E’ tornata l’inflazione, ma gli italiani hanno poco da gioire

L'inflazione è tornata al target della BCE, ma le famiglie italiane non hanno niente da festeggiare, perché la crescita dei prezzi non è legata a un miglioramento della nostra economia.

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L'inflazione è tornata al target della BCE, ma le famiglie italiane non hanno niente da festeggiare, perché la crescita dei prezzi non è legata a un miglioramento della nostra economia.

Che bello, è tornata l’inflazione! I prezzi al consumo sono cresciuti in aprile dello 0,4% sul mese precedente e dell’1,9% rispetto a un anno prima. La lettura finale dell’Istat fotografa una ripresa dell’indice poco superiore alla stima preliminare, che era per un aumento tendenziale dell’1,9%. Dopo anni di temuta deflazione e le preoccupazioni dei governi dell’Eurozona sulla stabilità dei conti pubblici nazionali (l’inflazione migliora automaticamente il rapporto deficit/pil e quello debito/pil), finalmente sembra che il cruccio principale della politica e della BCE sia stato risolto. Ma ci hanno pensato ieri Adusbef e Federconsumatori a portare tutti con i piedi per terra, spiegando che il ritorno dell’inflazione in Italia non sarà una ventata di benessere per le famiglie. Tutt’altro.

Spiegano le due associazioni, che una famiglia-tipo dovrebbe spendere quest’anno 562 euro in più, qualcosa come quasi 47 euro in più al mese. Già, perché ricordiamo per quanti l’avessero ignorato in questi anni, che inflazione significa aumento dei prezzi e da che mondo è mondo, nessun consumatore sta meglio con prezzi in crescita. (Leggi anche: Lavoratori italiani, troppo basso potere d’acquisto)

Cosa alimenta l’inflazione

E’ vero che un’economia con inflazione zero o negativa segnala qualcosa che non va e che questo sarebbe spesso il riflesso di consumi stagnanti o in calo, ovvero di una recessione o uno stato comunque preoccupante del mercato, ma è altrettanto vero, che come nel caso italiano odierno evidenziato dalle due associazioni dei consumatori, non vale sempre il contrario: la presenza dell’inflazione può non rispecchiare un riavvio dei consumi.

In effetti, esisterebbero quattro cause principali per l’inflazione: aumento della domanda interna, aumento dei salari oltre il tasso di crescita della produzione, indebolimento del cambio e aumento del costo delle materie prime/fattori produttivi importati.

Stipendi stagnanti in Italia

Ora, in Italia non vi è alcun boom della domanda. Sempre ieri, Confcommercio ha trovato che ad aprile si sarebbe registrata una contrazione dei consumi delle famiglie dello 0,5% su base mensile, anche se rispetto a un anno prima, il segno rimane positivo, pur di appena lo 0,2%.

Quanto alle retribuzioni dei lavoratori, la crescita c’è stata nel 2016, ma non certo a livelli da entusiasmo collettivo. Secondo i dati di Job Pricing, lo scorso anno abbiamo avuto un rialzo dei salari degli operai del 2,1%, di appena lo 0,9% degli stipendi degli impiegati, i quadri si sono accontentati di un +1,1%, mentre i dirigenti hanno subito una contrazione degli emolumenti del 2,1%. Insomma, non ci siamo. (Leggi anche: Stipendi italiani 20% più bassi di quelli tedeschi e in calo)

Inflazione legata al petrolio

E allora da dove arriva il boom dell’inflazione, che in pochi mesi è passata da negativa a quasi il 2% in tutta l’Eurozona? Chiaramente dall’impennata delle quotazioni del petrolio, specie dal novembre scorso, quando sono cresciute per effetto dell’accordo OPEC sul taglio della produzione. Quanto all’euro, assistiamo da oltre un semestre a un certo indebolimento contro il dollaro, ma non tale da trainare i prezzi nell’area.

D’altra parte, a conferma che siamo dinnanzi a un’inflazione alimentata solo dal rincaro delle materie prime vi sono le stime pallidissime sul nostro pil, che non arriverebbe a crescere nemmeno quest’anno dell’1%. Stando così le cose, non appare molto esagerato parlare di “stagflazione”, ovvero di inflazione senza crescita, che per un’economia è la condizione peggiore. (Leggi anche: Perché inflazione senza crescita sarebbe un disastro)

Con la reflazione soffriranno i ceti deboli

Che i prezzi crescano, senza che lo facciano anche il pil e l’occupazione, comporta un aumento delle sofferenze per le famiglie. I disoccupati, in particolare, che in Italia sono ancora oltre le 3 milioni di unità, sarebbero la categoria più colpita dalla reflazione, perché non disponendo di un reddito proprio, non sono molto spesso nelle condizioni di fronteggiare i rincari di beni e servizi, a meno da non avere la possibilità di attingere ai risparmi.

Adusbef e Federconsumatori calcolano, ad esempio, che sui bilanci familiari vi sarebbe una voce di ben 450 euro al mese per il mantenimento di figli e nipoti senza reddito.

Dunque, l’inflazione senza crescita rende più serie le condizioni di vita di milioni di famiglie, anche di chi un lavoro ce l’ha, ma che presumibilmente quest’anno continuerà a percepire retribuzioni stagnanti. C’è poco da festeggiare per gli ultimi dati Istat, perché se un disoccupato sta sempre male per definizione, peggio vive con prezzi in aumento. Il rischio è che i consumi si contraggano con la ripresa dell’inflazione e che s’inneschi un circolo vizioso, che solo una ripartenza dell’occupazione sarebbe in grado di spezzare.

 

 

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