Troika sempre più vicina, scenario greco per l’Italia dopo le elezioni politiche

Elezioni politiche, nuovo governo e commissariamento molto probabile. La Troika avanza, in previsione del caos in Italia dopo il voto. Ecco lo scenario, per nulla positivo, che ci attenderebbe.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Elezioni politiche, nuovo governo e commissariamento molto probabile. La Troika avanza, in previsione del caos in Italia dopo il voto. Ecco lo scenario, per nulla positivo, che ci attenderebbe.

Domenica 30 aprile, il PD celebra le primarie per l’elezione del nuovo segretario e tutti i sondaggi indicano che a vincerle sarà Matteo Renzi, che da lunedì potrà tornare a guidare i democratici da una posizione di forza. O no? Il destino dell’ex premier sembra quello di vincere la sfida per la segreteria e di imbattersi, al più tardi tra 10 mesi, in una sconfitta alle politiche. E se fino al 4 dicembre era del PD il padre-padrone, adesso la sua figura sembra essere ridimensionata, nonostante l’ala più di sinistra del partito abbia abbandonato da un paio di mesi la “ditta” e si sia messa in proprio.

Le primarie, nel celebrare il ritorno sulla scena di Renzi, ne evidenziano anche i limiti, con il segretario nelle mani di correnti come quella di Dario Franceschini e di Andrea Orlando, che oltre ad essere due ministri di peso nel governo Gentiloni, fungono (specie il primo) da cinghia di trasmissione tra Palazzo Chigi e il PD da una parte e il Quirinale dall’altra. Insomma, sono alla fine loro che tessono le trame della maggioranza e che detengono il vero potere decisionale su questioni dirimenti, come la data delle elezioni politiche. (Leggi anche: Renzi vincerà le primarie, ma dovrà farci dimenticare il renzismo)

Rischio caos dopo il voto

Non è un mistero che Renzi le vorrebbe al più presto, non volendosi fare rosolare a fuoco lento dal teatrino della politica italiana, né ambendo a immolarsi in nome dei conti pubblici italiani, dovendo il governo trovare 20 miliardi da qui ad ottobre per evitare il maxi-aumento dell’IVA. Non ci sta a passare per il responsabile di questo disastro annunciato ai danni dei contribuenti e pochi giorni fa rilanciava con l’annotazione sull’esistenza di un “tesoretto” da 47 miliardi da lui lasciato in eredità, che oltre ad essere una notizia del tutto destituita di fondamento, suona come minimo ridicola in un paese alla ricerca dei centesimi per evitare l’ennesima stangata fiscale. (Leggi anche: Il tesoretto di Renzi? Fake news)

I renziani temono la sconfitta alle urne e vorrebbero anticipare il voto a prima del varo della legge di Stabilità, in modo che gli italiani non abbiano il tempo di comprendere l’arrivo del salasso. Comunque vadano le elezioni, sembra molto difficile che esse esiteranno una maggioranza stabile. L’ipotesi più credibile è che si rendano necessarie larghe intese, sebbene appaia evidente ad oggi come nemmeno queste potrebbero dare vita a un governo. I parlamentari che oggi conquisterebbero PD, Forza Italia e centristi si fermerebbero al di sotto della soglia minima sufficiente per governare.

Lo scenario di un governo euro-scettico

E siamo sicuri che anche se fossero capaci di formare un governo, il primo atto politico del nuovo “inciucio” all’italiana sarebbe una manovra lacrime e sangue? Passa la prima con il governo Monti, passa pure la seconda con l’esecutivo a guida Enrico Letta e il suo ripristino dell’IMU sulla prima casa con annesso cambio di nome, ma alla terza i democratici rischierebbero di fare la fine del Pasok in Grecia, i socialisti seppelliti alle urne, capaci di passare dal 44% dei consensi del 2009 al 5% di due anni fa.

Lo scenario più probabile, per quanto ad oggi smentito dai diretti interessati, sarebbe la formazione di una maggioranza trasversale, tenuta insieme solo dall’euro-scetticismo delle sue componenti. Parliamo di Movimento 5 Stelle e Lega Nord, forse anche Fratelli d’Italia. Con loro al governo avremmo una certezza: si scaglierebbero contro la Commissione europea, rifiutandosi di eseguire una manovra impostata sull’austerità fiscale. A quel punto, si aprirebbero prospettive davvero forti. (Leggi anche: Sondaggi, adesso c’è una maggioranza sovranista)

Grillo e Salvini faranno la fine di Tsipras?

