti nel corso di un incontro con i giornalisti dal procuratore aggiunto Eugenio Fuscas, attuale numero del Dipartimento frodi e tutela dei consumatori.

L’appello-denuncia della Polizia locale di Milano

Eugenio Fuscas (Polizia locale di Milano) ha lanciato un appello-denuncia in occasione dell’incontro con la stampa avvenuto questa settimana, in concomitanza con le indagini su tre persone a cui è stato sequestrato un ingente quantitativo di denaro e beni per una somma pari a 300 mila euro. Il procuratore aggiunto ha sottolineato che “tutti possono essere vittima di reati di questo tipo”.

Come funziona la truffa delle case all’asta

I truffatori pubblicizzano la vendita di case all’asta su siti Internet dall’aspetto curato. In pochi si accorgono che in realtà si tratta di un sito fake, realizzato soltanto con lo scopo di sottrarre l’acconto lasciato per l’acquisto dell’immobile venduto all’asta. L’indagine portata avanti dalla Procura milanese ha portato alla luce una truffa del valore di due milioni e mezzo di euro, soldi raccolti in neanche due anni, per poi essere riciclati in Bitcoin. Un centinaio, invece, le vittime del raggiro.

La scoperta della truffa

A permettere agli inquirenti di scoprire la truffa delle case all’asta messa in piedi da tre persone residenti nella provincia di Napoli è stata la mancata identificazione dell’intermediario, l’uomo cioè che si è occupato di convertire le somme di denaro in Bitcoin, come invece è previsto dalla Legge 231.

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