Torna l’era glaciale per i rendimenti dei bond e l’oro risale verso 1.300 dollari

Giù i rendimenti dei bond, così come i mercati azionari. E l'oro si riporta ai livelli di metà 2018, segnalando le paure degli investitori, nonostante la bassa inflazione e calante.

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Giù i rendimenti dei bond, così come i mercati azionari. E l'oro si riporta ai livelli di metà 2018, segnalando le paure degli investitori, nonostante la bassa inflazione e calante.

Il 2019 si apre con l’avvento dell’era glaciale per i rendimenti dei titoli di stato “core”, come segnala la discesa del Treasury decennale al 2,57% ieri, ai minimi da un anno e a quasi -70 punti base in appena un bimestre. Lo stesso dicasi per l’Eurozona dei Bund, che sono scesi per la medesima scadenza allo 0,15%, un livello che non si vedeva ormai dagli ultimi mesi del 2016.

In costante calo anche il “breakeven” tra rendimento a 10 anni dei Treasuries con cedola fissa e l’omologo con cedola legata all’inflazione. Ieri, segnava l’1,50%, il minimo dall’ottobre del 2016. Questo spread capta le aspettative d’inflazione negli USA da parte del mercato per il medio-lungo termine. A conti fatti, se ancora alla fine di ottobre si attestava sopra il 2%, adesso ha ripiegato di una cinquantina di punti base, ben al di sotto del target d’inflazione fissato dalla Federal Reserve, pari proprio al 2%.

La rivincita dei bond con il crash azionario, ecco perché la ritirata dei rendimenti

Quanto stia accadendo sembrerebbe non difficile da capire. Le aspettative d’inflazione si stanno raffreddando da mesi e, in particolare, a causa del tracollo delle quotazioni petrolifere, che da inizio ottobre hanno perso circa il 30%. Ciò starebbe spingendo la Fed da un lato e la BCE dall’altro a mostrarsi più accomodanti, l’una lasciando intendere che si prenderà una pausa prima di alzare i tassi per la decima volta dall’inizio della stretta nel 2015, l’altra verosimilmente rinviando il suo primo aumento del costo del denaro dal 2011. Una boccata di ossigeno per i bond, che tra inflazione attesa più bassa dei mesi precedenti e politiche monetarie meno restrittive di quanto temuto, adesso tornano ad apprezzarsi.

Il cambio euro-dollaro resta nel range 1,13-1,15 da mesi, in attesa di una novità in un senso o nell’altro. Lo spread Treasury-Bund, ristrettosi di una trentina di punti base in un paio di mesi, segnalerebbe previsioni più deboli a lungo termine. Da qui a 10 anni, infatti, il mercato si attenderebbe oggi un cross in area 1,4150, quando un anno fa intravedeva fino a un massimo di 1,52.

Ciò implicherebbe che gli avvenimenti degli ultimi mesi verrebbero letti dal mercato come una relativo maggiore accomodamento monetario della BCE, mentre la Fed tiene pur sempre i tassi a livelli di 250 bp al di sopra di quelli dell’unione monetaria. In sostanza, il raffreddamento dell’inflazione in corso consentirebbe a Francoforte di prendersi ancora più tempo prima di alzare il costo del denaro. La Fed semmai si limiterebbe a non alzarlo ulteriormente o a proseguire la stretta a un ritmo più lento.

L’oro si apprezza, nonostante la bassa inflazione

Tuttavia, questa lettura dei fatti non tiene conto dell’oro, le cui quotazioni sono gradualmente salite ai massimi dal giugno scorso, cioè in prossimità della soglia dei 1.300 dollari l’oncia, attestandosi stamattina poco sopra i 1.298 dollari. Con un’inflazione calante o attesa tale presso le principali economie avanzate del mondo, difficile giustificare questa impennata di oltre 100 dollari in due mesi e mezzo. In effetti, il metallo è la spia dei timori dei mercati sull’andamento dell’economia mondiale, che si riflettono anche nel ripiegamento delle borse mondiali degli ultimi mesi. Wall Street ha perso oltre il 15% in 90 giorni, poco meno di quanto non abbia ceduto il mercato azionario europeo dall’estate scorsa. Ieri, Apple ha bruciato un decimo del suo valore dopo il “profit warning” legato alla vendita di iPhone in Cina, che riassume praticamente le paure degli investitori di questo periodo, ossia rallentamento della seconda economia mondiale e tensioni commerciali.

Il super dollaro spiegato dal crollo dei rendimenti americani

Dunque, la corsa ai bond “core” degli ultimi mesi si spiega proprio con la ricerca di porti sicuri contro le incertezze globali. Il fattore inflazione c’entra, ma spiega solo una parte della discesa dei rendimenti sovrani. E se è vero che l’oro non si sia ancora scaldato granché, semmai apprezzandosi ai livelli di metà 2018, probabile che le quotazioni salirebbero di più con un dollaro meno forte.

Il biglietto verde, invece, si è apprezzato ai massimi da un anno e mezzo e ciò sta contribuendo a tenere bassi i prezzi delle materie prime, petrolio incluso. In definitiva, il mercato starebbe rivalutando l’oro per il semplice fatto che il raffreddamento delle aspettative d’inflazione rifletterebbe una dinamica più debole dell’economia mondiale, spingendo le banche centrali principali a mostrarsi più accomodanti di qualche mese fa, ma inducendo gli investitori a passare dal comparto azionario a quello obbligazionario.

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