Il film è andato già in onda nel 2015, ma nella Grecia di Alexis Tsipras, che riusciva per la prima volta a portare al governo la sinistra filo-comunista di Syriza, tutta anti-austerity e anti-Troika. Il braccio di ferro fu drammatico e durò 5 mesi e mezzo, al termine dei quali a vincere fu Bruxelles. Tsipras dovette subire una ritirata totale, trasformandosi da vessillo delle politiche pro-crescita a quarto esecutore materiale in patria delle misure di austerità volute dai creditori pubblici (UE, BCE e FMI). Nonostante i diverbi frequenti dall’estate di due anni fa, il mutamento genetico di Tsipras si può considerare irreversibile, lambendo anche temi un tempo tabù, come il taglio delle pensioni. (Leggi anche: Caduta stella Tsipras ostacola riforma e aiuti)

Grillini e leghisti come Syriza? Peggio. L’Eurozona non poteva permettersi di perdere la Grecia, segnalando altrimenti la reversibilità della moneta unica. In nessun caso, potrà accettare che l’Italia vada per conto suo, attuando politiche fiscali incompatibili con la sua permanenza nell’unione monetaria. E allora, in previsione di quanto molto probabilmente accadrà, la Troika è già oggi più vicina a Roma di quanto pensiamo.

La Troika al governo, come?

Il commissariamento di Roma, o meglio il suo completamento dopo quello iniziato nel 2011, non avverrà nelle forme tipiche sperimentate all’estero, bensì attraverso una gestione diretta dei conti pubblici. Come? Il governo Grillo-Salvini o quello eventualmente altrettanto inconcludente delle larghe intese tra finti europeisti verrà fatto rosolare di giorno in giorno, settimana in settimana, bombardato a colpi di spread e di declassamenti delle agenzie di rating. Coincidenza nefasta per chiunque succederà a Paolo Gentiloni (sé stesso, compreso) sta nel ritiro graduale degli stimoli monetari varati in questi anni dalla BCE, probabilmente a partire dal 2018, mentre i tassi torneranno lentamente a salire e, ceteris paribus, anche il costo per rifinanziare il nostro debito pubblico monstre di 2.250 miliardi.

Il prossimo governo si troverà costretto, quindi, a coprire i “buchi” di bilancio lasciati in eredità dall’epopea renziana dei bonus, a trovare nuove risorse per continuare a tagliare il deficit fino a giungere al pareggio dei conti e, infine, per fronteggiare un aumento del costo del debito. Tutto ciò, solo per mantenere stabili i conti pubblici, non un centesimo per la crescita, redditi di cittadinanza, investimenti, tagli alle tasse. Il rifiuto a proseguire questo percorso porterà dritti alla caduta del governo e alla sua sostituzione con l’ennesimo tecnico. La deadline esisterebbe già: il 31 ottobre 2019 scade il mandato di Mario Draghi come governatore della BCE. Trovandosi libero, dal giorno seguente potrebbe farsi un giro a Roma e iniziare le consultazioni per verificare il sostegno necessario ad andare a Palazzo Chigi.

Ma l’autunno 2019 sarebbe una data troppo lontana per i tempi dei mercati, che potrebbero per allora già avere tolto del tutto la fiducia all’Italia. E allora, Draghi potrebbe anticipare il suo addio già con un anno di anticipo, magari giustificandolo con il raggiungimento del target d’inflazione e l’uscita dell’Eurozona dalla crisi devastante degli anni passati. La politica monetaria avrebbe fatto la sua parte e, pertanto, la missione sarebbe compiuta. E così, dopo 6 mesi, un anno al massimo, il governo uscito dalle urne e paralizzato dalla sua inconsistenza programmatica e di visione lascerebbe spazio al nuovo salvatore della patria. E c’è da giurarci che si parlerà di patrimoniale. (Leggi anche: Torna rischio patrimoniale, conti correnti nel mirino)

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Argomenti: Crisi economica Italia, Crisi Euro, Economia Italia, Matteo Renzi, Troika