Tra Salvini e Di Maio si amplia lo “spread” politico, ecco perché il governo giallo-verde non dura

Perché il governo giallo-verde di Giuseppe Conte sembra destinato a durare poco per la crescente disparità di peso politico tra Salvini e Di Maio.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Perché il governo giallo-verde di Giuseppe Conte sembra destinato a durare poco per la crescente disparità di peso politico tra Salvini e Di Maio.

Rapporti tesi nella maggioranza tra Movimento 5 Stelle e Lega. La “fronda” purista dei grillini alla Camera minaccia di non votare il decreto sicurezza, su cui già al Senato è stato necessario porre la fiducia del governo per mettere tutti in riga. La risposta di Matteo Salvini non si è fatta attendere: “se il decreto non passa, cade tutto”. E negli ultimi giorni ad accendere gli animi tra le due formazioni vi è anche il caso degli inceneritori in Campania. Luigi Di Maio e i suoi uomini restano contrari alla loro costruzione, rispecchiando la politica grillina dei “no”, dopo il subbuglio per l’ok di Palazzo Chigi alla TAP in Puglia e per quello possibile anche sulla TAV in Piemonte. Sulle infrastrutture, le distanze tra Lega e 5 Stelle non potrebbero essere maggiori, con il Carroccio ad essere sempre stato schierato in favore delle opere pubbliche per sostenere la crescita economica e servire meglio le imprese tra i luoghi di produzione e i mercati di sbocco, mentre tra i pentastellati è forte la mentalità ostile alle grandi opere per ragioni ambientali, ma anche per una cultura del sospetto sugli appalti.

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Stamane, lo spread è crollato di una quindicina di punti sulla scadenza a 10 anni e i rendimenti decennali italiani sono scesi dal 3,62% al 3,52% per effetto di una dichiarazione di Salvini, disposto a rivedere la manovra di bilancio sulla spesa in deficit. Un’apertura, che arriva a qualche ora dall’annuncio della Commissione dell’esito del confronto sulla legge di Stabilità rispedita praticamente intatta dal governo italiano il 13 novembre scorso, nonostante le sollecitazioni di Bruxelles per una sua rivisitazione sui saldi e sulle misure in via di approvazione a Roma.

L’atteggiamento di Salvini di discosta anche stavolta da quello meno propenso al dialogo di Di Maio, quando si penserebbe il contrario. La Lega è stata nei toni più euro-scettica dei 5 Stelle, anche se non può dirsi che la manovra presentata dal governo abbia granché dei suoi contenuti, se non qualche spicciolo in favore delle partite IVA con il debutto della “flat tax”. Viceversa, l’altro vice-premier ha l’esigenza di portare a casa il risultato del reddito di cittadinanza, senza il quale i suoi consensi crollerebbero. I sondaggi segnalano già l’ascesa della Lega sopra il 30% e la discesa dei pentastellati sotto tale soglia. A consenso immutato per la maggioranza, si registra un riequilibrio interno tutto a favore di Salvini, abilissimo sin dall’insediamento dell’esecutivo a portare a casa risultati concreti e a costo zero per lo stato, mandando avanti i grillini nella feroce battaglia contro Bruxelles sui conti pubblici. In fondo, se la manovra fosse bocciata dai commissari, la Lega non perderebbe quasi nulla. Le misure in deficit sono essenzialmente cavalli di battaglia dei grillini e andrebbero aggiustate proprio quelle.

La variabile tempo differente

La differenza tra Salvini e Di Maio sta nell’orizzonte temporale di azione. Il grillino deve fare tutto e presto, per due ragioni fondamentali: non ha un elettorato “ideologico”, bensì variopinto e anti-sistema, capace di impennarsi in poco tempo e altrettanto rapido nello squagliarsi in assenza di esiti concreti, in quanto pretende risultati immediati nella lotta alla casta e sulle parole d’ordine della scorsa campagna elettorale; non ha alleati precostituiti, anzi al suo interno l’M5S appare diviso tra l’ala sinistra capeggiata da Roberto Fico e Alessandro Di Battista e quella centrista e filo-governativa dello stesso 31-enne di Pomigliano d’Arco. Se il governo naufraga, per le regole statutarie grilline, Di Maio non sarebbe probabilmente nemmeno candidato in Parlamento e come portavoce. Dunque, deve preservare l’esecutivo da un lato e rispondere agli elettori, specie del sud, con il provvedimento-vetrina del reddito di cittadinanza.

