Tonfo del Brasile, travolto dallo sciopero dei camionisti ed elezioni thriller

Real brasiliano in caduta verso un cambio di 4 contro il dollaro. La banca centrale fallisce la difesa, mentre l'economia è in preda al caos scioperi dei camionisti.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Real brasiliano in caduta verso un cambio di 4 contro il dollaro. La banca centrale fallisce la difesa, mentre l'economia è in preda al caos scioperi dei camionisti.

Real brasiliano in caduta libera. La banca centrale ha fallito l’obiettivo di stabilizzare il tasso di cambio contro il dollaro, pur avendo impiegato tutti gli 1,5 miliardi di dollari annunciati in sua difesa. Invece, nel corso della seduta odierna, il real ha oltrepassato quota 3,80 per un dollaro, spingendosi intorno alle ore 15.00 a 3,84 e perdendo lo 0,82% su base giornaliera. Dall’inizio dell’anno, il deprezzamento sfiora così il 14% e gli analisti scommettono che, a questo punto, il cambio di 4:1 venga nuovamente toccato e superato, come ai tempi della presidenza di Dilma Rousseff, esautorata dai poteri poco più di due anni fa con una procedura d’impeachment. E, infatti, il real sta collassando proprio ai minimi da febbraio 2016, ovvero all’apice della crisi economica e finanziaria brasiliana.

Mercati troppo ottimisti sul Brasile? Presto potrebbero ricredersi

Cosa sta succedendo? Uno sciopero di 10 giorni dei camionisti sta paralizzando la prima economia sudamericana. I supermercati sono vuoti, le aziende non ricevono più da giorni la merce dai fornitori per produrre e tutto questo sta impattando negativamente sulle prospettive di crescita per l’anno in corso. Santander le ha tagliate al 2% dal 3,2% precedente. Peccato che con una disoccupazione al 14%, il Brasile non possa permettersi un rallentamento proprio ora che si sperava in una robusta ripresa dalla recessione del biennio 2015-’16.

Contro cosa protesta il settore dell’autotrasporto? L’aumento del prezzo della diesel del 10%, voluto dal presidente Michel Temer, che intende eliminare i sussidi elargiti alla popolazione con il controllo dei prezzi. Già lo scorso anno, la compagnia petrolifera statale Petrobras aveva agganciato i prezzi alla pompa alle quotazioni internazionali del petrolio, ma il barile ancora a buon mercato e il dollaro relativamente debole non avevano fatto percepire alcunché di grave ai consumatori. Adesso, tra cambio debole e petrolio a 80 dollari con la crisi del Venezuela, la musica è cambiata e i camionisti non vogliono pagare pegno.

L’incognita delle elezioni

La situazione è diventata così incandescente da avere portato alle dimissioni il ceo di Petrobras, Pedro Parente, che era stato voluto dal governo a capo della compagnia poco tempo fa proprio per trasformarla in una società orientata al mercato a tutti gli effetti. Dopo le speculazioni su una possibile sua sostituzione con l’ex segretario di Stato USA, Rex Tillerson, alla fine la scelta è ricaduta sull’ex cfo della stessa Petrobras, ovvero Ivan Monteiro, anch’egli ferreo sostenitore delle riforme, ma che difficilmente godrà nel breve termine di mano libera sulla gestione aziendale, almeno non fino alle prossime elezioni presidenziali e politiche di ottobre. E qui si apre un corposo capitolo affatto rassicurante per i mercati.

Il candidato in testa nei sondaggi sarebbe l’ex presidente Lula, che quasi certamente non potrà correre, essendo in carcere per una condanna confermata in appello su un caso di corruzione. Una volta che formalizzasse la sua candidatura, il tribunale elettorale respingerebbe la richiesta per via di una legge che vieta la corsa ai condannati in secondo grado. E allora, probabile che al primo turno se la giochino il candidato dell’ultra-destra Jair Bolsonaro, ammiratore del presidente americano Donald Trump e della leader nazionalista francese Marine Le Pen, e l’ambientalista Marina Silva, ex ministro dei governi Lula. Tuttavia, ciò che accadrà effettivamente dipenderà dalla capacità o meno del Partito dei Lavoratori di presentare una candidatura alternativa a quella di Lula. Se dovesse riuscirci, il voto si bipolarizzerebbe, favorendo Bolsonaro. Viceversa, probabile che si crei contro quest’ultimo un’alternativa centrista e potenzialmente maggioritaria.

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Riforme economiche a rischio

Si capisce ora meglio come gli investitori si stiano tenendo alla larga dal Brasile in questa fase incerta da vari punti di vista. I rendimenti sovrani stanno lievitando ai massimi da oltre un anno, con i decennali saliti di oltre 200 punti base all’11,53% in poco più di 2 mesi, mentre i biennali sono passati dal 7,16% all’8,25% in 6 settimane. Per fortuna, il crollo del real non si sta ancora materializzando sotto forma di inflazione, al 2,8% in aprile, ben lontana dai livelli a due cifre raggiunti tra la fine del 2015 e gli inizi del 2016. Tuttavia, il contraccolpo sui prezzi vi sarà e associato alla perdita di fiducia dei mercati, rischia di proiettare un remake del film visto sotto la presidenza Rousseff, quando il cambio debole alimentò la corsa dell’inflazione, tenendo alti i tassi d’interesse, mandando in recessione l’economia e oberando i conti pubblici.

Temer sta reagendo al caos scioperi tagliando l’aumento annunciato del prezzo della diesel e rinviandolo di due mesi. Non basta, per cui si prevede che, pur tenendo fissa la barra della liberalizzazione dei prezzi, alla fine ripieghi per tagliare le accise sul carburante per non impattare negativamente sulle tasche degli automobilisti e, in particolare, dell’autotrasporto. Resta da vedere come finanzierebbe una simile misura, visto che sotto elezioni appare improbabile che riesca a tagliare la spesa pubblica o ad alzare altre imposte. Il vero punto, però, non è tanto e solo il prezzo della benzina, quanto la sempre più palese incapacità del governo federale di proseguire il cammino delle riforme con l’avvicinarsi delle elezioni. E dopo, potrebbe andare anche peggio, se a vincere fosse una delle due ali estreme della politica brasiliana.

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Argomenti: Altre economie, Crisi Brasile, economie emergenti, valute emergenti