Lavoro in Italia con più competitività, non tornando alla lira

Creare posti di lavoro rilanciando la competitività. Lo dimostrano anche i dati internazionali.

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Creare posti di lavoro rilanciando la competitività. Lo dimostrano anche i dati internazionali.

I dati sulla disoccupazione in Italia relativi al mese di agosto si mostrano in lieve miglioramento, ma ci confermano ancora un mercato del lavoro lontano dalla ripresa. L’occupazione si attesta al 58,2%, nettamente al di sotto della media delle economie europee e a cercare un lavoro sono l’11,2%, percentuale superiore alla media europea. Mentre si dibatte sul piano politico su come affrontare una volta per tutte il dramma del lavoro, che tocca vette elevatissime al sud, altri dati ci vengono in aiuto.

Sono quelli pubblicati dal World Economic Forum (WEF) e riguardano la competitività per l’anno 2017-2018. In testa alla classifica, si conferma la Svizzera, seguita nella top ten da USA, Singapore, Olanda, Germania, Hong Kong, Svezia, Regno Unito, Giappone e Finlandia. (Leggi anche: Classifica competitività: Italia dietro a Portogallo, Malta e Turchia)

Stando alla definizione del WEF, per competitività s’intende l’insieme di istituzioni, politiche e fattori che determinano i livelli di produttività. Analizzando i rispettivi mercati del lavoro, si scopre che queste prime 10 economie più competitive nel mondo mostrano mediamente tassi di disoccupazione bassi e alti tassi di occupazione. Senza ponderare le percentuali, otteniamo che i primi si attestano al 4,2% e i secondi al 70,8%. In altre parole, nei paesi in cui la competitività è alta lavora una percentuale relativamente alta di persone tra i 15 e i 64 anni, mentre a cercare un lavoro senza trovarlo sono in pochi.

E quali sono le ultime 10 economie meno competitive nel mondo? Nell’ordine, troviamo Haiti, Burundi, Sierra Leone, Lesotho, Malawi, Mauritania, Liberia, Ciad, Mozambico e Yemen. Trattasi di 8 stati africani, di uno asiatico e uno americano. Mediamente, il tasso di disoccupazione sfiora qui l’11% e l’occupazione si aggira sul 61,5%. Tuttavia, bisogna tenere conto che in quasi nessun caso siamo in possesso qui di dati ufficiali, bensì di stime di analisti indipendenti.

Inutile tornare alla lira

Queste cifre confermano che la competitività trainerebbe i posti di lavoro. Dunque, l’Italia dovrebbe rendersi più competitiva per creare occupazione. Come? Tenendo i prezzi relativamente più bassi dei concorrenti sui mercati internazionali.

Questo implica che l’inflazione italiana dovrebbe essere inferiore a quella media delle economie con cui compete per le esportazioni, ovvero che bisogna perseguire politiche di moderazione salariale. Serve anche rilanciare gli investimenti, perché la produttività delle imprese dipende anche dalla tecnologia impiegata. La buona notizia è che abbiamo imboccati da anni la strada giusta, se è vero che nel 2016 abbiamo chiuso con esportazioni nette superiori a 51 miliardi, oltre il 3% del pil. E’ probabile che quest’anno il saldo commerciale sarà persino più alto, così come le partite correnti, comprensive dei movimenti finanziari, dovrebbero chiudere al +2,4% del pil dal -3% del 2011.

Il ritorno alla lira, che i partiti e gli economisti euro-scettici propugnano proprio per rilanciare la competitività italiana, avrebbe effetti benefici solo di breve termine, in quanto i prezzi delle nostre merci all’estero sarebbero immediatamente più bassi per effetto del cambio più debole. Tuttavia, gli effetti deflazionistici che questo avrebbe, nel tempo aumenterebbe i costi di produzione, annullando il beneficio iniziale, mentre gli incentivi alla innovazione tecnologica si ridurrebbero, a discapito proprio del nostro made in Italy e dell’occupazione, che per quanto bassa oggi sia nel nostro paese, risulta pur sempre maggiore dei tempi della tanto amata liretta. (Leggi anche: Prezzi italiani dal ’97, competitività persa e guadagnata)

 

 

 

 

 

 

 

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