Invece, Salvini può giocare con due forni. Egli ha Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi ad attenderli fuori dal governo nel centro-destra e specie con la prima sarebbe in contatto per formare una lista che raccolga i consensi “sovranisti” di Fratelli d’Italia, della destra storaciana e dei centristi delusi da Forza Italia, come Raffaele Fitto e persino Giovanni Toti, il governatore ligure in rotta di collisione con il suo partito da mesi. Se il governo cade, avrebbe buone probabilità di entrare a Palazzo Chigi come premier, specie se la Lega confermasse alle elezioni europee i consensi di cui viene accreditata nei sondaggi. La disillusione verso i grillini farebbe il resto. Inoltre, il leghista ha un peso a Bruxelles, che gli deriva dall’essere un punto di riferimento del mondo sovranista con cui il PPE vorrebbe dialogare dopo il rinnovo dell’Europarlamento, specie per la necessità di trovare i numeri per governare senza i socialisti, dati in caduta verticale.

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Il diverso respiro in Europa

Salvini avrà bisogno di Manfred Weber, il candidato designato del PPE per la presidenza della Commissione, e viceversa. Purché rompa con Marine Le Pen, la nazionalista francese con cui nessuno sembra voler dialogare tra i popolari. Per questo, la Meloni gli avrebbe aperto un varco con l’adesione al gruppo Conservatori e Riformisti (ECR), il terzo più grande a Strasburgo e su posizioni conservatrici non lontane dal PPE. Se la Lega aderirà, gli italiani sarebbero i più numerosi tra quei banchi, di fatto accrescendo il peso del nostro Paese al tavolo delle trattative con il PPE, che resterebbe a trazione tedesca. E i grillini? Non sanno ancora a che gruppo aderire e il loro non collocamento europeo li rende un soggetto poco appetibile per le principali formazioni politiche. Inoltre, vengono percepiti semplicemente come anti-sistema, non conciliabili con i popolari e nemmeno con la sinistra. Rispetto a Salvini, un grave vulnus per Di Maio, che nella partita contro i commissari di fatto sta giocandosela da solo.

L’elefante e la farfalla, questo sembrano essere sul piano politico i vice-premier Matteo e Luigi. I primi esiti di questa diversità di statura si sono avuti nelle amministrative da aprile in poi. La Lega ha mietuto successi ovunque, l’M5S ha deluso in quasi tutte le occasioni. La prima espande i suoi consensi al sud, il secondo arretrerebbe un po’ su tutto il territorio nazionale e certamente non può confidare in un incremento al nord, dove le sue politiche dei “no” alienano gran parte dell’elettorato, per cui è costretto a rintanarsi nel Meridione, in cui urgono risposte immediate per non fare la fine di tutti i precedenti salvatori della patria caduti in disgrazia, chi prestissimo (Renzi) e chi dopo una lunga trafila di vittorie (Berlusconi).

Il governo Conte è a rischio, anche se probabilmente non subito. Non conviene allo stesso Salvini che cada con la manovra di bilancio in corso di approvazione, altrimenti sarebbe facile per il PD e la stessa Forza Italia additarlo quale irresponsabile, avendo fatto parte per mesi di una maggioranza inconcludente e foriera di caos. Dopo le europee, sempre che le cose vadano come egli pensa e spera, basterà un qualsiasi pretesto da due soldi per arrivare alla resa dei conti con i grillini. Anzi, chi può mai escludere che a maggio non si vada a votare anche per le politiche anticipate, se i sondaggi da qui ai prossimi mesi continuassero a premiare il Carroccio e il suo leader potesse confidare in una maggioranza parlamentare certa, grazie al sostegno degli alleati non berlusconiani?

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Argomenti: Politica italiana