Tra Francia e Italia lo spread è di credibilità, il vero allarme riguarda la nostra crescita nulla

Il problema dell'Italia non sarebbe il debito in sé, quanto la sua percepita scarsa sostenibilità, a causa della bassa crescita della nostra economia. Ecco i dati sul confronto con la Francia.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il problema dell'Italia non sarebbe il debito in sé, quanto la sua percepita scarsa sostenibilità, a causa della bassa crescita della nostra economia. Ecco i dati sul confronto con la Francia.

E’ scontro ai massimi livelli tra Movimento 5 Stelle e Giovanni Tria, il ministro dell’Economia accusato dai grillini di “sabotare” la manovra di bilancio con una impostazione austera e tale da non consentire la piena realizzazione delle promesse elettorali. Fa discutere, in particolare, l’audio svelato da un giornalista e relativo a una conversazione con Rocco Casalino, portavoce del premier Giuseppe Conte, che ha minacciato purghe al Tesoro, se i funzionari non dovessero trovare le risorse necessarie per adempiere al programma. Il dibattito riguarda un numero, quell’1,6% di deficit a cui punta Tria e che la stessa Lega di Matteo Salvini vorrebbe innalzare al 2%. Il ministro non avrebbe intenzione di cedere, temendo la reazione furente della Commissione europea più che dei mercati. Questi avrebbero già grosso modo scontato un deficit superiore al 2% e inferiore al 3% per l’anno prossimo. E allora, perché Tria insiste su questo benedetto o maledetto 1,6%? Perché il Fiscal Compact prevede la riduzione del deficit strutturale dello 0,5% all’anno, ma si può anche strappare come concessione un taglio minimo dello 0,1%, che per il 2019 significherebbe, appunto, un disavanzo all’1,6%.

Qual è il problema di questa percentuale? Sarebbe insufficiente per attuare, in larga misura in deficit, misure come reddito di cittadinanza, superamento della legge Fornero e taglio delle tasse, tenendo conto che dei 14 miliardi liberati dal maggiore disavanzo rispetto allo 0,8% pattuito per il prossimo esercizio, 12,4 miliardi serviranno solo per evitare che aumentino le aliquote IVA con l’attivazione delle clausole di salvaguardia. Trovare le coperture con tagli alla spesa pubblica, che saranno contenuti, è impopolare per chiunque e Lega e 5 Stelle non hanno intenzione di esordire indispettendo gli italiani. In più, specie i grillini hanno una cultura economica d’impronta keynesiana, ovvero ritengono che l’austerità riduca i tassi di crescita del pil e che, al contrario, proprio un aumento della spesa pubblica finirebbe per stimolarli.

Il dilemma non è solo italiano. In queste settimane, il presidente Emmanuel Macron in Francia affronta lo stesso problema. Rispetto alla tabella di marcia, nemmeno l’ombra della riduzione attesa del deficit, mentre l’economia rallenta dopo un 2017 che aveva sorpreso positivamente. Per quest’anno, il pil dovrebbe segnare un +1,7%, mentre il deficit si attesterà al 2,6%, praticamente invariato rispetto allo scorso anno e atteso solo in leggero calo per il prossimo. La promessa dell’ex banchiere Rothschild di tagliare la spesa, abbattere il debito e finanziare così un dimagrimento anche della tassazione su famiglie e imprese sembra sempre meno concreta, quando anche oggi gli ultimi sondaggi danno i suoi indici di popolarità in forte discesa rispetto ai livelli infimi già allarmanti di agosto. Più di 4 francesi su 5 esprimono un giudizio negativo sull’operato dell’Eliseo, peggio persino dell’impopolare presidenza Hollande a questa fase del mandato.

Allarme Frexit per Macron: su crescita e deficit, Parigi più vicina a Roma che a Berlino

Ci serve crescere, non indebitarci di più

Anziché scendere, il debito pubblico francese rischia di continuare a salire, a causa della bassa crescita del pil nominale, avvicinandosi ancora di più alla soglia del 100%. Tuttavia, i mercati finanziari sembrano ignorare questo dato. I rendimenti decennali francesi offrono ancora solo lo 0,8%, 200 punti base in meno dei nostri BTp. Lo spread con i Bund viaggia in area 30-40 bp, come se praticamente la Francia e la Germania fossero la stessa cosa sul piano della credibilità fiscale. Eppure, Parigi sul debito sta a metà strada tra Berlino e Roma. Possiamo davvero pensare che sia quel 35% di debito in meno rispetto all’Italia a fare (in meglio) la differenza? La risposta sarebbe più articolata. I mercati funzionano in maniera più complessa, ragionano in prospettiva e non solo sull’oggi. Un debito per gli investitori è ritenuto sostenibile e non preoccupa quando il suo rapporto con il pil tende a scendere o almeno è atteso non salire nel lungo periodo. Se continuasse a crescere, infatti, il peso degli interessi sul pil aumenterebbe anch’esso e ciò impatterebbe negativamente sulla crescita economica, richiedendo livelli di tassazione sempre più alti.

E l’unico modo per non fare crescere il rapporto debito/pil sarebbe sincerarsi che il denominatore tenda ad aumentare più del numeratore, cioè che la crescita economica risulti negli anni superiore al deficit. L’Italia crea apprensione proprio su questo fronte e non per i disavanzi fiscali, quanto per la storia di crescita sostanzialmente nulla dell’ultimo quarto di secolo. Prendiamo il ventennio 1998-2017: la Francia ha registrato una crescita reale di oltre il 37%, l’Italia di meno del 10%. La prima ha avuto un deficit medio del 3,6% all’anno, la seconda del 3,1%. E ancora: debito in ascesa dal 61% al 97% per Parigi e dal 111% al 132% per Roma. Che cosa ci spiegano questi numeri? Che l’economia francese ha fatto quasi 4 volte meglio di quella italiana, a fronte di un disavanzo fiscale superiore di appena mezzo punto percentuale all’anno. Affermare, come fa Claudio Borghi della Lega, che sarebbe stata l’austerità ad uccidere la nostra crescita sarebbe ridicolo, non fosse per il fatto che l’austerità negli ultimi decenni in Italia non c’è proprio stata e chi l’ha praticata è andata fin troppo meglio di noi e continua a farlo.

A conferma, i dati della Germania. L’ex malato d’Europa, come venne definito nel primo decennio del Duemila, è cresciuto di meno di un terzo nel ventennio considerato, ma segnando un deficit fiscale medio di appena l’1,7% all’anno, grazie al quale il rapporto debito/pil è salito solo dal 59% al 64%. Dunque, anche chi ha fatto realmente austerità negli ultimi anni, con un bilancio in attivo sin dal 2014, è cresciuto complessivamente di 3,3 volte in più dell’Italia. Le agenzie di rating hanno preso da tempo nota e se i titoli tedeschi godono della massima valutazione (AAA), quelli francesi sono una tacca sotto (AA), mentre i BTp si trovano a un paio di passi dal livello “spazzatura”, ormai declassati in zona BBB. Il perché sembra chiaro: se l’Italia non batte un colpo e continua a non crescere, anche pochi decimali di deficit in più finiranno per appesantire il suo grado già elevato di indebitamento. Non si tratta di volerci negare l’opportuna flessibilità, quanto del rischio che essa serva solo ad accumulare nuovi debiti e non a farci stare meglio.

Debito/pil sotto il 60% in Germania nel 2019, non accadeva dal 2003

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia