Troppa liquidità uccide il mercato, vediamo come

Portafogli d'investimento sempre più liquidi, corsa agli Etf e volatilità ai minimi da 90 anni: così le banche centrali stanno distruggendo le logiche del capitalismo.

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Portafogli d'investimento sempre più liquidi, corsa agli Etf e volatilità ai minimi da 90 anni: così le banche centrali stanno distruggendo le logiche del capitalismo.

In un articolo pubblicato ieri, vi abbiamo mostrato come la volatilità sui mercati finanziari sia attualmente molto bassa. A Wall Street, essa risulterebbe ai minimi da 90 anni, con 75 sedute consecutive senza variazioni giornaliere superiori all’1%, mentre è da 15 sedute che in chiusura la borsa americana registra perdite o guadagni entro il limite dello 0,3%. Variazioni così timide segnalano crescente incapacità tra gli investitori di assumere posizioni decise. Da una parte, le valutazioni dei mercati azionari più grandi al mondo, USA in primis, sono a livelli record, dall’altra è pur vero che l’economia americana stia crescendo a ritmi soddisfacenti e in piena occupazione, così come quella mondiale sembra procedere tutta nella stessa direzione positiva. (Leggi anche: Volatilità mercati ai minimi storici: paralisi e non ottimismo?)

Portafogli sempre più liquidi

A conferma della paralisi in atto sui mercati vi è un altro dato: gli investitori istituzionali disporrebbero di 967 miliardi di liquidità, una cifra destinata probabilmente nel resto del 2017 a raggiungere i 1.000 miliardi di dollari, secondo Preqin Ltd.

In qualsiasi portafoglio di investimento esiste sempre una percentuale cash, da utilizzare per sfruttare possibili opportunità future da cogliere al volo, senza attendere i tempi tecnici di un disinvestimento. Tuttavia, quando tale percentuale cresce oltre certi livelli segnala che il mercato sarebbe in una fase attendista, che non se la sentirebbe sostanzialmente di comprare di più e che forse prevede una fase calante.

Stando a un monitoraggio di Bank of America Merrill Lynch, condotto nel mese di luglio su 207 asset managers, i portafogli degli investitori istituzionali sarebbero liquidi al 4,9%, in calo dal 5% di giugno, ma pur sempre sopra la soglia di “spia” del 4,5%. E ha anche trovato che il 45% dei gestori avrebbe una visione “bearish” sul futuro a breve del mercato azionario.

(Leggi anche: Marc Faber: capitalismo non più libero. Banche centrali causano diseguaglianze)

Corsa agli Etf e cash record

La prova che i fondi non sappiano esattamente cosa fare la fornisce il boom di investimenti in Etf, i cui assets hanno sfondato ormai i 4.000 miliardi di dollari in valore. Gli Etf sono fondi passivi, ovvero investono in un indice e lo replicano senza puntare a batterlo. Questa strategia consente di diversificare un investimento in una categoria di asset, sfruttandone le variazioni a costi bassissimi. Risulta abbastanza allettante per i piccoli investitori privati, grazie alla semplicità operativa di tali fondi, ma gli investitori istituzionali si mostrano generalmente scettici sugli Etf. Eppure, negli ultimi tempi appaiono attratti persino loro, non avendo alternative valide e non potendo restare per mesi o anni con enormi quantità di denaro dei clienti non investiti. (Leggi anche: Investire in Etf, record in Europa con la caccia al rendimento)

Qualche giorno fa è uscita una notizia sulla stampa americana, che dà conferma di quanto sopra scritto. Berkshire, il fondo di cui è azionista di riferimento Warren Buffett, uno degli uomini d’affari più ricchi e popolari al mondo, ha raggiunto una disponibilità cash di 99,7 miliardi di dollari, un record nella sua storia. Al termine del secondo trimestre del 2013, la liquidità del fondo era ancora di 35 miliardi.

Commentando il dato, l’85-enne magnate americano ha cercato di rassicurare sulla capacità della sua creatura di trovare fonti di investimento apprezzabili, ricordando come “la storia è stata dalla nostra parte”, ma ammettendo allo stesso tempo che sarebbe bene “se il telefono squillasse”. La strategia di Buffett è sempre stata improntata all’acquisto di pochi titoli selezionati e con potenziale, per cui il fatto che non trovi il modo di impiegare 100 miliardi sarebbe indice di scarse opportunità serie presenti sul mercato mondiale.

Le responsabilità delle banche centrali

Dunque, il capitalismo finanziario sarebbe in stallo. Come mai? La risposta è la stessa che vi abbiamo fornito ieri nell’articolo sulla bassa volatilità sui mercati: banche centrali.

Le politiche monetarie ultra-espansive e senza precedenti dei principali istituti (Federal Reserve, BCE, Bank of Japan, Bank of England, SNB, Riksbank, etc.) hanno liberato negli ultimi anni quantità di denaro impressionanti tra gli investitori, i quali le hanno impiegate per acquistare assets azionari e obbligazionari, facendone schizzare i prezzi (e scendere ai minimi termini, anche in territorio negativo, i rendimenti dei bond). (Leggi anche: Banche centrali destabilizzeranno l’economia mondiale)

Adesso, lo stesso mercato sa due cose: che i prezzi sono arrivati a livelli non sempre giustificati dai fondamentali e che le banche centrali stanno uscendo con estrema prudenza dalla fase straordinaria di accomodamento monetario. Per quanto il rialzo dei tassi proceda molto a rilento negli USA e non sia ancora nemmeno iniziato nelle altre principali economie mondiali, è assodato che di nuovi stimoli monetari non dovrebbero più esservene. Dunque, cosa fare? Vendere o continuare ad acquistare?

Esisterebbero motivazioni per l’uno e l’altro caso, ma la realtà è che non avrebbe senso oggi assumere alcuna decisione, perché ulteriori guadagni scommettendo al rialzo restano possibili e, anzi, sono molto probabili, ma con essi cresce il rischio di scoppio improvviso della bolla finanziaria e di restare col cerino in mano di una crisi potenzialmente devastante, quando è ancora fresco il ricordo del 2008, che al confronto potrebbe passare alla storia come l’antipasto di quanto accadde qualche decennio dopo.

 

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