Trionfo elettorale di Putin in Russia, ecco come ha superato la crisi del petrolio

La Russia consacra Vladimir Putin presidente per la quarta volta. Un plebiscito quello di ieri, che ha motivazioni economiche, oltre che geopolitiche.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Russia consacra Vladimir Putin presidente per la quarta volta. Un plebiscito quello di ieri, che ha motivazioni economiche, oltre che geopolitiche.

Con circa il 77% dei consensi e un’affluenza alle urne del 67%, Vladimir Putin ha ottenuto il suo quarto mandato come presidente della Russia. Resterà in carica fino al 2024. Sia i voti ottenuti che la partecipazione sono stati superiori alle attese alle elezioni presidenziali di ieri. Nel 2012, l’affluenza si era fermata al 65%. E dire che Alexey Navalny, principale leader liberale e oppositore del Cremlino, aveva invitato al boicottaggio ai seggi, sfida non raccolta evidentemente dalla netta maggioranza dei russi, che continua a preferire Vlad a ogni altro avversario, vuoi per la scarsa competizione reale, vuoi anche per la capacità dimostrata dall’attuale inquilino del Cremlino di tenere testa alle potenze straniere e di gestire bene, tutto sommato, l’economia nazionale.

I sei anni alle spalle sono stati tutt’altro che facili per Putin. La crisi delle quotazioni del petrolio, esplosa dalla seconda metà del 2014, ha rischiato di trascinare la Russia nel baratro. Mosca è primo produttore al mondo di greggio con circa 11 milioni di barili al giorno estratti, pari al 30% del pil russo e a quasi la metà delle entrate fiscali nazionali. Economie molto dipendenti dal petrolio hanno avuto grossi problemi negli ultimi anni. Come non citare il Venezuela di Nicolas Maduro, letteralmente sprofondato nella fame, a causa della cattiva gestione della crisi?

La Russia di Putin riprende la marcia del petrolio mai così redditizio

Putin, al contrario, si è mostrato più astuto e saggio di quanto non ci saremmo aspettati, lasciando carta bianca alla Banca di Russia, pur indisponendo persino settori della sua stessa maggioranza alla Duma. Quando le quotazioni scesero dall’apice dei 115 dollari al barile del giugno 2014 e iniziarono ad arretrare piuttosto nettamente, il Cremlino consentì al governatore Elvira Nabiullina di fare deprezzare gradualmente il cambio tra rublo e dollaro, fino a quando nel novembre di quell’anno non fu lasciato fluttuare liberamente sul mercato e con un paio di anni di anticipo rispetto alle tappe previste. Perché questa misura? Un barile a prezzi ridotti stava deteriorando le ragioni commerciali di Mosca, ma il cambio quasi fisso non poteva captare tali movimenti, con la conseguenza che il rublo rischiava di diventare troppo sopravvalutato, prosciugando le riserve valutarie della banca centrale e provocando, come a Caracas, una carenza diffusa di beni per importazioni insufficienti.

Rublo, dal crollo alla ripresa

Grazie al gioco del cambio affidato al mercato, Putin raggiunse due obiettivi: adeguare il cambio alle condizioni reali del mercato; sostenere le entrate fiscali. Quanto al secondo punto, si consideri che tra la metà del 2014 e l’inizio del 2016, il rublo perse quasi il 60% contro il dollaro. Ciò, tuttavia, aumentò il valore dei barili esportati (in dollari), compensando le minori quotazioni. Se quattro anni fa, infatti, un barile veniva venduto fino a poco meno di 4.000 rubli, oggi sfiora i 3.800. Certo, il risultato della inevitabile liberalizzazione del cambio fu l’impennata dell’inflazione fino al 17% nel 2015, mentre il pil perse il 2,8% nel 2015 e restò in recessione anche l’anno seguente (-0,2%), la peggiore performance da decenni. La povertà è salita, pur non drammaticamente, ma già la ripresa si è affacciata lo scorso anno, quando il pil dovrebbe essere cresciuto dell’1,4% e nel 2018 la crescita dovrebbe accelerare, ma restando sotto il 2%. Nel frattempo, l’inflazione è scesa a poco sopra il 2%, il livello più basso in era post-sovietica, mentre il rublo ha guadagnato il 30% dai minimi di 26 mesi fa, pur restando in calo del 40% rispetto ai livelli pre-crisi.

Gli stessi conti pubblici hanno retto bene allo stress del mini-barile e il deficit statale è rimasto sempre contenuto fino a un massimo del 3% del pil, anche grazie all’uso dei due fondi sovrani, adoperati per rimpinguare le casse pubbliche. Il disavanzo fiscale attualmente si aggira intorno all’1,5%, ma senza le entrate petrolifere salirebbe al 7%, segno che, in ogni caso, l’oro nero qui continua a rivestire una grande importanza per l’economia russa. E proprio per risollevarne le quotazioni, Putin ha stretto nel novembre di due anni fa un accordo storico con l’OPEC, teso a restringere l’offerta, auto-ponendo un tetto alla produzione e allacciando i rapporti con l’Arabia Saudita.

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Il mandato appena concluso di Putin è stato anche quello del ritorno alle tensioni con l’Occidente sul caso Ucraina prima e le presunte interferenze di Mosca nella vita politica di diversi stati europei, nonché per le presidenziali americane del 2016 (Russiagate). Ad oggi, la vicinanza di Donald Trump al rieletto presidente russo non si è tradotta in grossi passi in avanti tra le due potenze sul piano diplomatico. Le sanzioni finanziarie di UE e USA contro la Russia restano in vigore, anche se non starebbero impattando più di tanto l’economia russa, i cui rendimenti sovrani sono tornati ai livelli di 6-7 anni fa, con i decennali al 7% e i biennali al 6,4%.

Le tensioni con l’Occidente

E proprio a ridosso delle elezioni è esploso il caso spie, con un ex Kgb ad essere stato avvelenato a Londra con la figlia tramite l’uso di gas nervino. L’attacco sarebbe stato ordito dai servizi segreti russi, secondo Scotland Yard, che ha espulso numerosi diplomatici di Mosca e sta cercando di unire le forze in Occidente per isolare il Cremlino. Non pare che l’immagine di Putin sia stata scalfita dal caso, anzi potrebbe avere spinto molti elettori a rinnovare la fiducia per il presidente sull’onda di un sentimento nazionalista.

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Non siamo più ai tempi di tassi di crescita economica impetuosi e né il processo di integrazione con il resto del mondo sta proseguendo. Al contrario, il 70% dell’economia russa resta in mano allo stato e alle sue partecipate, come se vi fosse stato un ritorno all’Unione Sovietica. Ma milioni di russi guardano con positività alla stabilità interna che Putin ha saputo portare con la sua ascesa al potere, cancellando un decennio di disordini e di strapotere di pochi oligarchi, che erano riusciti ad arricchirsi senza merito, approfittando del collasso dell’economia pianificata nel 1991. Grandi sfide superate abbastanza bene e altre non meno importanti da raccogliere nel corso dell’attuale mandato, in primis, la tensione crescente con l’Occidente e i rapporti con la seconda economia mondiale: la Cina. Meglio di Putin il panorama politico russo forse non ha offerto. E il plebiscito ci segnala che ad oggi risulta per noi inutile concentrare gli sforzi nel creare ad arte leadership, che ad ogni occasione si rivelano per quello che sono: inesistenti.

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Argomenti: Crisi russa, economie emergenti, Petrolio, quotazioni petrolio

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